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Accordo Podemos-Psoe: dalla Spagna una lezione per tutti

Quello che accade in queste ore in Spagna, mi pare questione importante. Podemos firma un accordo di sostegno al governo di Pedro Sánchez, sulla base di quattro punti programmatici secchi e forti: l’aumento dell’imposta patrimoniale, l’innalzamento del salario minimo a 900 euro, il taglio delle tasse universitarie e un programma di edilizia popolare, con investimenti pubblici corposi.

Esattamente ciò che serve nell’Europa che ha impoverito i ceti più deboli. Potremmo definire i contenuti di questo accordo come una piattaforma per la redistribuzione delle risorse economiche dall’alto verso il basso. In Spagna, dimostrano anche di avere un’idea del futuro del paese: diritto alla casa, salari dignitosi, formazione accessibile per tutti e redistribuzione della ricchezza rappresentano scelte giuste e coraggiose per riequilibrare lo stato del Paese. Per riequilibrare la situazione creatasi a causa di chi, in questi anni, si è arricchito in maniera vergognosa sulle spalle di coloro che già soffrivano le condizioni di un sistema produttivo aggressivo e onnivoro.

In tutta evidenza, l’importanza di ciò che accade in Spagna non risiede nell’alleanza in quanto tale. Nei Paesi europei abbiamo assistito per anni allo stringersi di ogni tipo di alleanza, spesso segnate dal politicismo, e ancora oggisi propongono accordi improbabili, privi di contenuto politico e di analisi dei meccanismi regolativi delle economie nazionali ed europee.

Il nodo sta, invece, tutto nei contenuti, che configurano il caso spagnolo come un cambiamento radicale, una cesura con il passato politico in quel Paese e non solo (visto che lo stesso processo ha riguardato l’Italia e l’Europa). Un passato in cui si era puntato tutto sul dimagrimento del ruolo dello Stato e della cosiddetta “spesa pubblica improduttiva”, cioè sui servizi basilari alla persona, e sulla diminuzione delle tasse per ricchi e possidenti, mentre il conto veniva pagato dai soliti noti.

La piattaforma creata da Podemos e socialisti, dunque, mette in crisi l’impianto su cui si è costruito il dominio dei mercati sulla politica e su cui si è basata la nuova ondata del selvaggio capitalismo finanziario, rimettendo al centro l’interesse pubblico.

Da questo punto di vista, l’accordo spagnolo mette in luce ancora una volta la pochezza del dibattito politico italiano, fatto di improbabili “governi del cambiamento”, che continuano a proporre tagli, meno tasse ai ricchi e condoni, con totale assenza di consapevolezza da parte del Pd.

Com’è ovvio che sia, ho molto rispetto per il dibattito interno ad un partito che non è e non è mai stato il mio, ma non posso esimermi dal sottolineare che il livello della discussione nel Partito Democratico appare del tutto insufficiente.

In Italia, il dibattito sulle alleanze è privo di discussioni di metodo e merito. Invocare l’unità diventa un “a priori”, o comunque un invito alla costruzione di grandi alleanze contro l’orda barbarica. Carlo Calenda è, ormai da tempo, in buona compagnia nel proporre larghe e larghissime intese, sotto il patriottico nome di Fronte Repubblicano, il cui solo nome risveglia l’istinto di conservazione. Per altro, se non fosse già abbastanza chiaro quanto inefficace sia questa strada, basti ricordare che in molti territori si sono già sperimentate forme di “ammucchiata” politica, sonoramente bocciate dagli elettori.

Anche nelle parole di Nicola Zingaretti – il candidato alla segreteria Pd che, nella narrazione, viene considerato il rappresentante della sinistra del post-Renzi – non c’è nessuna chiarezza sulle ragioni che hanno determinato la crisi dei partiti socialdemocratici e sulla natura delle scelte che, in nome della compatibilità con i mercati e del primato del governo, hanno sacrificato le istanze delle classi popolari e le lotte di lavoratori, precari e disoccupati. In questo modo, di fatto, si è condiviso l’orizzonte politico e programmatico della destra.

Nessun cenno ai disastri del Jobs Act, alla necessità di rivedere una tassazione che grava su lavoro dipendente e pensionati, all’emergenza casa e dei singoli territori. Il dibattito si mantiene in superficie e mi pare, per quel che mi compete, abbastanza inadeguato alla fase.

Dalla Spagna, come dall’Inghilterra di Jeremy Corbyn e dall’esperienza portoghese, arrivano lezioni da cui tutti potremmo e dovremmo trarre insegnamenti preziosi. Non per il futuro, ma per il presente.

Per questo, la sinistra a cui penso può rigenerarsi e ritrovare una sua dimensione solo creandosi un profilo autonomo e radicalmente alternativo, tanto rispetto all’internazionale delle destre nazionaliste quanto al partito dello spread e dell’establishment, che non vuole mettere in discussione lo status quo. Il tempo è ora.

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Mediterranea, perché noi non giriamo la faccia

Oggi è una giornata importante: Mediterranea Saving Humans è nel Mare Mediterraneo e svolgerà attività di monitoraggio, testimonianza e denuncia di ciò che accade ogni giorno ai migranti in fuga, nell’assenza di soccorsi, nel silenzio e nella complice indifferenza del governo italiano e degli altri Paesi europei.
Si tratta di una straordinaria avventura collettiva, di cui sono garante insieme a Rossella Muroni, Erasmo Palazzotto e Nichi Vendola, e che vede il protagonismo di varie associazioni, Onlus, ONG, tra cui Arci nazionale, Ya Basta di Bologna, Sea-Watch, Banca Etica, i Diavoli e l’impresa sociale Moltivolti di Palermo.
Mediterranea nasce da un’indignazione, quella che proviamo ogni volta davanti alla morte indisturbata di donne, uomini e bambini; nasce dal bisogno di giustizia che ci porta a dire che salvare vite umane è giusto e nasce da un’idea di società che mette al centro il rispetto della vita umana e la sua dignità. Ma, come immaginerete, tenere viva la nostra missione e farla vivere il più a lungo possibile non è cosa semplice: abbiamo bisogno del supporto di ognuno di voi! Ecco cosa potete fare. Potete partecipare alla campagna di crowfounding con un contributo piccolo o grande, in base alle vostre possibilità. Trovate qui tutte le info utili: www.mediterranearescue.org

Tocca a noi, ci mettiamo i corpi.

#savinghumans

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Non mi scandalizzo per il deficit, ma per come viene utilizzato

Il problema non è utilizzare il deficit in sé. Anzi, come diciamo ormai da tempo, dopo anni di terribile austerity, è anche il caso di iniziare ad abbattere alcuni totem che persino Prodi aveva definito stupidi. E chi oggi, in nome del mantra dei mercati, spera nell’assalto all’Italia e al suo debito, per attaccare il governo, commette l’ennesimo errore politico.

Il punto è cosa ci fai con quel deficit.

Se lo si utilizza interamente per la spesa corrente, come pensano di fare, e quindi per Flat tax, reddito (nella forma un po’ bislacca dei 5 stelle), e così via, il risultato non può che essere negativo. Anche di fronte a scelte come quelle sulle pensioni e sul reddito che vanno invece nella giusta direzione.

Servirebbe piuttosto un robusto piano di investimenti pubblici di cui, però, non si vede traccia. E servirebbe, soprattutto, il coraggio di aggredire l’enorme diseguaglianza che si è accumulata sulle spalle del lavoro e della parte produttiva del Paese. Una gigantesca quantità di ricchezza trasferita alla rendita e alla speculazione. Insomma, una patrimoniale con cui finanziare la redistribuzione verso il basso necessaria a chi, dopo anni di crisi, ha bisogno di risposte immediate e urgenti.

Nel frattempo, rimane in campo l’ingiustizia sociale di questa Italia.

C’è chi non paga un centesimo di tasse, pur avendo enormi capitali a disposizione e da anni si arricchisce sulla pelle di lavoratori, pensionati e disoccupati.

Ricordo inoltre che in Italia si evadono 110 miliardi l’anno (più o meno 3 manovre finanziarie), che spendiamo 70 milioni di euro al giorno per spese militari, che ci sono grandi patrimoni accumulati nelle mani del 1% della popolazione italiana, concessioni statali a prezzi di saldo, grandi opere inutili.

Infine, c’è un punto che andrebbe chiarito: nel Programma nazionale delle riforme che accompagna il DEF, si parla di un taglio di 5 miliardi a sanità, welfare, scuola, servizi.

Si finanzia la flat tax con i soldi tolti al welfare?

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Al fianco di Franco, licenziato perché ammalato

Nel marzo 2017 Franco Minutiello è stato licenziato dalla Teknoservice di Piossasco, in Piemonte, perché ammalato di Parkinson. Secondo l’azienda non c’erano più, nello stabilimento, mansioni adeguate alle sue condizioni di salute. Una tragedia nella tragedia.
Il 9 luglio scorso il Tribunale del Lavoro di Ivrea ha dichiarato il licenziamento illegittimo e ha ordinato all’azienda di reintegrare Franco e di restituirgli gli stipendi arretrati. Ma quella sentenza è rimasta lettera morta perché fino ad oggi l’operaio non ha riavuto né il posto di lavoro né gli stipendi arretrati.
Per questo ho presentato, insieme a Federico Fornaro, una interrogazione al governo, per chiedere un intervento deciso nei confronti di quelle aziende, troppe, che non attuano in tempi brevi o addirittura rifiutano di attuare le sentenze dei giudici del lavoro. Chiederemo risposta fino al reintegro di Franco, perché abbia la tranquillità e la giustizia che merita.

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Salvini rischia di fare un favore alle mafie

Finalmente il ministro dell’Interno interviene sul tema mafia! E sapete come?

Nella bozza del decreto sicurezza prevede che i beni confiscati alle mafie possano essere venduti all’asta ai privati, se non vengono utilizzati dagli enti locali. Ma si omette di specificare che gli enti locali non hanno un centesimo a disposizione e che la difficoltà di riutilizzare i beni confiscati alle mafie dipendono proprio dall’indisponibilità economica dei Comuni e degli Enti locali.

Avesse voluto fare un’operazione che per davvero contrastava la criminalità organizzata e consentiva alle comunità locali di riappropriarsi di spazi di legalità e di riutilizzare i beni a fini sociali e di sviluppo, avrebbe dovuto semplicemente mettere qualche milione di euro a disposizione dei comuni e organizzare il riutilizzo dei beni.

E invece no.

Propone un enorme regalo ai privati, che rischia di trasformarsi in un vantaggio alle organizzazioni criminali che potranno così riacquistare i beni che gli vengono confiscati, attraverso i diversi prestanome di cui le mafie dispongono e che molto spesso si infiltrano anche in fondazioni, enti bancari, grandi agenzie immobiliari.

Davvero un occhio di riguardo alla sicurezza.

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Di Genova resta una foto, un modellino e un salotto

Avevo scritto all’indomani della tragedia che il ponte Morandi crollato a Genova era la fotografia della storia degli ultimi 30 anni del nostro Paese: la favoletta raccontata per anni che il privato era meglio del pubblico, con i regali elargiti alle grandi aziende che hanno privatizzato i profitti e socializzato le perdite. E i disastri.

E non mi stupisce, ma rattrista che sulle macerie di quel ponte in queste settimane si sia innescata una guerra furibonda, nelle istituzioni e nella politica, solo alla ricerca di un qualche riflettore o passaggio tv.

Il solito salotto, i soliti modellini, le solite facce.

Questo è tutto ciò che resta dopo “trenta” giorni dal disastro di Genova.

Dichiarazioni roboanti, dichiarazioni di guerra all’accumulazione di guadagni a scapito delle persone, promesse di rivoluzione. Nelle ore immediatamente successive alla tragedia le parole del governo correvano veloci addirittura la revoca della concessione. Ricordate il presidente del Consiglio che afferma, non aspetteremo i tempi della giustizia? Si parlava addirittura di nazionalizzazione.

E, devo dirlo, davanti al dramma del crollo e a tutto quello che quel crollo ha scoperchiato sul terreno del rapporto tra pubblico e privato, affermazioni in buona parte condivisibili. Almeno dal mio punto di vista. Ma dopo le parole ci sono i fatti.

E nei fatti, non c’è ancora un commissario, non c’è alcuna decisione su chi costruirà, con quali soldi e cosa.

Non c’è alcuna certezza sul destino degli sfollati. Non c’è nemmeno la revoca.

Resta una foto ricordo, con un modellino e un salotto.

Un film già visto fin troppe volte.

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Morire su un motorino per 20 euro…

Qualche giorno fa, nel silenzio della politica, si è consumata l’ennesima tragedia sul lavoro.

Un giovane di 29 anni, a Pisa, la mia città, è morto schiantandosi con il suo motorino, al secondo giorno di prova per una piccola azienda di ristorazione, per i quali consegnava cibo a domicilio attraverso lo stesso pub o tramite un sito terzo.

Maurizio Cammillini, questo il nome del giovane, avrebbe fatto qualunque cosa pur di pagarsi l’affitto di casa ed evitare di pesare sulla famiglia o sulla rete di amici che aveva. Secondo i racconti della sorella, “qualunque cosa e a qualunque costo”. Il manifesto drammatico di un’intera generazione, più che la condizione di Maurizio, che non poteva permettersi nemmeno un minuto di ritardo fra una consegna e l’altra, pena il posto di lavoro tanto desiderato.

È quello che accade e che vivono ogni giorno milioni di giovani di questo paese, cresciuti con l’idea che devono adattarsi, che devono dare sempre di più per vedersi riconfermato uno straccio di contratto a tempo determinato. Che è meglio non rivendicare un bel nulla, altrimenti “ne trovo altri cento come te, disposti a lavorare”.

Giovani più o meno formati che vivono con la convinzione di avere una costante tara nelle proprie capacità e di non essere sufficientemente “performanti”. Come un treno di gomme da Formula 1. Quando si usurano le cambi.

Sono storie di cui buona parte della politica non sa nulla. Fino a che non accade un disastro e allora si fa luce, si indaga, ci si addentra nella vita quotidiana e si scopre che il giorno prima, ad esempio, a Maurizio erano stati tolti 3 euro dalla sua paga di 20 euro giornaliere (20 euro, ripeto, 20 euro …), perché aveva consegnato una pizza in ritardo.

Si scopre che era in prova, ma senza uno straccio di contratto. Insomma lavorava in nero.

Si scopre che non solo è tornato con violenza il lavoro a cottimo, dopo anni e anni di battaglie furiose di quelli con le tute blu alle catene di montaggio, ma che è persino l’unica modalità con cui migliaia di giovani oggi lavorano in Italia.

Se consegni in tempo, se vendi, se chiudi qualche contratto al telefono, se rendi per come intendo io, ti pago (poco), altrimenti ti tolgo soldi.

Altro che “lavoretti”, come li chiama chi da questi “lavoretti” fa lauti guadagni. C’è un mondo ormai che si muove in queste condizioni. Senza diritti, senza reddito, senza alcun riconoscimento di status. Sono le vittime della nuova frontiera dell’economia, i fantasmi della gig economy.

Non sono lavoratori autonomi, come vorrebbero far credere i proprietari delle piattaforme. Ci sono algoritmi che ne comandano tempi di lavoro, di consegna e di vita. E a poco serve trincerarsi dietro la non obbligatorietà per i lavoratori di accettare di fare consegne per una o più giornate. Perché se ti rifiuti non hai un minimo salariale a pararti e perché se non sei presente, l’algoritmo ti cancella dalle opzioni. Quindi o lavori, o sparisci.

Recentemente è stato approvato dal governo il cosiddetto “decreto dignità“, che non modifica in nulla la situazione dei lavoratori della gig economy, oltre ad essere molto blando sul contrasto alla precarietà dei contratti di lavoro.

È ripreso ieri il tavolo che il Mise aveva aperto nei mesi scorsi con le parti datoriali e le organizzazioni sindacali per provare a regolamentare il settore della gig economy. Un tavolo che procede troppo lentamente, la situazione non può attendere oltre, se non vogliamo continuare a leggere di storie come quella di Maurizio.

Di Maio faccia un decreto e legiferi a riguardo. E serve un contratto nazionale di categoria, che stabilisca diritti e riconosca ai “fantasmi della gig economy” lo status di lavoratori subordinati. Con tutte le tutele del caso.

Noi offriremmo la più ampia collaborazione, perché un’intera generazione smetta di sentirsi costretta a fare “qualunque cosa, a qualunque costo”. Perché spesso il costo diventa troppo salato. E inaccettabile.

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La nostra battaglia resta sempre quella della riduzione del tempo di lavoro senza che venga intaccato il salario

Chiaro e secco.
Concordo con la proposta di chiusura dei centri commerciali nelle domeniche e nei giorni festivi.
È una battaglia che abbiamo portato avanti in questi anni, nei territori, al fianco dei lavoratori che con la liberalizzazione degli orari di apertura fatta dal governo Monti (e sostenuta da quasi tutta la politica) hanno visto ridursi i loro spazi di libertà, senza nemmeno aver visto crescere il proprio reddito.
I lavoratori hanno conosciuto solo una riduzione della propria libertà, dei propri diritti e un peggioramento delle qualità della vita.
Se la proposta arriverà in Parlamento la valuteremo attentamente e se ben fatta la sosterremo.
Il nostro obiettivo, la nostra battaglia resta sempre quella della riduzione del tempo di lavoro per le persone, senza che venga intaccato il salario.
Riprendiamoci ciò che ci è stato tolto.

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I servizi pubblici essenziali non possono essere la rendita garantita per pochi

Il ponte crollato a Genova, con le sue nefaste conseguenza, è la fotografia della storia degli ultimi 30 anni del nostro Paese. La favoletta raccontata per anni che il privato era meglio del pubblico, i regali elargiti alle grandi aziende che hanno privatizzato i profitti e socializzato le perdite. E i disastri.

Mi stupisce pure che sulle macerie di quel ponte, e di un bel pezzo delle vicende d’Italia, si sia innescata una guerra furibonda alla ricerca delle responsabilità politiche, che in realtà sono ben distribuite fra tutti i soggetti in campo. Fra chi ha direttamente privatizzato, chi ha concesso beni pubblici a esclusivo appannaggio dei privati, chi non ha controllato, chi come Matteo Salvini ha votato per rendere sempre più vantaggiose quelle concessioni, e chi ancora oggi rivendica le “privatizzazioni ben fatte” degli anni precedenti.

Ricordo, a tal proposito, il discorso di insediamento da Presidente del Consiglio di Matteo Renzi alla Camera dei Deputati, che rivendicava come tratto distintivo della sua visione politica, cito testualmente, “la madre di tutte le privatizzazioni, quella del Nuovo Pignone”. Pur non essendo stato lui direttamente coinvolto nella cosa per motivi anagrafici, Renzi sceglieva nel 2014 di parlare di una privatizzazione “ben fatta”, a suo dire.

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A bordo di Open Arms, stanotte salvate 87 persone in acque internazionali

31 Luglio

Il mare è una tavola. Condizioni perfette mi dicono sulla nave. Ma non avvistiamo nulla. E così succede anche al colibrì che ci passa vicino quasi per salutarci. La giornata corre veloce. A pranzo festeggiamo con una spaghettata il compleanno di Marina, l’infermiera italiana che con Giovanna (che compirà gli anni tra due giorni) compone lo staff medico.

1 Agosto

La giornata comincia come al solito alle 6. E scorre via veloce. Il mare è una tavola ma come è successo ieri non vediamo nulla. Né sul radar, ne con l’osservazione diretta. Anche il colibrì, che oggi vola ancora, non ha nulla da segnalare al termine del suo giro.

Verso le 17 il capitano concede un bagno all’equipaggio. Fermiamo la nave e caliamo una scaletta di corda. È un momento di gioia un po’ per tutti. Stare così tanto in mezzo al mare e non poterlo quasi toccare è una esperienza nuova, e strana, per chi, come me, lo ama così tanto. È un modo, quello del capitano, per fare un regalo a ragazzi e ragazze, che ormai da più di dieci giorni sono qui, lavorando ogni giorno senza mai fermarsi. Anche questa giornata sembra destinata a finire come quella precedente. E a guardare il mare, appare chiaro come a terra ci sia chi decide quando e come bloccare le partenze.

Alle 22, improvvisamente, cambia tutto. Riceviamo via radio la chiamata da parte di un mercantile (Adamel) che ci comunica le coordinate di un rubber boat in difficoltà che ha a sua volta ricevuto, dalla guardia costiera libica. Pochi minuti dopo arriva sul telefono satellitare una chiamata dei libici che ci danno nuove coordinate (circa 7 miglia dal primo punto) del rubber boat. In difficoltà. Fermo e con persone a bordo. Ci chiedono di intervenire. Quasi contemporaneamente un messaggio sul sistema INMARSAT da MRCC Roma dirama il messaggio su richiesta dei Libici, confermando l’indicazione.

Invertiamo la rotta e Marc, il capitano, porta la velocità al massimo. 11 nodi. Poi quasi 12. Ma dalla sala macchine avvertono che i motori si stanno surriscaldando. Riduciamo un po’ la velocità. Siamo a quasi 30 miglia. Poco meno di 3 ore.

2 agosto

Intorno alle 23,30 lanciamo i ribh per raggiungere più velocemente il punto indicato. Partono carichi di centinaia di giubbotti. Non sappiamo quante persone ci siano a bordo.

Ore 00.17 Eco 1 (uno dei due gommoni da ricerca e salvataggio della Open Arms) ci comunica che ha individuato il rubber boat. Sta convergendo anche Eco 2.

E noi siamo a poco meno di 20 minuti. Dalla nave comunicano le informazioni. I gommoni distribuiscono prima di tutto i giubbotti. Ci comunicano che si tratta di un gommone bianco. La raccomandazione che arriva da qui è di spiegare alle persone chi siamo e cosa facciamo. Di spiegare che non siamo Libici. Di tranquillizzarli. Due immigrati si sono buttati in acqua. Poi altri. Dalle ribh percepiamo tensione. Questa fase del salvataggio è forse la più delicata. Il rischio che l’agitazione provochi movimenti improvvisi e che il gommone possa rovesciarsi è alto.

Ore 1:53. Operazione conclusa. 87 a bordo della Open Arms. Stanno tutti bene. Recuperate le ribh. Terminato il triage. Non dimenticherò mai gli occhi di quelli che ho tirato a bordo. 84 vengono dal Sudan. Molti dal Darfur. Poi un Egiziano, un Siriano e un Gambiano. Ad un primo esame 8 sono minori. Due accompagnati dal padre. 6 non accompagnati. Appena saliti tutti i migranti hanno ricevuto una bottiglietta di acqua. Subito dopo abbiamo diviso dagli altri quelli con abiti impregnati di benzina. Nella fila che organizza l’arrivo a bordo, la dottoressa e l’infermiera di turno, annusano letteralmente gli abiti all’altezza dei glutei e del lato posteriore della gamba. Le parti più esposte al contatto con il carburante. Quando è prolungato provoca, in poco tempo, ustioni chimiche molto serie sulla pelle. A loro si fa una doccia con un sapone apposito e si fornisce un pigiama al posto dei vestiti.

Finita questa operazione a ciascuno è stata riempita nuovamente la bottiglietta e consegnata una barretta ad alto contenuto energetico. Nel frattempo, Riccardo ha comunicato telefonicamente e via mail l’esito dell’intervento a tutte le autorità di riferimento. Spagnole, Italiane (che ci hanno comunicato di rivolgerci ai Libici) e Libiche.

Erano in mare da due giorni. Senza acqua. Pensiamo che si tratti di uno dei tre gommoni su cui era stato lanciato l’allarme SAR di lunedì. Quello che ha coinvolto la Asso 28. Lo stesso allarme che i Libici avevano dichiarato chiuso invitandoci ad allontanarci dalla zona. Alle 3:11 questa prima fase dell’operazione è quasi terminata. Tra poco si organizzano i turni per la notte. La professionalità di chi lavora su questa nave è impressionante.

Ore 5:47. Sono in coperta. Ho dormito poco più di un’ora. Il mio turno di guardia ora si svolge qui. Più che una guardia si tratta di un turno di cura. Serve a rispondere a eventuali problemi o esigenze dei ragazzi. Dormono tutti. Avvolti nelle coperte che gli abbiamo distribuito.

Proprio vicino a me due dei più giovani. Dormono insieme. Una coperta a terra e una per coprirsi. Uno è il nipote dell’altro. Giovanna, a cui do il cambio, mi dice che questo per loro è il primo vero sonno da tanto tempo. Non solo per le 48 ore o forse più, passate in mare. Ma perché nel loro lungo viaggio, cominciato molto prima di imbarcarsi, per la prima volta, si sentono protetti, al sicuro.

I soccorritori e i giornalisti che ieri sera hanno effettuato il trasbordo con le ribh e che per primi sono arrivati al rubber boat, al ritorno ci hanno fatto tutti lo stesso racconto. Il primo impatto. I ragazzi che si ritraggono. Qualcuno che si getta in mare. Tutti che gridano “no Libia, no Libia”.

Panama (è il suo soprannome, si chiama Xavier ), un soccorritore volontario che fa il turno con me, ieri sera davanti al terrore di uno dei ragazzi si è tolto il casco, per mostrare i suoi capelli biondi e la sua cresta. Per dimostrare di non essere un libico. Panama ha 25 anni, viene da Madrid, e frequenta l’ultimo anno di un corso di laurea in marketing. Nel frattempo lavora come barman, o dove può, per mantenersi. Un tipico radical chic insomma.

Poco dopo l’inizio del turno vado in cucina a preparare il the. Un enorme pentolone. E molto zucchero. Una volta pronto ci organizziamo in tre. Io, Panama e Carlitos (il marinaio tuttofare della nave). Io distribuisco il the, Panama due gallette di riso a testa, Carlitos disegna un cerchietto sui braccialetti che abbiamo messo ai loro polsi ieri sera. Così siamo in grado di tenere il conto e di dare un ordine alla distribuzione della colazione. 87 bicchieri di The. 174 gallette. Chiedo ad un ragazzo vicino a me di aiutarmi. Sorride. Si mette li, mi passa i bicchieri. Diventa tutto più fluido e veloce .

Ora, dopo la fine del mio turno, mi preparo per allestire il pranzo dell’equipaggio. Altri si occuperanno di preparare riso e purè per tutti i ragazzi in coperta. Mentre attendiamo indicazioni sul coordinamento della fase successiva continuiamo la nostra attività di pattugliamento. Le condizioni meteo restano ottime ed è possibile che nelle prossime ore ci siano altri interventi da fare….