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Non basta un restyling al Pd, ci vuole il coraggio di azzerare tutto

Come prima, più di prima e come se nulla fosse. Dopo la bruciante sconfitta delle ultime ore il Partito Democratico rilancia l’idea del fronte repubblicano come argine all’avanzata della destra peggiore di questo paese.

A parte Calenda, leggo anche Maurizio Martina che propone per le elezioni europee un fronte che va da Macron a Tsipras, il diavolo e l’acqua santa. Vuol dire non aver compreso fino in fondo la natura dei problemi, che hanno a che fare con la mancanza di un profilo chiaro e netto. Per buttarla in medicina, sarebbe come se si pretendesse di curare l’ammalato inoculando massicce dosi della malattia che lo ha colpito.

Non consapevoli, o forse sì (e questo sarebbe grave), che il ritorno di una certa destra è stato spianato, preparato e apparecchiato proprio da chi ha di fatto realizzato il programma della destra in questi anni.

Bisogna dirlo con coraggio: si perde dove non si ha il coraggio di azzerare, dove si pensa che siano sufficienti restyling e maquillage, dove si ripropongono progetti già bocciati, con protagonisti fallimentari.

Si perde dove manca la definizione di un’alternativa vera e ci si abbandona ad accordicchi mordi e fuggi, a improbabili “union sacrée” all’italiana, o a vecchie formule arrangiate con qualche candidato tirato fuori alla bisogna, senza storia (o con una storia pesante…), buone a prendere qualche manciata di voti, ma che scontano poi immediatamente tutte le difficoltà di un’azione di governo lenta, incerta, inconcludente, quando non contraria ai principi fondamentali della sinistra.

I cittadini se ne accorgono, e si vedono i risultati. Si vince, invece, dove quel coraggio c’è e dove si imbocca la strada dell’alternativa, senza paura

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Altro che predelle, la scuola deve diventare centrale nel nostro paese

I consigli di Ernesto Galli della Loggia per modificare la scuola, pubblicati nei giorni precedenti dal Corriere della Sera, hanno alla base l’idea che alla perdita di autorevolezza dell’istituzione scuola si possa rispondere con una forma strisciante e anche un po’ grottesca di autoritarismo.

E per altro, mi pare non tenga in nessun conto le cause che hanno progressivamente condotto alla perdita di importanza e di centralità della scuola e dell’insegnamento (anche universitario, sia chiaro) nella società italiana.

Non servono a nulla le pedane. Non è sollevando gli insegnanti di qualche centimetro da terra rispetto agli studenti che gli si conferisce quel ruolo che hanno perduto. Non è imponendo ai ragazzi di alzarsi in piedi in forma di saluto ossequioso che si possa pensare di fermare la deriva di insulti e delegittimazione del corpo docente. Non è mutilando le minime residuali forme di democrazia interna alle scuole attraverso l’espulsione delle famiglie dagli organi collegiali che si restituisce alla parola degli insegnanti e della scuola il peso sacrosanto.

Anche perché, vorrei segnalare a Galli della Loggia, già da tempo sono stati introdotti con le diverse controriforme elementi striscianti di autoritarismo: si può leggere diversamente la piena discrezionalità dei dirigenti scolastici sulla scelta degli insegnanti, introdotta dalla buona scuola di Renzi?

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Caro Di Maio, ti scrivo di Sacko

Caro Luigi Di Maio,

voglio scriverti di Soumayla Sacko. Un ragazzo del Mali, di 29 anni, bracciante nei campi in Calabria e rappresentante sindacale. È stato barbaramente ucciso con un colpo di fucile alla testa, mentre stava cercando lamiere in una fabbrica abbandonata, per poter completare la sua baracca nel ghetto in cui stava con altre centinaia di braccianti, a ridosso dei campi.

Certo, il tuo ufficio stampa ti avrà fatto un quadro della vicenda. Ma voglio raccontartela ugualmente perché non ho sentito una parola a riguardo da parte tua, in qualità di ministro del Lavoro.
Perché c’è una cosa che va chiarita, prima di tutte le altre: Sacko probabilmente è stato ucciso perché nero. Ma di certo, Sacko è stato ucciso perché sindacalista, bracciante a 15 euro al giorno, nuovo schiavo nei ghetti di lamiere, cartoni, polistirolo e aste di legno.
Sacko è stato ucciso da un colpo di fucile, su cui bisogna indagare con la massima attenzione, alla ricerca della verità, ma è morto di sfruttamento del suo lavoro e delle sue condizioni di vita da schiavo.
Sacko è morto di caporalato. Perché c’è una verità amara, che in pochi raccontano e che il ministro dell’Interno, tuo importante partner di governo, finge di non vedere: l’immigrazione ha sempre a che fare con le dinamiche economiche di una società, e sempre meno con una questione di “ordine pubblico”, di “decoro”, etc. Il ministro dell’Interno la chiama “pacchia“.

Lo sfruttamento delle vite e del lavoro di questi ragazzi produce condizioni sociali terribili.

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Schiavismo, non lavoro

A Terlizzi, in provincia di Bari, l’ennesimo call center che sfrutta i lavoratori.
Hanno stracciato un contratto buono per i dipendenti firmato appena un anno fa, per imporne un altro molto più duro, con paghe più basse (quasi a cottimo) e senza sufficienti tutele.
Inoltre su 220 dipendenti ne hanno lasciati a casa 190.
La giungla dei contratti firmati da non si capisce bene chi alla fine danneggia sempre chi lavora.
Per altro, Cellulopoli (questo il nome dell’azienda) ha ancora due commesse importanti: TIM e Fastweb.
Cosa dicono i due colossi della comunicazione? Hanno intenzione prima o poi di controllare le condizioni di lavoro nelle aziende cui appaltano i loro servizi? Oppure preferiscono incassare con la competizione al ribasso?
Di tutto questo chiederò conto al Ministro del Lavoro.
È intollerabile che ci sia chi specula in questo modo sul lavoro delle persone.

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40 anni fa la legge 194, oggi serve una battaglia di civiltà per difendere quella conquista

40 anni fa fu approvata la Legge 194, che regolamentò il ricorso all’aborto in Italia, riconobbe alle donne il diritto ad avere la prima e l’ultima parola sul proprio corpo e sulla maternità, le liberò dalle mammane, dalla vergogna della clandestinità e anche dalla morte.
Oggi quella legge, a causa di un’obiezione di coscienza dilagante, non è applicata in tanti, troppi, ospedali d’Italia, con picchi del 96% in Molise, dell’88% in Basilicata o del 86% in Puglia.

Nell’aprile 2016, il Comitato europeo dei diritti sociali ha condannato l’Italia perché il diritto delle donne ad accedere all’interruzione volontaria di gravidanza è ostacolato, nelle nostre strutture pubbliche, da un’obiezione tanto massiccia da alimentare i ricoveri nel privato e il ricorso alla clandestinità. Il mio partito ha provato, nel suo piccolo, a porre un argine: Sinistra Italiana in Piemonte e in Puglia ha presentato due proposte di legge per garantire la concreta ed effettiva attuazione della legge 194 negli ospedali pubblici (goo.gl/YAfFW6).
So che non basta, occorre una battaglia di civiltà diffusa e radicata, dentro e fuori le istituzioni, per non far vincere l’oscurantismo e l’ipocrisia e perché i principi e le idee che generarono la 194 siano difesi, affermati e garantiti.

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Tredicimila morti sul lavoro in dieci anni, una strage di cui il contratto di governo non si occupa

Non c’è molto da girarci intorno. I numeri di morti e infortuni sul lavoro ci raccontano di una vera e propria emergenza nazionale. Più di 1.000 morti nel 2017 e oltre 220 morti nei primi mesi del 2018, ma aprile e maggio hanno fatto segnare un alto numeri di infortuni anche mortali.

In definitiva, negli ultimi 10 anni 13mila morti. Sia chiaro, parliamo di casi di infortuni gravi e mortali denunciati e quindi conosciuti; ma sappiamo per certo che nel sottobosco del mondo del lavoro accade di tutto e spesso accade in un cono d’ombra in cui né le istituzioni né le parti sociali arrivano a fare luce.
Non c’è una idea chiara dei numeri di infortuni e morti in quel cono d’ombra, ma possiamo immaginarne la dimensione se già i numeri ufficiali ci raccontano di un fenomeno in aumento, di una vera e propria strage che ridefinisce il modo stesso con cui si intende il lavoro.

Basta parlare con i lavoratori coscienti e consapevoli di vivere in un ambiente di lavoro per nulla sicuro e adeguato, per rendersene conto. La frase che ho ascoltato più spesso in questi mesi è stata: “Vai a lavoro e non sai se ritorni”. Come se andassero in un fronte di guerra.

Ancora peggiore è la sensazione che si prova a confrontarsi con le famiglie che hanno subito la morte di un parente, perché si sentono sole e private non solo dell’affetto del caro, ma anche della verità e della giustizia. Spesso non ci sono processi e quando ci sono si chiudono in un rimbalzo di responsabilità, soprattutto quando c’è di mezzo la dinamica degli appalti e dei subappalti.

E tutto avviene nel più assoluto silenzio della politica e delle istituzioni.

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Sciopero Fedex TNT, azienda fa profitto e licenzia i lavoratori.Violano leggi, autorità intervenga

Siamo all’ennesimo scandalo nel modo con cui nel nostro Paese il lavoro delle persone viene trattato. Di fronte ad aziende che sono in utile, che guadagnano, che distribuiscono dividendi agli azionisti, che producono profitti perchè si licenziano lavoratori?” Lo si fa evidentemente per una semplice ragione: si mettono in campo modelli di organizzazione del lavoro fondati sull’ esternalizzazione dei processi lavorativi, si prendono lavoratori meno qualificati che magari vengono sottopagati e con meno diritti.

Sono elementi di una realtà che io definirei sfruttamento. Anche qui bisogna mettere un punto. La politica e le Istituzioni comincino a ragionare su come si fa ad impedire che un’azienda che fa utili e guadagna in Italia possa continuare a trattare così i lavoratori, persone in carne ed ossa.

Se poi sono vere le denunce di queste ore da parte dei rappresentanti sindacali sull’utilizzo di lavoratori interinali in sostituzione dei lavoratori in sciopero saremmo di fronte ad una vera e propria violazione delle leggi del nostro Paese. Ci aspettiamo una risposta immediata, ferma e chiara della autorità italiane.

Ne ho parlato oggi al L’Aria che tira su La7 dove ho parlato anche dell’ennesimo incidente sul lavoro all’Ilva di Taranto. E’ arrivato il momento di dire basta alle frasi di circostanza. È urgente invece che il governo vari un decreto per aumentare gli ispettori del lavoro, per intervenire su quella che è un’emergenza nazionale che altrimenti rischia di diventare solo un’occasione di retorica.

Ecco il mio intervento alla trasmissione

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Dai Forza alla Sinistra

Non abbiamo grandi imprese alle spalle a finanziarci, né gruppi editoriali che mettano i loro guadagni a nostra disposizione.
La nostra è una scelta di indipendenza, che a differenza di tutti gli altri, ci consente per esempio di difendere i lavoratori ovunque vengano maltrattati, senza doverci togliere il cappello di fronte a nessuno.
Nell’epoca della politica genuflessa all’economia, questo è un valore.
L’unica Forza che abbiamo sei tu, con il 2×1000 e scrivendo sulla tua dichiarazione dei redditi T44
Cosa facciamo con i soldi? Facciamo politica, teniamo aperti i nostri presidi territoriali, organizziamo campagne di comunicazione e attivazione, finanziamo il bando Forza!, ovvero risorse messe a disposizione di esperienze territoriali, per la difesa dei più deboli.
Aiutaci a rimanere indipendenti.
Chiediamo a tutti di aderire al 2×1000 a Sinistra Italiana. E’ molto semplice, basta comunicarlo al CAF o al proprio commercialista il codice T44.
Dai Forza alla Sinistra.

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I casi di bullismo in una scuola abbandonata a se stessa

Sempre più spesso i casi di bullismo nelle scuole irrompono nella cronaca quotidiana. La vicenda più eclatante è di qualche settimana fa, a Lucca, con l’insegnante bistrattato e minacciato, ma quasi ogni giorno i media riportano casi di angherie, minacce, botte a danni di altri alunni, o ai danni degli insegnanti da parte dei genitori di alcuni alunni.

Vicende che spesso rimbalzano sui media tradizionali dopo aver fatto il giro della rete o delle chat whatsapp, manco fossero trofei da esibire. E sui media tradizionali, poi, fioriscono i dibattiti, si improvvisano tribunali, si chiede la gogna per l’alunno, o per la famiglia che si ribella all’autorevolezza dell’insegnante, o per l’insegnante stesso, a volte perché inerme, a volte perché autoritario.

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Clima da fine ‘800

Alex Villarboito è responsabile della sicurezza per i lavoratori nella Sacal Alluminio di Carisio, nel vercellese.
Qualche giorno fa ha denunciato le scarse misure di sicurezza, a seguito di un incidente e l’azienda per tutta risposta lo licenzia.

Non è più nemmeno possibile chiedere sicurezza per sé e per i propri colleghi?
I lavoratori sono sottoposti a un clima da fine ‘800 in cui sei obbligato a rispondere al padrone del vapore oppure ridotto al silenzio.
Adesso l’azienda dovrà rispondere della mia interrogazione al governo.
Ad Alex la nostra vicinanza e la disponibilità per qualunque iniziativa, anche legale. Noi ci siamo.