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Nessuno tocchi Silvia Romano

Il bestiario quotidiano che si riversa sui social, da ore ha preso di mira Silvia Romano. Colpevole di umanità, agli occhi degli odiatori di professione, che sin dalle ore successive al suo sequestro non hanno perso tempo per rivolgere insulti, giudizi o pelosi quanto inutili consigli sulla vita, sulle passioni e sulle idee. Consigli che sono arrivati anche da parte di qualche insospettabile “commentatore”, che non si offenderà se lo definisco “commentatore della domenica”…

Vorrei chiedere scusa io a Silvia e alla sua famiglia, al posto loro. Chiedo scusa al posto di chi non riesce a comprendere le ragioni che possono spingere una persona a fare un’esperienza come quella che ha fatto Silvia. Chiedo scusa al posto di chi esprime giudizi sulla scelta di andare in Africa e pensa che per fare del bene sia sufficiente servire a qualche mensa sociale in paese. Chiedo scusa al posto di chi svilisce i pensieri grandi, definendoli “smanie”. Non si rendono conto non solo di ferire nel profondo una persona e la sua famiglia, ma anche le idealità che accompagnano una scelta importante, per la quale bisognerebbe solo ringraziare Silvia e incoraggiarla.

Guardo il sorriso dei 20 anni di Silvia scorrere nelle gallery in rete. In quel sorriso vedo la semplicità, l’intelligenza, la fierezza di chi non si arrende al mondo che ha trovato e il coraggio di chi vorrebbe mettere in gioco tutta se stessa per cambiarlo, per modificarne nel profondo anche una minima parte. La forza. La forza e la sensibilità di chi sente le ingiustizie sulla propria pelle e avverte il senso di una missione, da compiere con semplicità e dedizione, in luogo di istituzioni sorde e cieche, che hanno scelto la strada delle guerre e delle depredazioni.

E poi vedo il buio delle parole dure, pesanti come pietre, parole allucinate dall’odio e dal fango, da parte di cittadini di questo Paese che hanno perso la bussola. Che pur di buttarla in caciara, sono disposti prima a dire “aiutiamoli a casa loro” e poi un secondo dopo a crocifiggere chi decide di prendere in mano la sua vita e metterla a disposizione degli altri.

È strano questo mondo, davvero, e tocca reagire. La lavatrice di fango che subisce Silvia Romano non ha riguardato i tanti imprenditori che in questi anni sono stati sequestrati nelle aree più difficili dell’Africa, mentre erano lì a fare profitti. Al contrario, in molti hanno preso parola, come è sacrosanto, per chiederne l’immediata liberazione. Ma se un fatto del genere accade a una giovane donna di 23 anni che è in Kenya per provare a restituire a questo mondo marcio e malato un pezzo della dignità che merita, allora “se l’è andata a cercare” e “poteva starsene a casa sua”.

È la tremenda ipocrisia di quei benpensanti che poi ogni giorno consigliano a una generazione dimenticata e allevata a pane, precarietà e ossessione competitiva, di andare in giro per l’Europa a fare Erasmus, ad accumulare titoli su titoli, lauree, master e ad accrescere competenze da inserire nei curriculum che diventano degli aeroplani di carta, spesso senza destinazione.

Questa è l’ipocrisia peggiore. L’ipocrisia che genera rabbia, perché condita dal solito paternalismo, secondo il quale va tutto bene se ti adegui, se ti uniformi, se sei conforme alla confezione pensata e prodotta, se accetti di non avere un ruolo attivo nelle cose del mondo. È l’ipocrisia degli stessi che poi vogliono i nostri giovani schiavi del mercato del lavoro precario e sottopagato; l’ipocrisia di quelli a cui non è mai fregato nulla del diritto allo studio e della condizione del sistema della formazione in Italia.

L’ipocrisia l’abbiamo già vista in scena altre volte, purtroppo. Con Giulio Regeni, Simona Pari e Simona Torretta, Valeria Solesin. Tutti figli che questa terra maltratta, non riconosce e non conosce, delle cui vite a pochi interessa, salvo quando accade un fatto tremendo, che diventa buono poi per macinare insulti, giudizi, sputare sentenze, in un turbine di violenza politica e verbale, difficile da tollerare.

Io spero che verrà fatto tutto il possibile per riportare a casa Silvia. Per fare in modo che possa sin da subito riprendere il suo semplice e allo stesso tempo straordinario impegno sociale.

Grazie Silvia, con la speranza di vederti e conoscerti presto.

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Riders, dal Piemonte un duro colpo al cottimo. Ora le altre regioni facciano altrettanto

Sembra di essere nell’Italia degli anni ’70 e invece è proprio una frase scritta e pronunciata qui: Italia, anno 2018. Perché il cottimo, quella odiosa pratica per cui ti pago sulla base della quantità da te prodotta, è ancora largamente utilizzato nel nostro Paese, nell’industria, nella manifattura, ma anche e in maniera particolarmente diffusa nella cosiddetta gig economy.

fattorini delle piattaforme digitali che si occupano di consegne a domicilio, vengono pagati sulla base del numero di consegne che effettuano e sulla base del rispetto dei tempi di consegna. Un sistema di sfruttamento che spesso ha provocato incidenti, anche mortali. Ricorderete il caso di Maurizio Camillini a Pisa, per esempio, deceduto lo scorso settembre mentre faceva una consegna, al suo secondo giorno di prova.

Il primo colpo al cottimo, a questo sistema di nuovo caporalato per cui c’è una piattaforma digitale che stabilisce tempi e modi di lavoro e prende per sé il grosso del guadagno, arriva dalla Regione Piemonte, e precisamente dal nostro capogruppo in Consiglio regionale, Marco Grimaldi.

Marco si occupa del tema da anni e ha più volte provato a ridefinire complessivamente il rapporto di lavoro fra i fattorini e le piattaforme digitali, chiedendo che venga riconosciuto lo status della loro condizione come rapporto di lavoro subordinato, e quindi con ferie, malattie, diritti, salari e tutto ciò che i contratti prevedono.

Tutto questo, sempre nel silenzio e nel disinteresse della maggioranza della politica nazionale che non si è mai posta il problema negli anni precedenti e che per il momento ancora non si esprime e non interviene con una legge a disciplinare in maniera definitiva il settore.

Ma noi non ci perdiamo d’animo, abbiamo la testa dura e Marco ha fatto in modo che il Consiglio regionale del Piemonte votasse una norma che impedisce il pagamento a cottimo, per ragioni connesse alla salute e alla sicurezza stradale. In questo modo, le imprese di food delivery saranno costrette a corrispondere una paga oraria ai lavoratori. Un risultato straordinario e importante, che inizia a restituire agli oltre mille addetti del settore in Piemonte un pezzo di dignità che non è mai stata loro riconosciuta.

Ma la battaglia non è finita e servono due cose: innanzitutto che tutte le altre regioni seguano l’esempio del Piemonte e approvino una norma di questo tipo, che impedisca nei territori regionali queste forme di caporalato digitale, a completo danno dei lavoratori.

In secondo luogo, è necessario che intervenga lo Stato con decisione e chiarezza.

Spero, infatti, che il governo non impugni la norma del Piemonte, sarebbe un atto politicamente assurdo, visto che il Ministro del Lavoro nei suoi primi giorni aveva proprio incontrato una delegazione di fattorini, sbandierando la volontà di studiare una formula giuridica che ne riconosca lo status di lavoratori dipendenti.

E proprio di questo c’è urgente bisogno: Di Maio deve dare risposte chiare alle migliaia di fattorini di tutta Italia, che dopo i primi due incontri al ministero hanno lamentato di essere stati già abbandonati dal governo.

Se si comprende la natura ingiusta e diseguale del rapporto fra questi lavoratori e i loro datori di lavoro, non si può fare altro che intervenire tempestivamente e con chiarezza a definire diritti e doveri e la natura contrattuale che deve legare lavoratori e datori.

Nel frattempo, per fortuna, c’è chi come Grimaldi sui territori si adopera per far fare a questa battaglia importanti passi avanti.

Comprendiamo che c’è chi ha paura dell’aumento dei diritti dei lavoratori. Ma il nostro compito, il nostro obiettivo politico è questo e lo porteremo avanti. Costi quel che costi.

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Ancora privatizzazioni? Non è un cambiamento nè una novità

Come spesso è accaduto negli ultimi 25 anni della politica italiana, ogni volta che si pone un problema di bilancio, o di necessità di far quadrare i conti, i vari governi che si sono succeduti, hanno inserito una voce nelle entrate previsionali, che riguarda le privatizzazioni. Cioè vendiamo il patrimonio dello Stato, per poter ripagare i debiti, mentre rimane intatta una montagna enorme di patrimonio privato accumulato. Anche il governo 5 Stelle–Lega manda una lettera a Bruxelles in cui c’è scritto chiaro e netto che nel 2019 aumenteranno il monte privatizzazioni di 18 miliardi di euro.

Non c’è niente da fare, tutti i governi che si sono succeduti con le diverse forze politiche hanno proposto le solite vecchie storie. Per cui a pagare sono due volte i cittadini più poveri, mentre a incassare sono due, tre, quattro volte quelli più ricchi, che non pagano alla collettività ciò che dovrebbero e poi possono partecipare alla vendita dei beni pubblici dei cittadini, con i capitali accumulati, e continuare ad accumulare e mangiarsi pezzo dopo pezzo l’economia italiana.

Al netto della questione politica, poi, c’è un aspetto più tecnico che non convince e che merita un approfondimento maggiore rispetto a quanto dichiarato da Di Maio, impegnato a trovare una chiave di lettura di queste privatizzazioni, che le renda accettabili per l’anima più “pubblica” del Movimento 5 Stelle (un’anima che esiste, se è vero che per anni abbiamo condiviso alcune fondamentali battaglie sulla natura pubblica e statale di alcuni beni e servizi essenziali).

Di Maio racconta che le privatizzazioni non riguarderanno i “gioielli di famiglia”, ma il patrimonio immobiliare. Che tradotto vorrebbe significare che non si vendono quote di aziende di Stato che hanno in mano gli asset strategici dell’economia italiana, ma palazzi, immobili e non so cos’altro.

Bene: posto che anche il patrimonio immobiliare pubblico potrebbe avere un utilizzo più giusto, più equo e più serio, piuttosto che darlo in bocca ai soliti pescecani speculatori, in questa Italia in cui 50mila persone non hanno una casa e ben 700mila persone sono in difficoltà con il mutuo, il governo dovrebbe spiegare dove intende recuperare 18 miliardi, a meno che non intenda vendere l’Altare della Patria, il Colosseo e magari il David di Michelangelo.

Credo serva specificare, per esempio, che dal 2011 al 2016 sono stati rastrellati “appena” 15 miliardi dalla cessione di quote azionarie, tra cui Sace, Simest, Enav, Generali, una tranche di Enel, Fintecna, Fondo Italiano d’Investimento, e una quota di Poste italiane. Quote azionarie, quindi, con un valore ben diverso e ben più alto e appetibile rispetto agli immobili.

Per altro, già il governo Gentiloni (come i precedenti Renzi, Letta, Monti, Berlusconi e via a scendere) prevedeva quote di privatizzazioni, ma per una cifra ben più bassa, cioè lo 0,3% del Pil. Un terzo rispetto a quanto paventato dai governanti del cambiamento. E già quella strategia era stata sonoramente bocciata dall’Ufficio Parlamentare di bilancio, figuriamoci se si presentano presunte coperture da privatizzazioni per 18 miliardi.

E ciò che è peggio, poi, è che tutti questi anni di svendita del patrimonio dei cittadini hanno dimostrato che le privatizzazioni fanno bene solo a chi acquista, visto che il debito pubblico non ha accennato a scendere. Dal 1994 le privatizzazioni hanno portato 110 miliardi nelle casse dello Stato, il debito pubblico è cresciuto. E negli anni 2011-2016, come già detto, nonostante vendite per 15 miliardi, l’ammontare del debito è aumentato, passando dai 1.897,9 miliardi del 2011 ai 2.260,3 miliardi di marzo 2017.

E allora, Di Maio deve innanzitutto spiegare cosa intendono vendere, con che tempi e con che modalità. Considerando poi che anche nelle privatizzazioni esistono le banali leggi di mercato per cui, se uno Stato è alla canna del gas e ha solo 12 mesi di tempo per raggranellare 18 miliardi di euro, finisce che il prezzo lo fa chi compra e non chi vende, con enormi vantaggi per il privato e danni per il sistema pubblico che svende e svaluta. Ci dica il governo a quali altri salassi dobbiamo sul serio prepararci.

Il problema rimane sempre lo stesso: nessuno in questo Paese ha il coraggio di mettere le mani lì dove è necessario e di fare ciò che in altri paesi europei già esiste, ovvero una tassa sulla ricchezza, che riequilibri la distribuzione delle risorse e le metta nelle tasche di chi ha meno, prendendole da chi ne ha accumulate tante. Il deficit, come ho detto più volte, non è un problema se viene utilizzato per investimenti e se a questo si accompagna una seria politica redistributiva.

Ma se si fa debito per aumentare la spesa corrente e poi si svende il patrimonio pubblico, finisce che metti le mani nelle tasche dei soliti noti, i più deboli e i meno tutelati. Non proprio una novità, né un cambiamento.

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Libia e migranti, la verità prima di tutto

Ancora una volta tweet, foto di un gommone e un ministro che gioisce con hashtag e punti esclamativi. È accaduto di nuovo poche ore fa dall’account di Matteo Salvini, che annuncia la cattura di un gommone con circa 70 persone a bordo da parte della Guardia Costiera Libica.

“Pacchia finita per i trafficanti!”, ha scritto tronfio il “Ministro dell’Inferno” facendo finta di non sapere che anche quest’anno sono più di 100mila i migranti e i rifugiati che hanno raggiunto l’Europa e che, delle 2000 vittime che si contano (chissà di quante non abbiamo nemmeno notizia), circa 1260 sono morte provando a raggiungere l’Italia.

Tace anche sui tanti sbarchi che si sono registrati in questi mesi sulle coste italiane, l’ultimo dei quali è stato quello di una barca a vela arrivata davanti alle coste del crotonese durante un temporale. A bordo 62 uomini, 2 donne e 5 bambini, la gran parte pachistani, iracheni e afghani. Persone che vengono da Paesi martoriati dalle guerre, di cui i paesi occidentali sono responsabili, e dal fanatismo che tutti dicono a parole di voler combattere ma che continua ad essere alimentato, nella guerra di civiltà e nella guerra economica che si gioca sui flussi della vendita internazionale delle armi – anche da parte dell’Italia – a molti, troppi Stati.

Di fronte a tutto ciò, la tecnica del governo è sempre la stessa: omettere, mentire, manipolare dati e notizie per la propria propaganda. Eppure non è questa l’angoscia che più di tutte mi preme sul cuore in queste ore e che mi spinge, per la seconda volta, ad imbarcarmi su una nave umanitaria. Non è l’insofferenza per la propaganda di qualche ministro che mi tira a bordo di Nave Mare Jonio, che anch’io personalmente – come tanti altri, singoli cittadini italiani e organizzazioni sociali, attraverso le donazioni – ho contribuito a mettere in acqua e a far navigare.

È ben altro, ed è il pensiero fisso sul destino delle persone che erano sulle decine di barche intercettate dalla Guardia Costiera Libica in questi mesi. Quali sono i loro nomi? Da dove erano partiti? E soprattutto: dove sono stati portati? Vorrei sapere che sono al sicuro e invece so, dalle inchieste e persino dai rapporti dell’Onu, che probabilmente sono finiti nell’inferno dei campi, tra stupri, torture, bastonate e violenze di ogni tipo.

In questi anni il ministro Salvini ha detto più volte questa frase: “Chi scappa dalla guerra ed ha il diritto di stare in Italia è il benvenuto”. L’ha detta probabilmente solo per ingannare l’opinione pubblica sul formale rispetto dei diritti umani e delle convenzioni internazionali da parte dell’Italia. La sostanza però è ben altra, e per capirlo basta farsi altre domande: come facciamo ad essere sicuri che tra i 70 catturati ieri dalla Guardia Costiera Libica non ci sia chi scappa dalla guerra, chi dovrebbe essere quindi il benvenuto anche per Salvini? E ancora: qual è il canale di ingresso in Italia legale e sicuro per chi “scappa dalla guerra”, come si dice con un’espressione comune?

Possibile che nessuno nel “governo giallo-nero” si faccia queste domande? Possibile che il Parlamento non abbia ancora chiesto di vedere con gli occhi dei propri deputati i luoghi in cui vengono portati i migranti catturati grazie ai mezzi forniti dall’Italia? Possibile che nessuno abbia chiesto di avere l’elenco dei nomi dei migranti intercettati e di poterne ascoltare le storie dalla loro viva voce?

Tutto questo mi pesa sulla coscienza più di quanto non immaginiate. Perché, come dice la nostra bellissima Costituzione, “bisogna fare il parlamentare con disciplina e onore”, e trovo che non vi sia né disciplina né onore in un Parlamento che si disinteressa della sorte degli esseri umani, di cui finanzia la cattura da parte di un Paese in cui non è garantito lo stato di diritto.

Per questo parto di nuovo e mi imbarco: non per fare l’attivista sociale o il cooperante – ci sono altri che lo fanno molto meglio di me con autonomia e indipendenza e che ringrazio; parto per provare a ridare un po’ di onore e disciplina alla carica che ricopro.

Penso che dovrebbe farlo l’intero Parlamento, attraverso le Commissioni Esteri oppure nominando un’apposita commissione parlamentare di inchiesta che organizzi costanti visite in Libia per verificare le condizioni di vita nei campi e sapere quotidianamente con esattezza i nomi, i luoghi di detenzione e le storie di coloro che vengono riportati in Libia.

Sarei il primo a rendermi disponibile per partire. Lo chiederò di nuovo formalmente al mio rientro. Intanto da queste pagine chiedo al Presidente della Camera in cui sono stato eletto, a Roberto Fico, perché le Istituzioni del nostro Paese non possono girarsi dall’altra parte quando si tratta di diritti umani in uno scenario in cui l’Italia è direttamente coinvolta.

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Ministro Bussetti, se ci si scalda con la legna che si ha si resta senza istruzione

“Ci scalda con la legna che si ha”. Così in una intervistail ministro dell’Istruzione Bussetti ci fa sapere che il governo del cambiamento non intende mettere un euro in più sull’istruzione del Paese. Lo fa con una massima di sua nonna (ipse dixit) e senza alcuna discussione pubblica.

Insomma, la stessa linea di Renzi, e prima ancora di Monti e prima ancora di Berlusconi/Gelmini e via dicendo. Un gran cambiamento, non c’è che dire.

Non dirò nulla in questa sede sulle intenzioni folli ed eversive espresse dal ministro nella stessa intervista, sul rapporto di lavoro regionalizzato degli insegnanti, l’ennesimo passo verso una totale autonomia del Nord, con un intero governo a traino delle rivendicazioni secessioniste della Lega. Saranno altri i luoghi e i momenti per approfondire il tema.

Ciò che mi interessa sottolineare, e su cui è necessario dare avvio a una vera e propria mobilitazione come quella che accolse la disastrosa “buona scuola” di Renzi, è l’aspetto economico.

In un’Italia in cui le scuole cadono in testa ai nostri figli, in cui non ci sono insegnanti e personale in numero sufficiente, in cui ancora oggi molti ragazzi non hanno insegnanti di sostegno, “scaldarsi con la legna che si ha” significa crepare di freddo.

Siamo terz’ultimi per spesa in istruzione in Europa, peggio di noi solo Irlanda e Romania, e meglio di noi persino Cipro, Bulgaria, Slovacchia e Grecia. Ma non siamo sempre stati in questa condizione, sia chiaro. Ci siamo arrivati in anni in cui alla scuola, alla formazione e all’insegnamento è stato conferito un ruolo di secondo o di terzo piano, che ha mortificato il sistema e l’importanza dell’istruzione dalla scuola dell’infanzia all’Università, fino a che i capitoli di bilancio non sono diventati un buon pozzo cui attingere per coprire buchi, pagare interessi sui debiti fatti dai maghi della finanza, dalle banche, o per regalare sgravi fiscali al sistema della grande impresa.

E la condizione della scuola italiana si riflette tutta sullo stato di salute del Bel Paese: abbiamo pochi laureati rispetto agli altri Paesi europei, sempre più persone non completano il percorso di studi superiore e universitario, e l’analfabetismo funzionale (che non consente a chi sa leggere e scrivere di comprendere per bene il senso di ciò che legge e scrive) ha raggiunto il pauroso dato del 30%dei nostri concittadini. Un disastro per il mondo del lavoro, oltre che per la qualità della democrazia.

Senza la scuola e l’università garantita a tutti, a prescindere dalle condizioni di reddito, non esiste ricerca di alto livello, non esiste mondo del lavoro specializzato, non esiste nessuna possibilità di aumento della produttività (se non spremendo fino alla morte chi lavora), né di competere sugli scenari globali cui ci hanno costretto negli anni scorsi. E soprattutto, senza una formazione adeguata non esiste alcun ascensore sociale, che non a caso in Italia si è rotto da tempo: se sei figlio di notaio te la cavi in qualche mondo, se nasci in famiglia operaia ti arrangi.

Proprio due giorni fa è stato pubblicato il rapporto “Equity in education” di OCSE-Pisa che dicono con chiarezza come siano aumentate le difficoltà dei ragazzi che vengono da famiglie meno istruite e di come persino il livello culturale dei genitori influisca addirittura sulla scelta di garantire ai figli insegnanti migliori.

Non è un caso, per altro, passando all’istruzione universitaria, che l’Italia sia l’unica nazione del Vecchio Continente a conoscere la vergogna degli idonei a percepire una borsa di studio, ma senza borsa per insufficienza di risorse economiche.

Ci sono certo le Regioni che possono intervenire autonomamente con fondi di bilancio a integrare i quattro spiccioli del governo centrale e riescono a coprire quasi tutta le necessità di borsa, e ma ci sono anche Regioni con difficoltà di bilancio che non coprono nemmeno la metà degli aventi diritto. Aumento delle disparità, che rincorrono le dinamiche economiche e sociali della povertà. Più sei in difficoltà e più ci rimani.

La disuguaglianza economica e culturale fra le famiglie, tanto per cambiare, si riversa sui figli, se non interviene un sistema pubblico attento, forte, che restituisce fondi e centralità alla formazione. Cioè tutto ciò che a questo Paese manca da tempo e che non si vede nemmeno all’orizzonte del governo del popolo, che preferisce però continuare ad avere un popolo senza istruzione.

Daremo battaglia, come abbiamo già fatto contro i disegni scellerati che hanno distrutto la scuola italiana negli scorsi anni.

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Accordo Podemos-Psoe: dalla Spagna una lezione per tutti

Quello che accade in queste ore in Spagna, mi pare questione importante. Podemos firma un accordo di sostegno al governo di Pedro Sánchez, sulla base di quattro punti programmatici secchi e forti: l’aumento dell’imposta patrimoniale, l’innalzamento del salario minimo a 900 euro, il taglio delle tasse universitarie e un programma di edilizia popolare, con investimenti pubblici corposi.

Esattamente ciò che serve nell’Europa che ha impoverito i ceti più deboli. Potremmo definire i contenuti di questo accordo come una piattaforma per la redistribuzione delle risorse economiche dall’alto verso il basso. In Spagna, dimostrano anche di avere un’idea del futuro del paese: diritto alla casa, salari dignitosi, formazione accessibile per tutti e redistribuzione della ricchezza rappresentano scelte giuste e coraggiose per riequilibrare lo stato del Paese. Per riequilibrare la situazione creatasi a causa di chi, in questi anni, si è arricchito in maniera vergognosa sulle spalle di coloro che già soffrivano le condizioni di un sistema produttivo aggressivo e onnivoro.

In tutta evidenza, l’importanza di ciò che accade in Spagna non risiede nell’alleanza in quanto tale. Nei Paesi europei abbiamo assistito per anni allo stringersi di ogni tipo di alleanza, spesso segnate dal politicismo, e ancora oggisi propongono accordi improbabili, privi di contenuto politico e di analisi dei meccanismi regolativi delle economie nazionali ed europee.

Il nodo sta, invece, tutto nei contenuti, che configurano il caso spagnolo come un cambiamento radicale, una cesura con il passato politico in quel Paese e non solo (visto che lo stesso processo ha riguardato l’Italia e l’Europa). Un passato in cui si era puntato tutto sul dimagrimento del ruolo dello Stato e della cosiddetta “spesa pubblica improduttiva”, cioè sui servizi basilari alla persona, e sulla diminuzione delle tasse per ricchi e possidenti, mentre il conto veniva pagato dai soliti noti.

La piattaforma creata da Podemos e socialisti, dunque, mette in crisi l’impianto su cui si è costruito il dominio dei mercati sulla politica e su cui si è basata la nuova ondata del selvaggio capitalismo finanziario, rimettendo al centro l’interesse pubblico.

Da questo punto di vista, l’accordo spagnolo mette in luce ancora una volta la pochezza del dibattito politico italiano, fatto di improbabili “governi del cambiamento”, che continuano a proporre tagli, meno tasse ai ricchi e condoni, con totale assenza di consapevolezza da parte del Pd.

Com’è ovvio che sia, ho molto rispetto per il dibattito interno ad un partito che non è e non è mai stato il mio, ma non posso esimermi dal sottolineare che il livello della discussione nel Partito Democratico appare del tutto insufficiente.

In Italia, il dibattito sulle alleanze è privo di discussioni di metodo e merito. Invocare l’unità diventa un “a priori”, o comunque un invito alla costruzione di grandi alleanze contro l’orda barbarica. Carlo Calenda è, ormai da tempo, in buona compagnia nel proporre larghe e larghissime intese, sotto il patriottico nome di Fronte Repubblicano, il cui solo nome risveglia l’istinto di conservazione. Per altro, se non fosse già abbastanza chiaro quanto inefficace sia questa strada, basti ricordare che in molti territori si sono già sperimentate forme di “ammucchiata” politica, sonoramente bocciate dagli elettori.

Anche nelle parole di Nicola Zingaretti – il candidato alla segreteria Pd che, nella narrazione, viene considerato il rappresentante della sinistra del post-Renzi – non c’è nessuna chiarezza sulle ragioni che hanno determinato la crisi dei partiti socialdemocratici e sulla natura delle scelte che, in nome della compatibilità con i mercati e del primato del governo, hanno sacrificato le istanze delle classi popolari e le lotte di lavoratori, precari e disoccupati. In questo modo, di fatto, si è condiviso l’orizzonte politico e programmatico della destra.

Nessun cenno ai disastri del Jobs Act, alla necessità di rivedere una tassazione che grava su lavoro dipendente e pensionati, all’emergenza casa e dei singoli territori. Il dibattito si mantiene in superficie e mi pare, per quel che mi compete, abbastanza inadeguato alla fase.

Dalla Spagna, come dall’Inghilterra di Jeremy Corbyn e dall’esperienza portoghese, arrivano lezioni da cui tutti potremmo e dovremmo trarre insegnamenti preziosi. Non per il futuro, ma per il presente.

Per questo, la sinistra a cui penso può rigenerarsi e ritrovare una sua dimensione solo creandosi un profilo autonomo e radicalmente alternativo, tanto rispetto all’internazionale delle destre nazionaliste quanto al partito dello spread e dell’establishment, che non vuole mettere in discussione lo status quo. Il tempo è ora.

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Mediterranea, perché noi non giriamo la faccia

Oggi è una giornata importante: Mediterranea Saving Humans è nel Mare Mediterraneo e svolgerà attività di monitoraggio, testimonianza e denuncia di ciò che accade ogni giorno ai migranti in fuga, nell’assenza di soccorsi, nel silenzio e nella complice indifferenza del governo italiano e degli altri Paesi europei.
Si tratta di una straordinaria avventura collettiva, di cui sono garante insieme a Rossella Muroni, Erasmo Palazzotto e Nichi Vendola, e che vede il protagonismo di varie associazioni, Onlus, ONG, tra cui Arci nazionale, Ya Basta di Bologna, Sea-Watch, Banca Etica, i Diavoli e l’impresa sociale Moltivolti di Palermo.
Mediterranea nasce da un’indignazione, quella che proviamo ogni volta davanti alla morte indisturbata di donne, uomini e bambini; nasce dal bisogno di giustizia che ci porta a dire che salvare vite umane è giusto e nasce da un’idea di società che mette al centro il rispetto della vita umana e la sua dignità. Ma, come immaginerete, tenere viva la nostra missione e farla vivere il più a lungo possibile non è cosa semplice: abbiamo bisogno del supporto di ognuno di voi! Ecco cosa potete fare. Potete partecipare alla campagna di crowfounding con un contributo piccolo o grande, in base alle vostre possibilità. Trovate qui tutte le info utili: www.mediterranearescue.org

Tocca a noi, ci mettiamo i corpi.

#savinghumans

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Non mi scandalizzo per il deficit, ma per come viene utilizzato

Il problema non è utilizzare il deficit in sé. Anzi, come diciamo ormai da tempo, dopo anni di terribile austerity, è anche il caso di iniziare ad abbattere alcuni totem che persino Prodi aveva definito stupidi. E chi oggi, in nome del mantra dei mercati, spera nell’assalto all’Italia e al suo debito, per attaccare il governo, commette l’ennesimo errore politico.

Il punto è cosa ci fai con quel deficit.

Se lo si utilizza interamente per la spesa corrente, come pensano di fare, e quindi per Flat tax, reddito (nella forma un po’ bislacca dei 5 stelle), e così via, il risultato non può che essere negativo. Anche di fronte a scelte come quelle sulle pensioni e sul reddito che vanno invece nella giusta direzione.

Servirebbe piuttosto un robusto piano di investimenti pubblici di cui, però, non si vede traccia. E servirebbe, soprattutto, il coraggio di aggredire l’enorme diseguaglianza che si è accumulata sulle spalle del lavoro e della parte produttiva del Paese. Una gigantesca quantità di ricchezza trasferita alla rendita e alla speculazione. Insomma, una patrimoniale con cui finanziare la redistribuzione verso il basso necessaria a chi, dopo anni di crisi, ha bisogno di risposte immediate e urgenti.

Nel frattempo, rimane in campo l’ingiustizia sociale di questa Italia.

C’è chi non paga un centesimo di tasse, pur avendo enormi capitali a disposizione e da anni si arricchisce sulla pelle di lavoratori, pensionati e disoccupati.

Ricordo inoltre che in Italia si evadono 110 miliardi l’anno (più o meno 3 manovre finanziarie), che spendiamo 70 milioni di euro al giorno per spese militari, che ci sono grandi patrimoni accumulati nelle mani del 1% della popolazione italiana, concessioni statali a prezzi di saldo, grandi opere inutili.

Infine, c’è un punto che andrebbe chiarito: nel Programma nazionale delle riforme che accompagna il DEF, si parla di un taglio di 5 miliardi a sanità, welfare, scuola, servizi.

Si finanzia la flat tax con i soldi tolti al welfare?

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Al fianco di Franco, licenziato perché ammalato

Nel marzo 2017 Franco Minutiello è stato licenziato dalla Teknoservice di Piossasco, in Piemonte, perché ammalato di Parkinson. Secondo l’azienda non c’erano più, nello stabilimento, mansioni adeguate alle sue condizioni di salute. Una tragedia nella tragedia.
Il 9 luglio scorso il Tribunale del Lavoro di Ivrea ha dichiarato il licenziamento illegittimo e ha ordinato all’azienda di reintegrare Franco e di restituirgli gli stipendi arretrati. Ma quella sentenza è rimasta lettera morta perché fino ad oggi l’operaio non ha riavuto né il posto di lavoro né gli stipendi arretrati.
Per questo ho presentato, insieme a Federico Fornaro, una interrogazione al governo, per chiedere un intervento deciso nei confronti di quelle aziende, troppe, che non attuano in tempi brevi o addirittura rifiutano di attuare le sentenze dei giudici del lavoro. Chiederemo risposta fino al reintegro di Franco, perché abbia la tranquillità e la giustizia che merita.

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Salvini rischia di fare un favore alle mafie

Finalmente il ministro dell’Interno interviene sul tema mafia! E sapete come?

Nella bozza del decreto sicurezza prevede che i beni confiscati alle mafie possano essere venduti all’asta ai privati, se non vengono utilizzati dagli enti locali. Ma si omette di specificare che gli enti locali non hanno un centesimo a disposizione e che la difficoltà di riutilizzare i beni confiscati alle mafie dipendono proprio dall’indisponibilità economica dei Comuni e degli Enti locali.

Avesse voluto fare un’operazione che per davvero contrastava la criminalità organizzata e consentiva alle comunità locali di riappropriarsi di spazi di legalità e di riutilizzare i beni a fini sociali e di sviluppo, avrebbe dovuto semplicemente mettere qualche milione di euro a disposizione dei comuni e organizzare il riutilizzo dei beni.

E invece no.

Propone un enorme regalo ai privati, che rischia di trasformarsi in un vantaggio alle organizzazioni criminali che potranno così riacquistare i beni che gli vengono confiscati, attraverso i diversi prestanome di cui le mafie dispongono e che molto spesso si infiltrano anche in fondazioni, enti bancari, grandi agenzie immobiliari.

Davvero un occhio di riguardo alla sicurezza.