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Clima da fine ‘800

Alex Villarboito è responsabile della sicurezza per i lavoratori nella Sacal Alluminio di Carisio, nel vercellese.
Qualche giorno fa ha denunciato le scarse misure di sicurezza, a seguito di un incidente e l’azienda per tutta risposta lo licenzia.

Non è più nemmeno possibile chiedere sicurezza per sé e per i propri colleghi?
I lavoratori sono sottoposti a un clima da fine ‘800 in cui sei obbligato a rispondere al padrone del vapore oppure ridotto al silenzio.
Adesso l’azienda dovrà rispondere della mia interrogazione al governo.
Ad Alex la nostra vicinanza e la disponibilità per qualunque iniziativa, anche legale. Noi ci siamo.

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Docenti diplomati magistrali in sciopero della fame. Serve soluzione, subito un testo decreto

Dopo mesi e mesi di proteste e di promesse da tutte le parti, dopo la surreale vicenda che li ha investiti dalla sentenza del Consiglio di Stato del dicembre scorso, ora i docenti diplomati magistrali sono costretti a fare lo sciopero della fame per ricordare al mondo della politica che non è ancora stata trovata una soluzione.

Sono migliaia i docenti a rischio di licenziamento migliaia di persone che garantiscono da anni la scuola a decine di migliaia di bambini, una continuità didattica che rischia di non proseguire il prossimo anno. Serve una soluzione, al più presto.

Da settimane gli esponenti di Liberi e Uguali avanzano una proposta, che rinnovo anche io oggi: le forze politiche concordino insieme al governo il testo di un decreto per confermare i docenti coinvolti. Serve solo la volontà di affrontare e risolvere questa emergenza.

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Abbiamo Forza!

Ci sono giornate in cui senti davvero che la politica può generare energie straordinarie. Oggi è una di queste: abbiamo presentato i 22 progetti di solidarietà sociale e mutualismo finanziati attraverso il bando Forza! con i versamenti dei parlamentari di Sinistra Italiana. Anche grazie a noi, ai 100.000 euro di finanziamenti che abbiamo assegnato, in provincia di Teramo, in una zona colpita dal terremoto, nascerà il primo campeggio ecosostenibile della Regione Abruzzo. È una bella iniziativa, che sviluppa l’idea di un turismo eco-sostenibile e creerà posti di lavoro in una zona difficile. E ancora, alla periferia di Roma, finanziamo Nonna Roma, un banco di mutuo soccorso e un’osteria che assistono centinaia di famiglie indigenti, danno vita ad una socialità diversa e producono occasioni di impiego per persone in difficoltà lavorativa. Ce ne sono altri 20, un po’ in tutta Italia. E oggi quando li ho incontrati ho sentito che avevamo riunito nella stessa stanza molti giovani e molte persone con idee importanti da mettere in campo.
Dobbiamo e vogliamo andare avanti, anche perché purtroppo non siamo riusciti a finanziare molti altri progetti di valore che pure ci erano stati inviati da associazioni e gruppi che voglio ringraziare di cuore.
Andare avanti quindi per noi è importante, troveremo il modo con creatività e impegno per reperire le risorse che servono. Nel frattempo tutti voi potete contribuire in un modo che non vi costa nulla, ma che vale tanto: donando con la dichiarazione dei redditi il vostro 2×1000 a Sinistra Italiana. Basta scrivere il codice T44.
Insistiamo. Costruiamo. Innoviamo. Non possiamo fermarci: c’è un mondo intero da cambiare.

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Aiuto, è scomparsa la politica. E con essa la vita delle persone

Le ha fatto posto un penoso teatrino di voltafaccia e giravolte, che non affronta mai il merito delle questioni. Anzi, come nel peggiore stile del gattopardismo all’italiana, la sensazione più forte che lascia questa settimana di consultazioni per la formazione del governo, è che tutto è cambiato proprio per non cambiare nulla.

Il Partito Democratico continua a non voler scoprire le carte e, nonostante le dimissioni di Renzi dalla guida del partito, prosegue in una assurda chiusura preventiva a ogni tipo di confronto sul merito delle questioni, come se in discussione non ci fossero i problemi dei cittadini italiani, ma il consolidamento (o il cambiamento) di assetti di potere che parlano esclusivamente al ristretto giro della politica di palazzo. Non una proposta, non un punto serio su cui dibattere per la formazione del nuovo governo. Solo continuità con una stagione che dovrebbe essere sepolta.

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Perché si può ridurre l’orario di lavoro, senza tagliare il salario

“Bisogna aumentare l’età pensionabile!”, è il ritornello della politica italiana.

La ragione è sempre la stessa: i bilanci, i conti. Un po’ le stesse ragioni che spingono i grandi centri commerciali a restare aperti a ferragosto, a Natale, a Pasqua e durante tutte le festività, costringendo i lavoratori a lavorare, mentre dovrebbero avere il diritto di condividere con le famiglie e con chi gli pare, un tempo di libertà sacrosanto.

Ma c’è una volta in cui la politica si preoccupi del bilancio della vita delle persone? Quanto meno, una volta in cui ci si ponga una domanda rispetto all’andamento della vita delle persone che lavorano in questo paese e delle persone che lavorano in maniera saltuaria o non lavorano proprio?

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Da sinistra, un reddito per vivere

Se c’è un errore capitale che si può compiere quando si discute di “lavoro” è proprio quello di astrarlo dalla sua storicità e concretezza, di farlo diventare “il Lavoro”, valore ideale e trascendente la realtà, metafisica slegata dalla determinazione dei rapporti sociali e di potere che lo qualificano. Così facendo ci si condanna a non comprendere appieno le valenze dell’epoca di trasformazioni produttive, e delle loro conseguenze per l’intera società, che stiamo vivendo e subendo.E soprattutto si rischia assai di perdere di vista la condizione reale delle donne e degli uomini che lavorano, trasfigurandoli in immagini idealizzate o cristallizzate in santini del passato. Credo che qui, proprio qui si sia incistata una, non l’unica ma forse la principale delle cause della crisi, di radicamento, consenso e prospettive della sinistra. O meglio di tutte le sinistre, sociali e politiche, socialdemocratiche o radicali che fossero. Succede quando si continua a pensare politicamente, e quindi a immaginare soggetti, modelli organizzativi, rivendicazioni e proposte, tutti riferiti a un modo di produrre e di lavorare che non corrisponde più alle sue forme contemporanee. Magari anche quando i comparti e i settori, i luoghi e le mansioni possono, a uno sguardo disattento e superficiale, apparire quelli di sempre.

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Noi in campo contro le diseguaglianze

In questo paese c’è una vera grande emergenza si chiama diseguaglianza.

Diseguaglianza significa non poter più accedere alle cure perché non te le puoi più permettere.

Diseguaglianza significa non poter andare più all’Università, lasciare la scuola.

Diseguaglianza significa non aver diritto aa un asilo che renda libere le donne e che consenta ai bambini di costruire il proprio percorso di cittadinanza.

Diseguaglianza significa un lavoro precario, incerto, sottopagato, sfruttato perfino gratuito, un lavoro povero.

Diseguaglianza significa una prospettiva di vecchiaia senza sicurezza e senza protezione.

Liberi e Uguali è in campo per battersi contro tutto questo. Per dire che l’Italia riparte se rimette al centro i diritti delle persone in carne e ossa. Se lavora per estenderli i diritti invece che ridurli. Per aumentare il reddito a chi non ce la fa, per garantire una pensione dignitosa. Per garantire un lavoro continuo e sicuro.

Liberi e Uguali è in campo perché torni una grande politica di investimenti pubblici che faccia ripartire l’economia nel segno della conversione ecologica.

Siamo in campo per cambiare un paese che non funziona. Per farlo nel segno dei molti e non dei pochi.

Il 4 marzo si avvicina e occorre utilizzare tutto il tempo disponibile per dare a questo impegno, non a noi, la forza necessaria per cambiare il Paese e la vita di tutti e di tutte.

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E’ meglio comprare ecografi o bombardieri?

Uno dei capisaldi della proposta politica di Liberi e Uguali è ripartire dall’universalismo dei diritti fondamentali, come sancito dalla Costituzione della Repubblica Italiana. I Padri Costituenti non a caso si erano impegnati affinché ciascun cittadino di questo paese contribuisse in maniera equa e progressiva al buon andamento della cosa pubblica, e affinché nessuno potesse rimanere escluso dal pieno godimento dei diritti sociali e civili e, quindi, dalla cittadinanza.

Il diritto alla salute fa parte di quei diritti universali che vogliamo a ogni modo ripristinare e tutelare, salvando il sistema sanitario pubblico da una privatizzazione strisciante dei servizi.

La prossima legislatura dovrà quasi certamente trattare il tema e decidere quale strada intraprendere. Lo sa bene Confindustria, che infatti ha schierato il suo organo di stampa, Il Sole 24 Ore, che all’argomento dedica pagine e pagine in questi giorni, proponendo il sistema americano. E quindi, chi può permetterselo accede a strutture di alta specializzazione, chi non può si accontenta di ciò che passa il convento che nel frattempo perde strutture, risorse, mezzi, professionalità, a causa dei continui tagli.

Già oggi, dopo una decina di anni di tagli verticali, che hanno sottratto al sistema sanitario oltre 30 miliardi di euro di fondi pubblici, siamo a un passo da baratro. 12 milioni di cittadini rinunciano alle cureperché non hanno soldi sufficienti, a causa delle liste d’attesa e dei mille balzelli che in questi anni hanno reso economicamente più conveniente fare una ecografia presso un privato che non attendere un anno in una struttura pubblica, pagando persino di più. È l’effetto anche del superticket, con cui lo Stato ha consentito che si aprisse un meccanismo competitivo a suo danno e a tutto vantaggio del privato.

Già oggi, la spesa privata in sanità (ciò che ci mettiamo noi, al di là delle tasse in fiscalità generale) è di quasi 40 miliardi di euro. Uno scandalo.

A ciò si aggiunge la cronica mancanza di medici, infermieri e personale ausiliario nelle corsie degli ospedali, come negli ambulatori di specialistica, che sarebbero molto utile, in particolare nel Mezzogiorno, per ridurre i livelli di ospedalizzazione inopportuna.

Siamo al punto decisivo: vogliamo tornare alla garanzia del diritto alla salute per tutte e tutti, o scegliamo la strada per cui ciascuno pensa per sé, che tanti danni crea nei paesi in cui ciò accade?

Lo dico con chiarezza e fermezza che bisogna ritornare a investire sulla salute collettiva e sul rilancio di un sistema sanitario pubblico, che non può essere preda degli appetiti di assicurazioni e grandi gruppi imprenditoriali.

È necessario, quindi, rilanciare il finanziamento della salute e dell’assistenza sanitaria, per riallineare progressivamente la spesa sanitaria pubblica italiana alla media dei paesi dell’Europa occidentale e garantire investimenti pubblici per il rinnovamento tecnologico e l’edilizia sanitaria, da finanziare con 5 miliardi in 5 anni.

Bisogna superare l’attuale sistema dei ticket, come per altro già previsto dal Patto per la Salute del 2014, e abolire i superticket.

C’è bisogno di un importante piano di assunzione di medici e infermieri: almeno 40.000 assunzioni in tre anni, per ripopolare le strutture sanitarie spesso sguarnite, offrire garanzie ai pazienti su tempi e qualità del servizio, e migliorare la condizione di lavoro del personale sanitario sottoposto da anni a turni massacranti, senza adeguati riconoscimenti economici (e in queste ore il governo annuncia per il prossimo 4 settembre l’inizio delle prove di accesso alle facoltà universitarie di medicina, continuando così a non risolvere il problema dei pochi medici disponibili).

È necessario inoltre porre un freno alla diffusione delle polizze sanitarie nei contratti integrativi, attraverso regole più precise e/o evitando di sostenerla con la fiscalità generale che rischia altrimenti di portare progressivamente a un indebolimento del sistema pubblico.

Sembrano proposte irrealizzabili? Da visionari? No. L’abolizione del superticket e l’assunzione di 40.000 medici costerebbe al sistema 2 miliardi e mezzo di euro. Qualche settimana fa, il ministero per lo sviluppo economico ha autorizzato l’acquisto di sistemi d’arma per oltre 3 miliardi e mezzo di euro.

Le risorse ci sarebbero pure, ma è una questione di priorità, come sempre in politica.

Conoscendo la situazione, è meglio comprare ecografi o bombardieri?

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La casa è un problema per milioni di persone: Renzi non sa di cosa parla

“La mattina del 1° febbraio a Firenze la polizia, che accompagnava l’ufficale giudiziario per l’esecuzione di un provvedimento di sfratto, dopo aver sfondato la porta d’ingresso ha trovato nell’appartamento da sloggiare il cadavere di un uomo, sessantenne, suicida per evitare di finire in mezzo alla strada”.

Quello della casa, che non si trova o che costa troppo, è un problema che affligge milioni di persone, singoli e famiglie, giovani e anziani. Per molti di essi un vero e proprio dramma.

Non merita perciò di essere affrontato con spot di propaganda, soprattutto quando questi spot sono costruiti sulla sabbia.

Davanti alle telecamere di Porta a Porta il segretario PD Renzi è riuscito, anche su questo tema, a contraddirsi nello spazio di un paio di minuti. Prima ha promesso una misura per il sostegno all’affitto rivolto ai giovani, “mutuata dall’esperienza di Zapatero in Spagna.” Subito dopo ha affermato “non venderemo fumo alle nuove generazioni.” Lo vada a raccontare ai giovani spagnoli.

Facciamo un po’ di fact checking.

Innanzitutto Renzi è più avaro di Zapatero, dal momento che propone – con la solita logica del “bonus” – un contributo di 150 euro per gli under 30, quando la legge spagnola, varata oltre dieci anni fa, prevedeva un assegno di 210 euro al mese. 

Ma anche in Spagna poche decine di migliaia di giovani poterono beneficiare di quel sostegno, misura che venne peraltro cancellata nel 2012. L’effetto su un mercato immobiliare gonfiato dalla corsa al mutuo facile, e dalla speculazione finanziaria, fu praticamenteirrilevante.

Una misura del genere infatti, quando non accompagnata da strumenti legislativi capaci di intervenire sul mercato, regolandolo, calmierandone i prezzi e colpendo fiscalmente chi lascia sfitto il proprio patrimonio immobiliare, venne divorata dalla crescita del costo degli affitti.

Contemporaneamente il governo di Zapatero – che per lunghi e fatali mesi negò la portata e l’impatto sociale della crisi (ci ricorda qualcuno questa ostinazione a raccontare frottole!) – con le ministre Carme Chacón e Beatriz Corredor coprì i buchi neri del sistema bancario e, con una legge mirata, rese più semplici e veloci le procedure di sfratto per migliaia di persone.

Ecco, segretario Renzi, lasci perdere le politiche della casa di Zapatero. E pensi piuttosto al fatto che, in questi cinque anni, i governi del suo partito nulla hanno fatto per garantire il diritto fondamentale a una abitazione dignitosa e accessibile.

Con Liberi e Uguali vogliamo combattere sul serio le diseguaglianze. Proprio a partire dalla necessità di rilanciare, con risorse adeguate, un grande piano per la casa e di regolare un mercato immobiliare oggi selvaggio.

Se proprio vogliamo guardare alla penisola Iberica, contro le politiche dei conservatori vecchi e nuovi, noi siamo ispirati dall’esperienza di governo di Barcellona, guidata da Ada Colau, già portavoce della PAH (movimento delle “vittime dell’ipoteca”) e oggi alla testa di una confluenza municipalista, civica e di sinistra.

In due anni di governo locale, lì hanno investito sulle politiche sociali un euro ogni tre del bilancio cittadino; quadruplicato la spesa per una nuova politica della casa; creato un’unità speciale che è intervenuta bloccando l’esecuzione di duemila sfratti; da settanta all’anno sono arrivati alla costruzione di ottocento nuove case pubbliche; hanno portato da 4 a 25 milioni i contributi per il restauro di vecchi immobili, condizionandolo al mantenimento di bassi canoni d’affitto; infine, si sono visti riconoscere dalla Banca Europea per gli Investimenti finanziamenti per 240 milioni di euro per l’edilizia residenziale pubblica. Già, perché, se si scelgono con coraggio le proprie priorità politiche, i soldi in Europa ci sono. E si possono portare a casa, appunto.

Perché nessuno deve finire in mezzo a una strada. Per questo bisogna tornare a investire sull’edilizia residenziale pubblica, su nuove costruzioni e soprattutto sulla riqualificazione, ecosostenibile, del patrimonio esistente; introdurre norme che regolino il mercato, andando a colpire, anche fiscalmente, la grande proprietà immobiliare (a partire dalle banche) che lascia vuote e sfitte migliaia e migliaia di abitazioni; favorire invece l’affitto a canone concordato e proporzionato a singoli e famiglie, giovani e anziani, a basso e medio reddito.

Si può fare, si deve fare. Lo faremo, per evitare che un problema si trasformi in un dramma. Per fare in modo che la casa, da dramma e problema, diventi invece un diritto di tutte e tutti.

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“Tu voltati, voltati sempre a guardare l’altro”

Nella Giornata della memoria teniamo presente il monito di Liliana Segre.
Articolo per il mio blog su HuffingtonPost 

“Sono stata anch’io richiedente asilo, clandestina, respinta” – ha ricordato in questi giorni ad affollate platee di giovani e giovanissimi studenti, Liliana Segre, la testimone del genocidio appena nominata Senatrice a vita. Lo ha fatto rammentando l’esperienza, condivisa con decine di migliaia di altri, donne, uomini e bambine come lei, che vennero respinti alla frontiera tra Italia e Svizzera dalle autorità elvetiche perché, come si disse allora, “la barca è piena” e non vi era spazio per accogliere chi fuggiva dalla persecuzione.

“Vivevamo immersi nella zona grigia dell’indifferenza. L’ho sofferta, l’indifferenza. Li ho visti, quelli che voltavano la faccia dall’altra parte. E anche oggi ci sono persone che preferiscono non guardare” – ha insistito spesso Segre.

Non vi fu solo indifferenza. Quest’anno la Giornata della Memoria coincide con l’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali. Bene ha fatto il presidente della Repubblica Mattarella ad affermare che esse restano “una macchia indelebile della storia del nostro Paese.” E che l’inizio,nel 1938, della persecuzione razziale degli ebrei non fu una deviazione, ma qualcosa di insito nella natura violenta e intollerante di quel sistema. 

Molti italiani furono infatti “volenterosi carnefici”. Mentre troppo spesso si preferisce alimentare il mito degli “italiani brava gente”, cercando di sostenere che l’Italia e il fascismo sarebbero rimasti “fuori dal cono d’ombra dell’Olocausto.” Basterebbe leggere un libro importante – I carnefici italiani di Simon Levis Sullam (pubblicato da Feltrinelli nel 2015) – per rendersene appieno conto. Proprio sulla base del censimento, condotto a partire dal 1938, della popolazione di “razza ebraica”, tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945, dalle principali città fino ai più piccoli paesi del centro-nord, migliaia di persone vengono rastrellate, detenute e trasferite verso i campi di concentramento, di lavoro e di sterminio.

Almeno metà degli arresti di ebrei fu condotta da italiani, senza ordini o diretta partecipazione dei militari tedeschi. Membri della Milizia fascista, poliziotti, carabinieri, finanzieri, semplici impiegati, questori e prefetti, accaparratori di beni sequestrati, delatori che segnalarono, denunciarono, consegnarono le vittime ebree, talvolta i propri vicini di casa. Migliaia di persone, italiani, che si resero direttamente complici, quindi corresponsabili del genocidio.

Infine – ricorda ancora Levis Sullam – vi furono quelli, la stragrande maggioranza, che stettero a guardare o “rivolsero lo sguardo altrove” ignorando volutamente quanto stava avvenendo. Pochi, troppo pochi, furono invece quelli che, a rischio della propria vita, operarono per proteggere, nascondere, salvare chi era colpito dalla persecuzione.

Ricordare tutto questo, le tragiche dimensioni di ciò che è stato, è oggi fondamentale. Proprio nel momento in cui la malapianta del rigurgito neofascista e neonazista sembra riattecchire su un terreno che è stato abbondantemente concimato dal letame dell’intolleranza e del razzismo, sparso a piene mani nel dibattito politico, pubblico e mediatico. Sdoganato nella cinica ricerca del consenso, anche elettorale. Strumentalizzato nella sempiterna identificazione di un facile nemico in chi è più debole o “diverso.” Fino all’esplicito elogio del fascismo.

Una preziosa ricerca, condotta in questi giorni dalla SWG, segnala che il 65 per cento degli italiani (e il 78 per cento delle ragazze e ragazzi sotto i 24 anni!) ritiene decisivo combattere il ritorno delle ideologie neofasciste e neonaziste. Ma ci allarma anche per il fatto che esiste un 27 per cento che crede sia “poco” o “per niente” utile farlo.

Un dato che ci avverte di quanto sia necessario un ingaggio straordinario delle forze sociali e culturali, e della politica, su questo terreno: uno sforzo certo informativo ed educativo, ma anche e soprattutto, al di là di ogni retorica d’occasione, un impegno rigoroso a espungere radicalmente da ogni discorso pubblico qualsiasi elemento di discriminazione, intolleranza, razzismo. Oggi – gennaio 2018 – non è purtroppo così. Ma è un dovere che sento profondamente mio e collettivamente nostro.

Perché tutti e ciascuno, per combattere complicità e indifferenze, dovremmo avere in ogni momento ben presente il monito di Liliana Segre: “Tu voltati, voltati sempre a guardare l’altro!”