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Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Adesso è il momento del coraggio

Il tema della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario diventa finalmente centrale nella discussione su come riorganizzare il sistema produttivo italiano, nella convivenza forzata con il Covid19. La proposta, infatti, non arriva dal solito Fratoianni, ma dalla Task Force innovazione, che sta lavorando per il Ministero del Lavoro nell’individuare le modalità più sicure e migliori con le quali far ripartire il sistema economico e produttivo italiano.

L’idea è molto semplice e merita attenta valutazione: la difficoltà di organizzare la produzione con un elevato livello di prossimità fra lavoratori, condizione cui per decenni siamo stati abituati, richiede un di più di cautela e uno sforzo di riorganizzazione delle forme, per poter tenere nella massima sicurezza i lavoratori impegnati nei processi produttivi. Anche la scarsa reperibilità di dispositivi di protezione individuale, come anche il difficile utilizzo dei dispositivi in alcuni particolari contesti produttivi, suggerisce soluzioni diverse e innovative.

Per questo, la Task Force ha proposto al governo di ridurre l’orario di lavoro, con turnazioni, mantenendo gli stessi salari previsti dai contratti. Si nota, dalle raccomandazioni della task force, come persino sul piano economico sarebbe meno oneroso e più conveniente per le casse dello Stato, intervenire sul salario dei lavoratori, aiutando le imprese a ridurre l’orario e impostare le turnazioni, piuttosto che continuare a intervenire con settimane di cassa integrazione, che dovrebbero inevitabilmente essere prolungate.

Non solo per ragioni che hanno a che fare con il calo della domanda e degli ordinativi, ma anche proprio per rispettare le misure di distanziamento sociale e di sicurezza all’interno dei luoghi di lavoro.

Mi auguro che la proposta della task force abbia la dignità che merita. Che venga valutata, discussa, approfondita con le organizzazioni sociali e con le forze politiche. Avevo già depositato una proposta di riduzione di orario di lavoro, a parità di salario, circa un anno fa. È ancora disponibile in Parlamento. La metto a disposizione della discussione e del governo, per arrivare all’obiettivo nel più breve tempo possibile.

C’è bisogno di pensare e costruire un mondo nuovo, soprattutto in questa drammatica fase di convivenza con il virus. E partire dalle modalità con cui è organizzato il lavoro nel nostro Paese, mi pare il giusto approccio. Anche perché, le dinamiche produttive investono in primo luogo direttamente anche l’organizzazione dei tempi di vita e di relazione, e quindi di fatto le difficoltà che molte famiglie stanno riscontrando nella gestione dei figli e degli affetti.

E in secondo luogo, una riduzione dell’orario di lavoro avrebbe effetti positivi sul decongestionamento dei mezzi di trasporto pubblici, che sono uno dei principali nodi da affrontare nella battaglia al virus, per contenere il contagio. È il momento di confrontarci e di costruire il mondo nuovo di cui abbiamo bisogno.

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Servono misure straordinarie per gli artisti

Era un rischio, ora è quasi certezza. Dopo oltre un mese di misure sacrosante di lockdown migliaia di artisti, lavoratori della cultura e dello spettacolo sono in attesa di comprendere cosa ne sarà della loro attività e del loro lavoro.

È evidente a tutti che la giusta indennità corrisposta per affrontare l’emergenza, non è sufficiente se come pare la Fase 2 non prevede nell’immediato la riapertura dei luoghi di spettacolo e di produzione di cultura.

È il tempo di ricercare soluzioni serie e innovative per evitare che il nostro Paese disperda un enorme patrimonio di conoscenza. Dietro i colpi di questa crisi rischiamo seriamente di disperdere almeno un paio di generazioni di artisti. Uno spreco che l’Italia non può permettersi.

Ho letto la proposta di una Netflix della cultura da parte del ministro Franceschini. È un’idea quella di utilizzare le piattaforme tecnologiche e l’immateriale per la fruizione, lì dove è impossibile il contatto per un lasso di tempo al momento non quantificabile.

Credo, però, che ci sia bisogno di agire subito almeno su due versanti, per poter garantire sostegno e continuità non solo alla fruizione del prodotto artistico, ma anche alla produzione e alla creazione artistica. Se si fermano creatività, ricerca e produzione si ferma l’anima più profonda del movimento culturale italiano. E perdono completamente senso il ruolo e la funzione sociale dell’artista.

Per evitare che questo accada bisogna agire su due fronti, utilizzando l’emergenza come momento rifondativo. Innanzitutto, serve continuità di reddito. Gli artisti ricevano dallo Stato un “reddito d’arte” per il lavoro che hanno svolto e che devono continuare a svolgere.

Potremmo definirla un’azione di mecenatismo di Stato, ritenendo imprescindibile e insostituibile la funzione sociale della cultura. Continuo a parlare non a caso di funzione sociale e pubblica della cultura, proprio per ridisegnare il paradigma cui siamo stati abituati in questi lunghi anni in cui la cultura aziendalista ha pervaso ogni aspetto della vita sociale del Paese, per cui persino arte e cultura sono state misurate con i criteri della produttività.
Bisogna cambiare punto di vista, se vogliamo salvarci oggi per crescere domani.

Con un Reddito d’Arte consentiremmo agli artisti di continuare a studiare, approfondire, ricercare nuovi linguaggi, creare e produrre. Consentiremmo loro, insomma, di utilizzare questo momento di sospensione per continuare a lavorare e prepararsi poi alla ripresa, magari con produzione nuove e con forme innovative.

Infine, dovremmo fare di tutto perché nei mesi estivi si svolga la stagione culturale che in forma capillare e diffusa è presente su tutto il territorio italiano.
Sostenere con finanziamenti specifici le migliaia di festival e di eventi estivi all’aperto di piccola e media entità che sono allo stesso tempo l’anima e lo scheletro della cultura e dello spettacolo in Italia, che per poter svolgere le loro attività si troveranno ad affrontare nuovi e ingenti costi di adeguamento e di gestione degli spazi in base alle nuove normative.

Utilizziamo il tempo a disposizione per testare e ragionare sui luoghi dello spettacolo dal vivo del futuro. La situazione è inedita e servono misure straordinarie.

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Mai più scuola come costo sociale da comprimere

La scuola italiana ha reagito all’emergenza, grazie ai docenti e ai ragazzi.
Ma pesano le diseguaglianze. Per il prossimo anno scolastico provvedimenti per il diritto allo studio. Contributi per i Tablet e comodato d’uso gratuito per i libri di testo.

In questo momento tre quarti della popolazione studentesca mondiale non va più a scuola. In alcune aree del mondo questa sospensione significa perdere anche l’unico pasto garantito della giornata. Solo nel nostro Paese sono 8 milioni gli studenti, ragazzi, adolescenti e bambini che, da un giorno all’altro hanno interrotto il loro percorso formativo.

La nostra scuola, a tutti i livelli ma soprattutto grazie alla passione dei suoi docenti ha reagito. Lo ha fatto nell’unica forma possibile, sperimentando innovazione anche senza averne pienamente gli strumenti. La didattica a distanza, lungi dal poter sostituire la complessità dell’esperienza formativa che, è bene ricordarlo, al netto di ogni necessario investimento sull’innovazione tecnologica e digitale, è fatta anche di corpi, ha tuttavia lenito l’impatto di questo tsunami.

Se rivolgiamo lo sguardo a queste settimane quello che vediamo è ancora una volta l’insieme di fattori di segno diverso e su cui sarà bene non smettere di riflettere pensando a ciò che sarà dopo.

Da un lato infatti, l’emergenza rivela l’incredibile creatività che la più importante infrastruttura civile del Paese è in grado di sprigionare. Dall’altro, appare con forza il limite di una storia che negli ultimi anni ha ridotto la scuola, come troppi altri aspetti fondamentali della nostra vita (pensate alla sanità), a un costo da ridurre, comprimere, tagliare.

E ancora, in questa emergenza scorrono potenti le immagini di un caleidoscopio di diseguaglianze che attraversano la nostra società e colpiscono ragazzi e bambini in modo ancor più forte. Chi non ha un computer e a volte nemmeno un telefonino disponibile, chi non ha una connessione stabile, o semplicemente una connessione, rischia di restare ancora più indietro. Così come accade per i ragazzi con disabilità che, privi di un sostegno già troppo esiguo a cose normali, subiscono in modo ancor più drammatico gli effetti di questa crisi.

Oggi occorre innanzitutto ringraziare la scuola italiana per quello che sta facendo, per lo sforzo messo in campo, a cominciare da quello per nulla scontato dei docenti. Ma, è altrettanto chiaro, tutto questo non sarà sufficiente per metterci al riparo dalle conseguenze di quello che sta succedendo sul piano formativo.

Abbandono scolastico, analfabetismo funzionale, deprivazione formativa e nuovi problemi legati alle conseguenze psicologiche di quello che abbiamo chiamato distanziamento sociale e che picchia ancor più duramente su alcune fasce di età, sono alcune delle questioni cruciali che ci troveremo ad affrontare in quella che si annuncia come una delle più gravi emergenze educative che questo Paese abbia mai vissuto, pari forse solo alla lotta all’analfabetismo del dopoguerra.

Per affrontarla servirà dunque un grande piano. E, subito, una rottura con il discorso pubblico che ha dominato la discussione su scuola e formazione in questi anni. Scuola come fondamentale laboratorio di costruzione della democrazia e di una cittadinanza critica e consapevole, mai più scuola come costo sociale da comprimere.

E allora, nella discussione che abbiamo davanti su come fronteggiare l’impatto drammatico dell’emergenza sanitaria sull’economia del Paese, sul lavoro e sul reddito degli italiani e delle italiane la scuola deve occupare un posto centrale. Serviranno investimenti massicci e, appunto, un cambio di mentalità, ma intanto, qui e ora in vista del prossimo anno scolastico ci sono alcune cose che si possono fare e che rappresenterebbero un primo segnale importante.

Primo: serve un grande piano straordinario di assunzioni che vada ben oltre i 24.000 posti dello straordinario, che porti in classe sin dall’avvio del prossimo anno i docenti di sostegno in ruolo e non solo loro, valorizzando le professionalità che sono nelle graduatorie di merito, a esaurimento e nella terza fascia con tre anni di servizio.

 

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Il voto in Grand Bretagna

C’è un punto ineludibile: la grande maggioranza dei cittadini inglesi, soprattutto nelle aree extraurbane, maggiormente colpite dalla crisi e dalla deindustrializzazione, hanno espresso un voto per chiudere definitivamente con l’Unione Europea.
Ritengono che i loro problemi economici e sociali dipendano in prima battuta dall’Europa. Johnson e i conservatori hanno impostato l’intera campagna sulla conferma della Brexit (per altro con la medesima ricetta della May).
A Corbyn bisogna dare atto di aver provato a spostare l’attenzione sulle soluzioni economiche e sociali da adottare in Inghilterra, per rispondere alla grande crisi che ingoia le vite di milioni di persone, provando generosamente a salvare il rapporto con l’Unione Europea. Era questo il senso della richiesta di un nuovo referendum.
I liberali champagne e sviluppismo, che in Italia abbondano, accusano Corbyn di estremismo e lo incolpano della sconfitta per le sue posizioni radicali, dimostrando di non comprendere che la causa del disastro sta proprio in ciò che loro continuano a difendere.
L’europeismo liberista è ritenuto insopportabile da milioni di persone, che di fronte allo sfascio delle loro vite dovuto a un capitalismo sempre più disumano, preferiscono il ritorno alle patrie e affidarsi alle destre estreme, che poi fanno quello che hanno sempre fatto: leggi per favorire i ricchi e i più forti. È un errore di valutazione, certo. Ma prima o poi toccherà farci i conti. O si attua la giustizia sociale in tutta Europa, o gli effetti della valanga saranno disastrosi.

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Se alla Patrimoniale ci arrivano pure in Germania…

È notizia di questi ultimi giorni che la Spd in Germania stia proponendo al governo di Angela Merkel una patrimoniale dell′1% sui patrimoni superiori ai 2 milioni di euro. Si badi bene, parliamo di un partito socialdemocratico, che ha condiviso molti degli ultimi anni di governo di larghe intese in Germania e in Europa, non certo di un covo di estremisti. La Spd è l’equivalente del Pd, per intenderci, e scusate se sono così didascalico, ma penso sia necessario per disegnare con chiarezza lo scenario che si profila.

Persino in Germania, quindi, si è aperto un dibattito sull’insostenibilità delle disuguaglianze economiche e sociali che la crisi e le risposte sbagliate alla crisi hanno prodotto e continuano a produrre. C’è un dato incontrovertibile su cui ormai persino il mondo accademico più vicino al capitalismo finanziario concorda: l’attuale sistema economico è concepito per produrre disuguaglianze.

La peculiare forma con cui si produce ricchezza nel mondo determina che ci siano milioni di persone che pur lavorando hanno enormi difficoltà a vivere e tirare avanti, e qualche migliaio di persone, invece, che continua a fare profitti e accumulare ricchezze smisurate, a volte usufruendo del lavoro della massa, a volte e più spesso senza che nemmeno sia contemplata la forza lavoro in forma classica, come l’abbiamo conosciuta nel ’900.

Si tratta, come è noto, dei meccanismi di accumulo garantiti dalla finanziarizzazione dell’economia. Una società che voglia guardare al futuro, alla sostenibilità di ciò che produce e persino alla tenuta delle forme democratiche liberali che sono state costruite, ha il dovere di interrogarsi su come la ricchezza venga ormai prodotta e sugli eventi che i meccanismi accumulativi hanno sulla vita delle persone e delle comunità.

Soprattutto in un periodo in cui quasi tutta la politica ha assunto l’austerity come un dogma e considera gli investimenti pubblici come il diavolo da sconfiggere. Progressivamente hanno confezionato il capolavoro di depotenziare il sistema pubblico, nei suoi compiti di regolazione dei mercati e di riequilibro delle storture dai mercati prodotti, e di rendere la politica ancillare alle determinazioni economiche stabilite da quei mondi accademici che oggi piangono sul latte versato.

Se non si interviene subito, gli effetti a cascata delle disuguaglianze e della disperazione economica di milioni di persona, condurranno a esiti politici catastrofici di cui già si vedono i primi segnali. Da dove si pensa salti fuori la voglia dell’uomo forte in Italia di cui parlano i recenti sondaggi?

È il momento che anche in Italia si possa parlare con chiarezza e decisione della necessità di una patrimoniale, che rimetta in equilibrio le cose. C’è una forza politica che ne parla, noi, e tutte le volte che lo facciamo veniamo bollati come estremisti dalla grande stampa, dal mondo politico e dai soliti commentatori “disinteressati” che minimizzano il dramma di un ceto medio che pur lavorando continua a impoverirsi, a vantaggio di pochissimi che diventano sempre più ricchi.

Abbiamo un piano e l’abbiamo proposto: una tassa del 1,5% per coloro che hanno patrimoni superiori ai 4 milioni di euro. Con quelle risorse potremmo garantire una pensione ai giovani precari, fare investimenti nella formazione e nel sistema sanitario e avviare una seria riconversione ecologica del nostro sistema produttivo. Noi continueremo a batterci, prima o poi ce la faremo.

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Scandaloso non è Renzi, ma la legge sul finanziamento privato ai partiti

Caro Matteo,

non è compito mio stabilire se i fondi della Fondazione Open sono stati usati correttamente o meno, sono garantista e quindi fino a prova contraria credo nella vostra innocenza. Il vero elemento di scandalo per quanto mi riguarda è il meccanismo di finanziamento privato ai partiti e alle fondazioni, o alle associazioni a questi collegate.

Dopo aver cancellato il finanziamento pubblico, considerato il male assoluto, è stata introdotta una forma malsana di finanziamento privato. Secondo la vulgata di certa politica, fra cui la tua, così si sarebbe moralizzata la politica. Noi ci siamo sempre opposti e la storia, purtroppo, continua a darci ragione.

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Sulla lotta all’evasione fiscale sto con Conte

Sulla lotta all’evasione sto con il presidente Conte. In tutta onestà non capisco come si possa considerare secondario o non urgente un tema che ha a che fare con il futuro del nostro Paese, con la sostenibilità economica e con la tenuta sociale.

Le forze politiche continuano a balbettare in maniera incomprensibile, oppure si attestano in difesa della libera circolazione del contante, come se utilizzare 3mila euro in contanti sia un insopprimibile diritto di libertà.

Ma ci rendiamo conto che viviamo nel Paese dei 190 miliardi di euro di evasione l’anno e di un condono ogni tre anni? Basta, non se ne può più. E non ne possono più i cittadini onesti di contribuire al funzionamento dei servizi anche per coloro che si sottraggono dal compito e fanno scappare via i soldi.

Non ne possono più gli operai di sapere dall’Istat che un gioielliere o il loro datore di lavoro o un professionista affermato, dichiarano allo Stato meno di loro, ogni anno.

Le argomentazioni che Pd, M5S e Italia Viva stanno usando per bloccare una lotta fondamentale sono francamente incomprensibili e speciose. E francamente non comprendo come il M5S possa da un lato chiedere il carcere per i grandi evasori (giustamente, aggiungo, visto che una evasione è un furto) e dall’altro opporsi all’abbassamento da 3.000 a 1.000 dei pagamenti in contanti.

Per altro si fa confusione rispetto ai pagamenti elettronici e alle commissioni bancarie. Vanno rimesse a posto un po’ di questioni, perché altrimenti si fa ‘ammuina’ e non ci si capisce più nulla.

Il pagamento elettronico deve diventare la norma in un Paese che guarda al futuro, così come accade ormai da tempo in molti altri Paesi europei. Certo è che vanno eliminate le commissioni bancarie per ogni pagamento, altrimenti è evidente che ci guadagnano le banche da un provvedimento simile. Visto che su questo siamo tutti d’accordo, mi chiedo, a questo punto: cosa si aspetta a convocare i vertici dell’ABI per risolvere una volta per tutte questa storia?

E però, la vicenda del pagamento elettronico non ha nulla a che fare con l’abbassamento della soglia del contante utilizzabile per i pagamenti. Insomma, smettiamola di prenderci in giro e di prendere in giro gli italiani: chi è che ha la necessità di pagare un acquisto importante, come è un acquisto da oltre 1.000 euro, solo con il contante? Per oltre il 90% degli italiani gli acquisti oltre i 1.000 euro avvengono pochissime volte in un anno, sulla base del reddito disponibile. Di che parliamo?

E’ evidente che dietro questa storia della libertà di utilizzo del contante per acquisti importanti si nasconde, quindi, un messaggio subdolo ma chiaro, che l’irresponsabilità di certa politica ha sempre lanciato al Paese, per allisciarne il pelo e solleticare i peggiori istinti: ovvero, fate quello che vi pare, contribuire al buon andamento dello Stato è sbagliato e fa anche un po’ “sfigato” pagare correttamente tutto ciò che c’è da pagare.

E’ questo messaggio che bisogna cambiare, subito. E’ l’impianto culturale che ha portato l’evasione a 190 miliardi l’anno che va cambiato alla radice. Bisogna avere il coraggio di dire che le tasse sono un investimento pubblico sul futuro, sapendo che se tutti pagassero ciò che devono sarebbe davvero possibile abbassarle. Perché senza la contribuzione generale non avremo più ospedali pubblici, ambulanze, scuole.

O un governo che invoca la discontinuità trova questo coraggio e imposta una vera e propria rivoluzione culturale, oppure non riuscirà a trasformare la società, nel senso dell’equità e della giustizia sociale. Che poi è ciò che davvero manca in questo Paese.

Coraggio, quindi, presidente Conte. Proviamo a fare questa rivoluzione.

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Grazie di tutto, Maestro

Sentiremo molto la mancanza di Andrea Camilleri. Il racconto verace, sincero, appassionato di una Sicilia senza tempo, ha conquistato tutto il Paese, e senza rinunciare alla complessità di un dialetto che se pur locale, ha avuto la forza di diventare comprensibile, universale e imporsi con la dignità di una vera e propria lingua. Una lezione, l’ennesima del Maestro, sulla potenza della cultura e del messaggio, sulla capacità globale degli elementi del locale.

Ci mancherà il Commissario Montalbano, nei libri come negli immancabili lunedì in Rai (una delle più felici intuizioni della TV di Stato). Un irregolare servitore dello Stato, con il sacro fuoco della giustizia e sempre pronto ad assumersi la responsabilità di disobbedire a procedure, regolamenti e leggi, quando queste gli impedivano di svolgere il proprio compito e raggiungere l’obiettivo primario del riparare a un torto, a un delitto, all’ingiustizia.

Montalbano era lo sguardo di Camilleri sulle cose della vita e spesso sul nostro Paese. Più volte il Commissario è uscito dalla sua dimensione senza tempo per incrociare l’attualità, per regalarci un punto di vista sui fatti del mondo.
È accaduto, per esempio, quando un incredulo Montalbano commentava le atrocità commesse dagli apparati dello Stato ai danni dei manifestanti del G8 di Genova.

Non per indossare i panni di un giovane Fratoianni, ma da uomo dello Stato che sentiva su di sé le ingiustizie commesse e consapevole della necessità di recuperare la dignità e l’onorabilità delle forze dell’ordine. Il messaggio fu chiaro e dirompente.

Con altrettanta forza e lucidità ha scritto sulle tratte della prostituzione, sui migranti, sui rapporti incestuosi e malati fra mafia e politica, con naturalezza e con quella capacità di indagare nel profondo i meccanismi regolatori delle cose di questa terra che rendevano la comprensione immediata, empatica.

Era questo Andrea Camilleri. Un intellettuale che non ha mai voluto rinunciare al suo impegno a sinistra, a dire la sua con forza. Un campione di vendite che non ha mai temuto per la sua carriera da 30 milioni di copie vendute e ha sempre avuto il coraggio di dichiararsi.

Figlio del tempo che ha vissuto, che con il suo mondo ha avuto un rapporto controverso, mai vissuto con la prudenza delle posizioni mutevoli per compiacere il potente di turno. E per questo scomodo per tanti, che negli anni non hanno lesinato attacchi o sottovalutazioni delle sue denunce, della sua arte.

Lo ricordo in prima fila su molte vicende dirimenti dell’attualità: sul conflitto di interessi che inquina da anni la politica italiana, sui diritti dei diseredati, sulla giustizia sociale, sulla battaglia per la salvezza della Grecia dalle grinfie dell’austerity europea (fu pure fra i primi firmatari della lista l’Altra Europa con Tsipras), sui temi ambientali. E poi le ultime vicende sui migranti, sulla chiusura dei porti, con un’intervista che ha fatto molto rumore, in cui più volte scandiva “Non in mio nome”.

Il Maestro è stato nel mondo, nello stesso modo in cui il suo Montalbano si immergeva nel mare di fronte di casa. Che ci fosse sereno o minacciasse tempesta, per concedersi una pausa di riflessione durante indagini complicate o per scrollarsi di dosso felice le fatiche di un caso risolto, Montalbano ha attraversato in lungo e in largo quello scorcio di mare.

E così ha fatto Camilleri, senza negarsi mai. Ci mancherà il suo racconto, il suo punto di vista, la biografia tagliente ma sempre benevola di un Paese ora impaurito e ossessionato.

Grazie di tutto, Maestro.

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A Tsipras il nostro ringraziamento. Per averci provato, fino in fondo. Hanno vinto una battaglia, non la guerra. Non è ancora finita

Alexi Tsipras resta uno dei protagonisti degli ultimi anni della politica europea. Nonostante la sconfitta elettorale, Tsipras ha raggiunto comunque un risultato importante, maturato in solitudine.
Come in solitudine ha provato a sfidare l’Europa della Troika, degli interessi finanziari e del controllo ossessivo sul debito.
Nei primi mesi del suo governo, quando la battaglia si fece cruenta, i socialisti europei governavano in Francia e in Italia. E hanno avuto l’occasione di mettere in discussione i dogmi dei trattati, se solo avessero voluto fare fronte comune con Alexis e con Syriza. E invece no. Hanno preferito il rigore di Merkel e dei paesi del nord, lasciando la Grecia sola, con una cravatta stretta annodata al collo. Quell’occasione di cambiamento resta per il momento unica nella storia recente dell’Europa unita e non è un caso se i protagonisti di quegli anni hanno pagato un prezzo elevato, come dimostrano i dati elettorali successivi.
Ad Alexis va il nostro ringraziamento. Per averci provato, fino in fondo. Hanno vinto una battaglia, non la guerra. Non è ancora finita.

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Grazie Carola

Manette manette.

Lo aveva gridato e ripetuto ancora in questi lunghissimi 17 giorni il Ministro del Disordine. Lui e chi, in una rincorsa macabra e violenta, aveva chiesto di andare oltre, augurandosi perfino l’affondamento della Sea Watch3.

Le manette sono arrivate. Il mostro e il suo corpo sono stati esposti, a favor di telecamere alle prime luci dell’alba. Le guerre hanno bisogno di prigionieri. E in questa guerra senza esclusione di colpi contro le Ong,  Carola rappresenta uno scalpo necessario per dare fiato al coro cattivo e urlato degli odiatori seriali.

Dopo 17 giorni infiniti questa giovane donna che non urla e non odia ha deciso che era arrivato il momento di concludere il salvataggio di quei migranti. Di condurli in porto perché è lì, in un porto sicuro e da nessuna altra parte, che un salvataggio o un caso SAR per dirla in modo più preciso si conclude.

A lei e a tutto l’equipaggio della Sea Watch va ancora di più il mio ringraziamento e il mio rispetto. La sua determinazione tranquilla è quella di chi guarda alle cose con semplicità. Senza inutili retoriche su l’eroismo. E se guardi a questa vicenda in modo semplice, senza il velo unto della propaganda, tutto si fa chiaro. A cominciare dalle questioni fondamentali.

Come è possibile che il nostro Paese continui a chiedere e a lavorare attivamente affinché i migranti vengano ricondotti in Libia quando tutti sanno, compreso il Ministro degli Esteri che lo ha nuovamente ribadito che la Libia non ha porti sicuri?

Tutta questa vicenda come molte altre simili a questa nasce e si sviluppa in un quadro di illegalità di cui le nostre Istituzioni sono pienamente responsabili.

E poi è semplicissimo vedere come trattenere decine di persone così a lungo in mare (mentre ogni giorno altro migranti sbarcano in quel porto e in altri del nostro Paese) sia irragionevole, oltre che immorale e cinico.

Nella vicenda che si è conclusa con lo sbarco dei migranti e con l’arresto di Carola non c’è nulla di normale. Se non la scelta di chi come Sea Watch, Mediterranea, Open Arms e altre organizzazioni si organizza per salvare la vita di persone che altrimenti continuerebbero ad ingigantire quello che è già da tempo il più grande cimitero a cielo aperto del mondo.

In questa vicenda non c’entra nulla la cosiddetta difesa dei confini. E nemmeno l’assenza di un Europa che andrebbe misurata, più che sulla contabilità delle ricollocazioni, sulla assenza drammatica di una politica strutturale di fronte ad un fenomeno strutturale. Diviene chiaro che questa guerra vive e si nutre di un impressionante rovesciamento di senso, si cambia il significato delle parole.

Se solidarietà diventa sinonimo di colpa, o di reato, allora i solidali divengono in un colpo criminali. I peggiori criminali.

In 17 giorni il nostro Governo ha impiegato enormi risorse, uomini e mezzi per fare guerra a questi pericolosi criminali. È in questo quadro, assurdo e indecente, che dobbiamo leggere l’ultimo tassello di questa storia.

Questa notte mentre la Sea Watch si dirigeva verso il porto una motovedetta della Guardia di Finanza ha prima intimato l’alt, per poi ormeggiare all’unica banchina disponibile per cercare di impedire l’attracco della nave. Tutto è accaduto in pochi minuti, mentre la manovra era in corso. Ed è in quel momento che tra la Sea Watch (molto più grande) e la motovedetta c’è stato un contatto. La fiancata della nave ha stretto quella della motovedetta verso la banchina.

Per fortuna nessuno, a cominciare dal personale della GdF si è fatto male. Io non sono un esperto di manovre portuali. Sono certo però che nessuno, e tantomeno Carola, ha deciso o anche solo pensato di speronare la motovedetta. Non so se ci siano stati errori di valutazione nella manovra in quel caso del tutto involontari.

So però, che anche questa situazione si sarebbe potuta evitare. Bastava risolvere subito questa vicenda nel modo più semplice. Dando un porto sicuro, e magari dicendo grazie a chi salva vite, esercitando un ruolo di supplenza nei confronti di quelle istituzioni, italiane ed Europee, che hanno smesso di farlo.

Salvini dice di provare pena per me e per i parlamentari che erano a bordo. Non si preoccupi. Io stanotte dormirò tranquillo perché ho fatto ciò che ritenevo giusto e necessario. E domattina mi sveglierò pensando al fatto che non dobbiamo permettere che su questa vicenda cali l’attenzione.

 Alle 5,30 del mattino si è conclusa felicemente la vicenda dei naufraghi salvato dalla Sea Wacht3, ora dobbiamo batterci e sperare che si chiuda felicemente la vicenda di chi ha fatto sì che quelle donne e quegli uomini non morissero in mare.