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Di Genova resta una foto, un modellino e un salotto

Avevo scritto all’indomani della tragedia che il ponte Morandi crollato a Genova era la fotografia della storia degli ultimi 30 anni del nostro Paese: la favoletta raccontata per anni che il privato era meglio del pubblico, con i regali elargiti alle grandi aziende che hanno privatizzato i profitti e socializzato le perdite. E i disastri.

E non mi stupisce, ma rattrista che sulle macerie di quel ponte in queste settimane si sia innescata una guerra furibonda, nelle istituzioni e nella politica, solo alla ricerca di un qualche riflettore o passaggio tv.

Il solito salotto, i soliti modellini, le solite facce.

Questo è tutto ciò che resta dopo “trenta” giorni dal disastro di Genova.

Dichiarazioni roboanti, dichiarazioni di guerra all’accumulazione di guadagni a scapito delle persone, promesse di rivoluzione. Nelle ore immediatamente successive alla tragedia le parole del governo correvano veloci addirittura la revoca della concessione. Ricordate il presidente del Consiglio che afferma, non aspetteremo i tempi della giustizia? Si parlava addirittura di nazionalizzazione.

E, devo dirlo, davanti al dramma del crollo e a tutto quello che quel crollo ha scoperchiato sul terreno del rapporto tra pubblico e privato, affermazioni in buona parte condivisibili. Almeno dal mio punto di vista. Ma dopo le parole ci sono i fatti.

E nei fatti, non c’è ancora un commissario, non c’è alcuna decisione su chi costruirà, con quali soldi e cosa.

Non c’è alcuna certezza sul destino degli sfollati. Non c’è nemmeno la revoca.

Resta una foto ricordo, con un modellino e un salotto.

Un film già visto fin troppe volte.

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Morire su un motorino per 20 euro…

Qualche giorno fa, nel silenzio della politica, si è consumata l’ennesima tragedia sul lavoro.

Un giovane di 29 anni, a Pisa, la mia città, è morto schiantandosi con il suo motorino, al secondo giorno di prova per una piccola azienda di ristorazione, per i quali consegnava cibo a domicilio attraverso lo stesso pub o tramite un sito terzo.

Maurizio Cammillini, questo il nome del giovane, avrebbe fatto qualunque cosa pur di pagarsi l’affitto di casa ed evitare di pesare sulla famiglia o sulla rete di amici che aveva. Secondo i racconti della sorella, “qualunque cosa e a qualunque costo”. Il manifesto drammatico di un’intera generazione, più che la condizione di Maurizio, che non poteva permettersi nemmeno un minuto di ritardo fra una consegna e l’altra, pena il posto di lavoro tanto desiderato.

È quello che accade e che vivono ogni giorno milioni di giovani di questo paese, cresciuti con l’idea che devono adattarsi, che devono dare sempre di più per vedersi riconfermato uno straccio di contratto a tempo determinato. Che è meglio non rivendicare un bel nulla, altrimenti “ne trovo altri cento come te, disposti a lavorare”.

Giovani più o meno formati che vivono con la convinzione di avere una costante tara nelle proprie capacità e di non essere sufficientemente “performanti”. Come un treno di gomme da Formula 1. Quando si usurano le cambi.

Sono storie di cui buona parte della politica non sa nulla. Fino a che non accade un disastro e allora si fa luce, si indaga, ci si addentra nella vita quotidiana e si scopre che il giorno prima, ad esempio, a Maurizio erano stati tolti 3 euro dalla sua paga di 20 euro giornaliere (20 euro, ripeto, 20 euro …), perché aveva consegnato una pizza in ritardo.

Si scopre che era in prova, ma senza uno straccio di contratto. Insomma lavorava in nero.

Si scopre che non solo è tornato con violenza il lavoro a cottimo, dopo anni e anni di battaglie furiose di quelli con le tute blu alle catene di montaggio, ma che è persino l’unica modalità con cui migliaia di giovani oggi lavorano in Italia.

Se consegni in tempo, se vendi, se chiudi qualche contratto al telefono, se rendi per come intendo io, ti pago (poco), altrimenti ti tolgo soldi.

Altro che “lavoretti”, come li chiama chi da questi “lavoretti” fa lauti guadagni. C’è un mondo ormai che si muove in queste condizioni. Senza diritti, senza reddito, senza alcun riconoscimento di status. Sono le vittime della nuova frontiera dell’economia, i fantasmi della gig economy.

Non sono lavoratori autonomi, come vorrebbero far credere i proprietari delle piattaforme. Ci sono algoritmi che ne comandano tempi di lavoro, di consegna e di vita. E a poco serve trincerarsi dietro la non obbligatorietà per i lavoratori di accettare di fare consegne per una o più giornate. Perché se ti rifiuti non hai un minimo salariale a pararti e perché se non sei presente, l’algoritmo ti cancella dalle opzioni. Quindi o lavori, o sparisci.

Recentemente è stato approvato dal governo il cosiddetto “decreto dignità“, che non modifica in nulla la situazione dei lavoratori della gig economy, oltre ad essere molto blando sul contrasto alla precarietà dei contratti di lavoro.

È ripreso ieri il tavolo che il Mise aveva aperto nei mesi scorsi con le parti datoriali e le organizzazioni sindacali per provare a regolamentare il settore della gig economy. Un tavolo che procede troppo lentamente, la situazione non può attendere oltre, se non vogliamo continuare a leggere di storie come quella di Maurizio.

Di Maio faccia un decreto e legiferi a riguardo. E serve un contratto nazionale di categoria, che stabilisca diritti e riconosca ai “fantasmi della gig economy” lo status di lavoratori subordinati. Con tutte le tutele del caso.

Noi offriremmo la più ampia collaborazione, perché un’intera generazione smetta di sentirsi costretta a fare “qualunque cosa, a qualunque costo”. Perché spesso il costo diventa troppo salato. E inaccettabile.

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La nostra battaglia resta sempre quella della riduzione del tempo di lavoro senza che venga intaccato il salario

Chiaro e secco.
Concordo con la proposta di chiusura dei centri commerciali nelle domeniche e nei giorni festivi.
È una battaglia che abbiamo portato avanti in questi anni, nei territori, al fianco dei lavoratori che con la liberalizzazione degli orari di apertura fatta dal governo Monti (e sostenuta da quasi tutta la politica) hanno visto ridursi i loro spazi di libertà, senza nemmeno aver visto crescere il proprio reddito.
I lavoratori hanno conosciuto solo una riduzione della propria libertà, dei propri diritti e un peggioramento delle qualità della vita.
Se la proposta arriverà in Parlamento la valuteremo attentamente e se ben fatta la sosterremo.
Il nostro obiettivo, la nostra battaglia resta sempre quella della riduzione del tempo di lavoro per le persone, senza che venga intaccato il salario.
Riprendiamoci ciò che ci è stato tolto.

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I servizi pubblici essenziali non possono essere la rendita garantita per pochi

Il ponte crollato a Genova, con le sue nefaste conseguenza, è la fotografia della storia degli ultimi 30 anni del nostro Paese. La favoletta raccontata per anni che il privato era meglio del pubblico, i regali elargiti alle grandi aziende che hanno privatizzato i profitti e socializzato le perdite. E i disastri.

Mi stupisce pure che sulle macerie di quel ponte, e di un bel pezzo delle vicende d’Italia, si sia innescata una guerra furibonda alla ricerca delle responsabilità politiche, che in realtà sono ben distribuite fra tutti i soggetti in campo. Fra chi ha direttamente privatizzato, chi ha concesso beni pubblici a esclusivo appannaggio dei privati, chi non ha controllato, chi come Matteo Salvini ha votato per rendere sempre più vantaggiose quelle concessioni, e chi ancora oggi rivendica le “privatizzazioni ben fatte” degli anni precedenti.

Ricordo, a tal proposito, il discorso di insediamento da Presidente del Consiglio di Matteo Renzi alla Camera dei Deputati, che rivendicava come tratto distintivo della sua visione politica, cito testualmente, “la madre di tutte le privatizzazioni, quella del Nuovo Pignone”. Pur non essendo stato lui direttamente coinvolto nella cosa per motivi anagrafici, Renzi sceglieva nel 2014 di parlare di una privatizzazione “ben fatta”, a suo dire.

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A bordo di Open Arms, stanotte salvate 87 persone in acque internazionali

31 Luglio

Il mare è una tavola. Condizioni perfette mi dicono sulla nave. Ma non avvistiamo nulla. E così succede anche al colibrì che ci passa vicino quasi per salutarci. La giornata corre veloce. A pranzo festeggiamo con una spaghettata il compleanno di Marina, l’infermiera italiana che con Giovanna (che compirà gli anni tra due giorni) compone lo staff medico.

1 Agosto

La giornata comincia come al solito alle 6. E scorre via veloce. Il mare è una tavola ma come è successo ieri non vediamo nulla. Né sul radar, ne con l’osservazione diretta. Anche il colibrì, che oggi vola ancora, non ha nulla da segnalare al termine del suo giro.

Verso le 17 il capitano concede un bagno all’equipaggio. Fermiamo la nave e caliamo una scaletta di corda. È un momento di gioia un po’ per tutti. Stare così tanto in mezzo al mare e non poterlo quasi toccare è una esperienza nuova, e strana, per chi, come me, lo ama così tanto. È un modo, quello del capitano, per fare un regalo a ragazzi e ragazze, che ormai da più di dieci giorni sono qui, lavorando ogni giorno senza mai fermarsi. Anche questa giornata sembra destinata a finire come quella precedente. E a guardare il mare, appare chiaro come a terra ci sia chi decide quando e come bloccare le partenze.

Alle 22, improvvisamente, cambia tutto. Riceviamo via radio la chiamata da parte di un mercantile (Adamel) che ci comunica le coordinate di un rubber boat in difficoltà che ha a sua volta ricevuto, dalla guardia costiera libica. Pochi minuti dopo arriva sul telefono satellitare una chiamata dei libici che ci danno nuove coordinate (circa 7 miglia dal primo punto) del rubber boat. In difficoltà. Fermo e con persone a bordo. Ci chiedono di intervenire. Quasi contemporaneamente un messaggio sul sistema INMARSAT da MRCC Roma dirama il messaggio su richiesta dei Libici, confermando l’indicazione.

Invertiamo la rotta e Marc, il capitano, porta la velocità al massimo. 11 nodi. Poi quasi 12. Ma dalla sala macchine avvertono che i motori si stanno surriscaldando. Riduciamo un po’ la velocità. Siamo a quasi 30 miglia. Poco meno di 3 ore.

2 agosto

Intorno alle 23,30 lanciamo i ribh per raggiungere più velocemente il punto indicato. Partono carichi di centinaia di giubbotti. Non sappiamo quante persone ci siano a bordo.

Ore 00.17 Eco 1 (uno dei due gommoni da ricerca e salvataggio della Open Arms) ci comunica che ha individuato il rubber boat. Sta convergendo anche Eco 2.

E noi siamo a poco meno di 20 minuti. Dalla nave comunicano le informazioni. I gommoni distribuiscono prima di tutto i giubbotti. Ci comunicano che si tratta di un gommone bianco. La raccomandazione che arriva da qui è di spiegare alle persone chi siamo e cosa facciamo. Di spiegare che non siamo Libici. Di tranquillizzarli. Due immigrati si sono buttati in acqua. Poi altri. Dalle ribh percepiamo tensione. Questa fase del salvataggio è forse la più delicata. Il rischio che l’agitazione provochi movimenti improvvisi e che il gommone possa rovesciarsi è alto.

Ore 1:53. Operazione conclusa. 87 a bordo della Open Arms. Stanno tutti bene. Recuperate le ribh. Terminato il triage. Non dimenticherò mai gli occhi di quelli che ho tirato a bordo. 84 vengono dal Sudan. Molti dal Darfur. Poi un Egiziano, un Siriano e un Gambiano. Ad un primo esame 8 sono minori. Due accompagnati dal padre. 6 non accompagnati. Appena saliti tutti i migranti hanno ricevuto una bottiglietta di acqua. Subito dopo abbiamo diviso dagli altri quelli con abiti impregnati di benzina. Nella fila che organizza l’arrivo a bordo, la dottoressa e l’infermiera di turno, annusano letteralmente gli abiti all’altezza dei glutei e del lato posteriore della gamba. Le parti più esposte al contatto con il carburante. Quando è prolungato provoca, in poco tempo, ustioni chimiche molto serie sulla pelle. A loro si fa una doccia con un sapone apposito e si fornisce un pigiama al posto dei vestiti.

Finita questa operazione a ciascuno è stata riempita nuovamente la bottiglietta e consegnata una barretta ad alto contenuto energetico. Nel frattempo, Riccardo ha comunicato telefonicamente e via mail l’esito dell’intervento a tutte le autorità di riferimento. Spagnole, Italiane (che ci hanno comunicato di rivolgerci ai Libici) e Libiche.

Erano in mare da due giorni. Senza acqua. Pensiamo che si tratti di uno dei tre gommoni su cui era stato lanciato l’allarme SAR di lunedì. Quello che ha coinvolto la Asso 28. Lo stesso allarme che i Libici avevano dichiarato chiuso invitandoci ad allontanarci dalla zona. Alle 3:11 questa prima fase dell’operazione è quasi terminata. Tra poco si organizzano i turni per la notte. La professionalità di chi lavora su questa nave è impressionante.

Ore 5:47. Sono in coperta. Ho dormito poco più di un’ora. Il mio turno di guardia ora si svolge qui. Più che una guardia si tratta di un turno di cura. Serve a rispondere a eventuali problemi o esigenze dei ragazzi. Dormono tutti. Avvolti nelle coperte che gli abbiamo distribuito.

Proprio vicino a me due dei più giovani. Dormono insieme. Una coperta a terra e una per coprirsi. Uno è il nipote dell’altro. Giovanna, a cui do il cambio, mi dice che questo per loro è il primo vero sonno da tanto tempo. Non solo per le 48 ore o forse più, passate in mare. Ma perché nel loro lungo viaggio, cominciato molto prima di imbarcarsi, per la prima volta, si sentono protetti, al sicuro.

I soccorritori e i giornalisti che ieri sera hanno effettuato il trasbordo con le ribh e che per primi sono arrivati al rubber boat, al ritorno ci hanno fatto tutti lo stesso racconto. Il primo impatto. I ragazzi che si ritraggono. Qualcuno che si getta in mare. Tutti che gridano “no Libia, no Libia”.

Panama (è il suo soprannome, si chiama Xavier ), un soccorritore volontario che fa il turno con me, ieri sera davanti al terrore di uno dei ragazzi si è tolto il casco, per mostrare i suoi capelli biondi e la sua cresta. Per dimostrare di non essere un libico. Panama ha 25 anni, viene da Madrid, e frequenta l’ultimo anno di un corso di laurea in marketing. Nel frattempo lavora come barman, o dove può, per mantenersi. Un tipico radical chic insomma.

Poco dopo l’inizio del turno vado in cucina a preparare il the. Un enorme pentolone. E molto zucchero. Una volta pronto ci organizziamo in tre. Io, Panama e Carlitos (il marinaio tuttofare della nave). Io distribuisco il the, Panama due gallette di riso a testa, Carlitos disegna un cerchietto sui braccialetti che abbiamo messo ai loro polsi ieri sera. Così siamo in grado di tenere il conto e di dare un ordine alla distribuzione della colazione. 87 bicchieri di The. 174 gallette. Chiedo ad un ragazzo vicino a me di aiutarmi. Sorride. Si mette li, mi passa i bicchieri. Diventa tutto più fluido e veloce .

Ora, dopo la fine del mio turno, mi preparo per allestire il pranzo dell’equipaggio. Altri si occuperanno di preparare riso e purè per tutti i ragazzi in coperta. Mentre attendiamo indicazioni sul coordinamento della fase successiva continuiamo la nostra attività di pattugliamento. Le condizioni meteo restano ottime ed è possibile che nelle prossime ore ci siano altri interventi da fare….

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Eccoli, i campioni dell’aiutiamoli a casa loro

Aiutiamoli a casa loro! Quante volte lo avete sentito dire in questo paese in cui la politica è malata di uso compulsivo della menzogna? Bene. Dovete sapere la verità, ovvero che funziona così: a casa loro in Africa c’è il petrolio e le risorse minerarie che servono a noi. Così mandiamo Eni e varie altre imprese italiane a fare affari sulle altrui ricchezze. Capita ovviamente che si litighi con altri paesi occidentali, che hanno gli stessi interessi strategici. Così, ogni tanto ci scappa qualche guerra commerciale e diplomatica e, cosa ancora più orribile, ci scappa anche qualche guerra fatta di bombardamenti, morti, feriti e distruzioni di ogni tipo.

Naturalmente l’instabilità dei paesi africani fa comodo all’occidente: più sono instabili più è facile conquistare pozzi e miniere, senza pagare il prezzo e le tasse che sarebbero dovute. L’unica controindicazione sono le tangenti, quelle che spesso e volentieri anche le imprese italiane pagano nel continente dimenticato, foraggiando i corrotti e finanziando regimi infami.

Peccato che tutti facciano finta di non sapere che l’instabilità politica, la guerra, il colonialismo economico, la fame e lo sfruttamento spingano le persone ad emigrare esattamente lungo le rotte che percorrono le ricchezze dei paesi in cui vivono. Seguite il viaggio, follow the money, non solo per il petrolio e l’oro, ma sopratutto per minerali come uranio, coltano, niobium, tantalum e casserite – per intenderci quelli che sono nei nostri dispositivi elettronici e nei missili – e seguirete anche quelle rotte dei migranti che si infrangono sui nostri scogli, contro i nostri porti chiusi, contro il razzismo dei leoni da tastiera che digitano sullo smartphone prodotto usando i minerali africani.

Eccoli, i campioni dell’aiutiamoli a casa loro. Vogliono le ricchezze ma non vogliono i poveri che creano e hanno creato accaparrandosele per secoli. Eccoli, li vedete ogni giorno, il premier Conte che stringe la mano a Trump invocando il controllo italiano sulla Libia, la ministra Trenta che alza i toni con la Francia per difendere i nostri pozzi, Salvini che corre a promettere autostrade che non si faranno mai in cambio della costruzione di lager per migranti.
Eccoli, poche settimane e sono già parte del grande gioco del cinismo e degli affari. Non vi fanno un po’ schifo? A me si.

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Asso28: la politica sui migranti dell’Italia si decide sulle piattaforme petrolifere?

C’è un fatto incontrovertibile, per altro confermato dall’armatore della Asso28: per la prima volta una nave battente bandiera italiana ha effettuato un respingimento collettivo. E cioè ha riportato delle persone in un luogo insicuro senza che fosse possibile verificare se abbiano o meno diritto allo status di rifugiato, ovvero se scappino o meno da guerre e torture.

Un precedente grave, come confermato da UNHCR e da altre organizzazioni che si occupano di diritti umani. È anche la dimostrazione che Salvini è un bugiardo quando afferma che il governo è pronto a far fronte al dovere di accogliere chi scappa dalle guerre e da morte certa. Ci dica Salvini: chi restituirà questo diritto a coloro che sono stati ingiustamente riportati in Libia? 
Non basta: da chi è partito l’ordine del respingimento? 
Non è ancora chiaro. Il capitano dello Asso28 in un primo momento ha affermato di aver ricevuto indicazioni dai libici, poi ha ritrattato, parlando chiaramente di una comunicazione arrivata dalla piattaforma petrolifera per cui lavorano, e cioè una piattaforma di proprietà di una join venture tra Eni e la società petrolifera libica Noc.

Non si comprende bene a quale titolo i dirigenti di una piattaforma petrolifera fornirebbero comunicazioni di questo tipo, sostituendosi ai governi e al lavoro dei ministeri.
ENI intanto smentisce il suo coinvolgimento e rimanda la palla nel campo della Libia.
Qualcuno deve delle spiegazioni ai cittadini italiani, non vi pare?
Il governo italiano, i libici, gli armatori ci dicano chi e come ha gestito l’operazione. Ci spieghino perché tutte queste contraddizioni tra la ricostruzione, gli audio che abbiamo ascoltato e le informazioni che a noi sono state date direttamente dalla Asso28.

Siamo già di fronte ad un caso di violazione di leggi che esistono per proteggere esseri umani, ed è molto grave. Se in più l’ordine di violare queste norme fosse partito davvero da una piattaforma petrolifera la vicenda diventerebbe agghiacciante e getterebbe un’ombra pesante (l’ennesima) sul ruolo di una certa industria economica nel Mediterraneo e in Africa.
Aspettiamo risposte.

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Diario di bordo dalla Open Arms. Così una nave italiana ha violato il diritto internazionale

26 luglio

Intorno alle 12 chi sta di guardia avvista qualcosa in mare. La prima impressione è quella che si tratti di un corpo. Scendiamo con un gommone. Vado anche io. Per fortuna è un falso allarme. Quello che avevano visto galleggiare era la carcassa di una pecora. Quando sulle navi che le trasportano qualcuna si ammala, non è infrequente che venga buttata in mare. Tiriamo un sospiro di sollievo.

A quel punto con uno dei due gommoni in acqua viene calato anche l’altro e decisa una esercitazione. Prima una prova per individuare e raggiungere il più velocemente possibile un obiettivo. Poi si passa al cento piedi. È un grande tubolare galleggiante che, trainato dai gommoni consente di trascinare in mare molte persone attaccate alle corde che lo circondano lateralmente. Diventa uno strumento particolarmente utile quando ci sono molte persone in mare e non basta lo spazio sui gommoni.

Torniamo a bordo dopo due ore. Stanchi. La giornata prosegue con la rotta di pattugliamento. Stiamo effettuando da due giorni una specie di serpentina tra Tripoli e Kohms. Ho letto su questo un tweet di uno di questi campioni con il profilo pieno di bandierine italiane che tra l’ironico e il polemico mi chiede se stiamo facendole vasche. Gli rispondo qui: sì, stiamo facendo quello che serve. Pattugliare un’area di mare per cercare di incrociare barche in difficoltà. È non è molto divertente. Del resto, da quando la solidarietà è diventata per alcuni un reato, tutto è più difficile.

La giornata scorre con la solita routine. L’unica novità è che la cuoca non si sente bene. Mi sono offerto di sostituirla.

A giudicare dalla faccia dell’equipaggio non è andata troppo male.

27 Luglio

Si è alzato il vento. Continuiamo a navigare. E io continuo a cucinare. Oggi pranzo e cena. Cucinare mi è sempre piaciuto. Farlo nella cucina di una nave come questa, mentre vai su e giù è un po’ più complicato. Ma qualcuno deve farlo. E anche quando non succede nulla di particolare sulla nave non si sta mai troppo fermi. In particolare i tre macchinisti. A loro va una ammirazione particolare. Alicia, Manuel e Diego che è l’ufficiale di macchina e ha la mia stessa età. Passano tutta la giornata e la notte nella sala macchine. A turno. Calore, umidità e rumore. Ma senza il loro lavoro non si può navigare. Una porzione più grande a chi la chiede è sempre disponibile.

28 Luglio

Siamo davanti alla Tunisia. Sul limite delle 24 miglia. La sveglia è suonata alle 4:00. Il capitano ha chiamato il primo ufficiale della Sarost 5 e Riccardo l’MRCC tunisino. Siamo qui per prestare supporto e soccorso all’equipaggio e ai 40 migranti che, ormai da 17 giorni, aspettano un porto di sbarco. Non hanno avuto disponibilità dalla Tunisia, né dall’Italia né da Malta. Ci sono due donne incinte e un ferito. Stanno finendo i viveri. Alle 6:30 siamo in attesa di una autorizzazione per andare a bordo con il personale medico, viveri, e medicine.

Sono le 7:34 e arriva l’autorizzazione. Cominciamo ad avvicinarci. Il primo ufficiale si prepara ad issare la bandiera tunisina non appena entrati nelle 12 miglia.

In coperta si prepara il materiale. Acqua, barrette energetiche e pigiami sono le prime cose. Sulla Open Arms abbiamo un ecografo. La dottoressa lo porterà a bordo della Sarost5 per visitare le donne incinte.

Sono le 14:25. Siamo da 5 ore ancorati a due miglia dalla Sarost 5 ma le autorità non ci autorizzano a salire a bordo per prestare assistenza. Pare che sia in arrivo la Mezzaluna rossa tunisina. Nel frattempo Ester, una ragazza dell’equipaggio, sta male. Ha la febbre molto alta da due giorni. E non migliora. Forse una infezione. La dottoressa ha deciso di chiedere una estrazione. Cioè un aiuto perché possa essere spostata a terra per ricevere cure appropriate. Stiamo decidendo di dirigerci verso Malta. Sono 18 ore di navigazione.

29 Luglio

Arriviamo al punto stabilito (15 miglia dalla costa – Malta non ci autorizza ad entrare nelle acque territoriali) intorno alle 9. Dopo una quarantina di minuti arriva la barca della guardia costiera maltese. L’evacuazione di Ester e di Albert che la accompagna dura pochi minuti. Lo salutiamo e ringraziamo i militari che si allontanano. Una rapida manovra di inversione di rotta e torniamo indietro. L’obbiettivo è ancora una volta Zarzis. Vogliamo andare a sincerarci che lo sbarco dei 40 migranti della Sarost 5, promesso in giornata dal capo del governo tunisino, sia effettivamente avvenuto. In fondo, dopo il nostro arrivo ieri mattina e le pressioni perché ci consentissero un intervento, la situazione incredibile di uno stallo durato 18 giorni si è finalmente sbloccata. O almeno così dicono le dichiarazioni ufficiali. Nel frattempo ha ricominciato a volare il Colibrì. Si tratta di un aereo di una ong francese che da molti giorni era bloccato a Lampedusa. Non trovava nessuno che gli facesse rifornimento! L’appoggio dell’aereo rende tutto diverso. È chiaro che in questo modo la possibilità di avvistamento di eventuali barconi aumenta sensibilmente. Dunque, tappa a Zarzis e poi di nuovo verso la cosiddetta Sar zone Libica.

30 Luglio

Sono le 7:30 e da due ore siamo di nuovo vicino alla Sarost 5. I migranti, nonostante gli annunci, sono ancora lì. Abbiamo chiesto nuovamente il permesso di andare a bordo. La mezzaluna rossa è salita ma non ha fatto neanche una ecografia alle due donne incinte. Non hanno mezzi. Noi abbiamo un ecografo portatile. Per ora nessuna risposta. Rispetto a ieri, ad ora, non ci consentono nemmeno di entrare nelle 12 miglia. Nel frattempo si è avvicinato un piccolo peschereccio tunisino. Ci offrono del pesce. In cambio nutella e mezza stecca di sigarette. Ci chiedono cosa facciamo. Quando capiscono che siamo una nave umanitaria sorridono. Ci dicono, mentre si allontanano che ci chiameranno se avvistano barconi. Stabiliamo un canale VHS. Il mondo è migliore di come sembra.

Alle 10:13 ora italiana arriva l’autorizzazione ad entrare nelle acque territoriali tunisine. Aspettiamo ancora risposte sulla possibilità di salire a bordo della Sarost5.

Sembra incredibile ma gli stessi che ci avevano autorizzato ad entrare fini alle 4 miglia e ad ancorare ora negano l’autorizzazione. Togliamo l’ancora e ci prepariamo a tornare al limite delle 12 miglia.

Alle 12:45 ora italiana riceviamo sul sistema NAVTEX un messaggio dal MRCC maltese che rilancia un messaggio di MRCC italiano che comunica la presenza di un Rubber Boat con 120 persone a bordo a nord di Sabrata. Siamo a 73 miglia di distanza. Partiamo subito. Col mare calmo e a circa 11 nodi sono quasi sette ore di navigazione.

Dal colibrì ci hanno appena comunicato le coordinate di tre barconi. Anche la prima comunicazione sul sistema NAVTEX (quella che da Malta rilancia un messaggio delle autorità italiane) arriva grazie al colibrì, ma sulle altre imbarcazioni segnalate dall’aereo non riceviamo informazioni dal sistema NAVTEX. Non arrivano dall’Italia che probabilmente ha contattato solo i libici. E soprattutto non arriva nulla dai libici che dovrebbero diramare un avviso con lo stesso sistema, visto che dovrebbero essere impegnati in operazioni di soccorso. Da qui si capisce cosa significhi far coordinare a Tripoli la ricerca e il soccorso in una SAR Zone così vasta.

Alle 15:16, poco dopo la comunicazione, chiamiamo l’MRCC italiano per riferire e ricevere eventuali indicazioni. Nel frattempo a bordo si preparano i ribh (le imbarcazioni veloci). È probabile che vengano lanciati prima del nostro arrivo nel punto in cui prevediamo si trovino i barconi tra alcune ore.

Da Roma rispondono di non preoccuparsi perché ci sono i libici. In realtà il colibrì non li ha visti. In ogni caso comunichiamo che stiamo facendo rotta sulle coordinate indicate. Da 20 minuti cerchiamo di metterci in contatto con i libici. Usiamo i 4 numeri che risultano dal sistema NAVTEX e confermati da Malta. Due non funzionano. Sembrano inesistenti. Uno non risponde. L’ultimo risponde ma da l’altro capo del telefono nessuno parla inglese…

Alle 15:56 decidiamo di lanciare il ribh entro un ora e mezzo da adesso.

Alle 17:40 circa i libici si fanno vivi. Prima con la radio, poi con una mail. Dicono di essere già in zona e in azione. Apprezzano il nostro aiuto ma, scrivono, non serviamo. Memori di come è andata a finire l’ultima volta, continuiamo ad andare nella direzione in cui presumiamo si trovino i gommoni.

Alle 17:50 partono i due ribh. Ci precederanno al punto verso cui navighiamo. Se non troveranno nulla si dirigeranno a nord, lungo la rotta presunta dei gommoni. Quello che sta succedendo è incredibile se non lo vedessi in prima persona. I libici dichiarano di aver risolto tutti gli eventi di soccorso segnalati da Roma. Tre gommoni. Diverse centinaia di persone. Uno di questi è stato risolto dalla Asso 28. Si tratta di una nave che batte bandiera Italiana. La abbiamo appena chiamata. Ha recuperato 108 migranti a bordo di un gommone bianco. Ha ricevuto l’ordine di portarli a Tripoli. Lo stanno facendo. Si tratta di un respingimento collettivo. Stanno portando delle persone in un porto che non è considerato come porto sicuro.

Mentre scrivo, leggo le dichiarazioni del Presidente della Camera dei Deputati Fico sulla Libia. Bene. Ma alle dichiarazioni seguano gli atti.

È un’altra, l’ennesima, violazione della legge. Degli altri gommoni non abbiamo notizie. Continuiamo a pattugliare con i due gommoni in mare.

Alle 20:30 i nostri gommoni sono ancora in mare. Stiamo puntando a nord ovest. Seguiamo l’avvistamento di una piccola imbarcazione di legno con 35 persone a bordo. Intanto sta calando il buio.

I ribh rientrano dopo le 22:00. Sono stati in mare quasi 5 ore. Ma proseguire le ricerche di notte diventa davvero proibitivo. All’alba si ricomincia.

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Diario di bordo dalla Open Arms

22 Luglio

L’aereo atterra a Palma di Mallorca con un po’ di ritardo. Uscito dall’aeroporto, intorno alle 16, chiamo Riccardo Gatti, il capo missione. Durante quella precedente, comandava la Astral su cui erano imbarcati Erasmo Palazzotto, Marc Gasol e Annalisa Camilli. Mi spiega come raggiungere la nave. Salgo su un taxi e mi avvio.

Arrivo alla Open Arms intorno alle 16:45.

Il vento alza la polvere sul molo, al Dique de L’Oeste. Salgo a bordo. Mi portano subito a fare un rapido giro della nave che un tempo, tra le altre cose, è stata anche un mezzo dei bomberos (i vigili del fuoco). Il tempo di completare gli ultimi preparativi, degli abbracci con i volontari che sbarcano dopo l’ultima missione, la 47, e poi via. Lasciamo il molo e poco dopo siamo fuori dal porto.

È cominciata la missione 48 della Proactiva Open Arms. Ogni missione è una cosa a se stante. Al ritorno si chiude una pratica e se ne apre un’altra. È necessario per dare ordine al lavoro, per tutelare i membri dell’equipaggio e definire, rispetto alle singole missioni, gli ambiti di eventuali responsabilità. Il Capitano di questa missione è sottoposto ad indagine. La guerra contro le Ong la fanno anche così.

Siamo appena partiti e il lavoro procede con un suo ordine. La squadra dei soccorritori mette ordine tra i materiali e distribuisce le dotazioni personali più importanti. La prima è costituita da un giubbotto salvagente molto particolare. Un tubolare leggero che passa intorno al collo e con due cinghie sotto alle gambe e che, mi dicono, si gonfia al contatto con l’acqua. Se cadi in mare ti tiene su. Ma non è ingombrante quando ti devi muovere a bordo come per gli altri giubbotti. Poi la “divisa”: due magliette, due paia di pantaloncini, un frontale. Una lucetta che si fissa sulla fronte con una fascia elastica e che serve a muoversi sulla nave durante la notte. Quando è buio e le luci sono spente.

Comincio a conoscere gli altri. Il personale medico è costituito da due dottoresse. Entrambe italiane. Giovanna e Marina. L’anno scorso hanno passato 8 mesi sulle navi nel mediterraneo.

Marina è stata molte volte in Africa. Tra queste in Sierra Leone per l’ebola. Sono loro che si sono prese cura di Josefa dopo il salvataggio. E sì, le hanno anche messo lo smalto alle unghie. Perché la cura non è solo medicalizzazione. È anche umanità, affetto, rispetto e relazione. Spiega a me e a Valerio, un free lance romano che lavora per AP, come ci si comporta di fronte alle più frequenti patologie che si incontrano dopo un salvataggio. E come riconoscerle. Malattie respiratorie (il più delle volte legate al freddo e all’umidità), le ustioni chimiche che ti portano via la pelle come se fosse un guanto. Si producono quando stai per molto tempo a contatto con i combustibili, nella stiva dei barconi o in acqua dove galleggia la nafta dopo un naufragio. È necessario spogliare subito le persone, lavarle abbondantemente e dotarle di vestiti puliti. O in mancanza di questi, delle coperte termiche. Per capirci quelle che fuori sembrano d’oro. Sono efficaci, a patto che avvolgano un corpo nudo e asciutto. Mentre parla sorride. Ha un tono e parole rassicuranti. “Quando non è strettamente necessario, cerco di non usare i guanti. Stringere la mano o fare una carezza a mani nude è un’altra cosa. Stabilire un contatto conta molto. Abbiamo a che fare con persone traumatizzate”. Cura. Appunto.

Ora è il momento di stabilire i turni.

Ognuno deve sempre sapere cosa deve fare. Così, se qualcosa non va, sappiamo con chi prendercela mi dice, sorridendo, il capo missione. Ci sono tre squadre di quattro persone. Due formate da tre soccorritori e un giornalista. Oltre a Valerio a bordo c’è Juan, un fotografo della Reuters. 55 anni, di origine Argentina che vive e lavora a Madrid. Poi la mia, con Riccardo Gatti e le due dottoresse. I turni ruotano. Un giorno “limpieza“ (pulizia di tutti gli spazi comuni, bagni, corridoi e ponte), quello seguente cucina. Il terzo riposo. Ogni giorno però, sei ore a testa di guardia. A gruppi di tre. Il mio è quello che va dalle 6 alle 9 del mattino e dalle 18 alle 21 della sera.

È arrivata l’ora della cena. La prima a bordo. Riso e un curry di verdure. Alle 22 sono a letto. Si balla e all’inizio fatico a prendere le misure della mia cuccetta. Quella di sopra in un letto a castello.

23 Luglio

Alle sei arrivo sul ponte e Ricardo, l’ufficiale che ha guidato nella notte, mi spiega che abbiamo ballato perché c’era “mare di fondo” (un onda lunga e vecchia che residua da una situazione di vento precedente).

Mi mostra gli strumenti fondamentali, il radar, la radio, il sistema di navigazione. Guardandolo si capisce che tra dove siamo e il sud della Sardegna ci sono 20 ore di navigazione. Intanto il sole è sorto. E illumina una piccola nave. Piena di umanità. Alle 10:00 Riccardo ha un collegamento con Agorà. Poco prima mi aveva raccontato di essere nato in un piccolo paese lombardo, vicino a Pontida. Ci viene da ridere. Arriva la telefonata. Lui risponde con calma. Parole semplici. “No guardi, non ci interessa replicare a Salvini”. Il ministro della propaganda e del cinismo ha appena rilanciato il suo carico di insulti e veleno contro ong e “buonisti”, come li chiama lui. Che poi, se noi siamo buonisti e se essere buonisti è un titolo di demerito, evidentemente a lui piace essere un “cattivista”. Riccardo continua: “La nostra non è una battaglia politica. Facciamo solo ciò che abbiamo sempre fatto. Andiamo dove c’è bisogno di noi. A salvare la vita di chi rischia di perderla.”

Niente di più politico. E potente. Quando finisce cominciamo a parlare. C’è Marc, il capitano. Mi arrangio con il mio, quasi inesistente, spagnolo. Marc non è un attivista. Ma stando qui si è fatto un’idea. È lui che mi parla della scelta fatta dopo il salvataggio di Josefa e il ritrovamento dei cadaveri di un bambino e di un’altra donna. Andare in Spagna, rifiutare la proposta di Catania, avanzata dal Governo solo dopo 10 ore. Ore piene di insulti. E di minacce. Le ore della Fake News. Salvini pronuncia quella parola pochi minuti dopo la diffusione delle immagini. Immagini di morte. Le immagini della sua colpa e della colpa del governo Italiano, del suo collega, il cittadino Toninelli. Stanno trascinando nella vergogna un intero Paese. Porti chiusi. Marc (42 anni) lo dice in modo semplice e diretto: “Noi non ci fidiamo. Se cambia la situazione noi torniamo. Se cambiasse la situazione in Libia andremmo anche lì. In fondo, l’obbiettivo finale, è non dover andare più in mare. A fare quello che facciamo. Dovrebbero farlo le istituzioni, gli Stati. Non noi. A noi tocca una supplenza.”

Già. Ha ragione. In fondo è così semplice da capire. L’Italia, il mio Paese, lo faceva. Mare Nostrum si chiamava la missione. Voluta dal Governo Letta a cui io facevo opposizione, ma che, su questo punto, ebbe la forza e la dignità di reagire dopo la catastrofe del 3 ottobre 2013 davanti alle coste di Lampedusa.

Poi quella missione è stata cancellata. E Salvini non era ancora arrivato. Poi hanno fatto accordi con la Libia, con un governo che non controlla nemmeno l’intera città di Tripoli. E hanno trasformato gli scafisti in carcerieri. Nel frattempo avevano bombardato i barconi. Ecco perché ora usano gommoni cinesi che si rompono dopo poche ore. Altro che “Pull Factor” degli aiuti. Poi hanno imposto il “codice di condotta” alle Ong per impedirne sostanzialmente il lavoro ed è cominciata una impressionante campagna di delegittimazione. Su cui è prontamente salito Di Maio. “Le Ong sono Taxi del mare” disse. Una vergogna. Ma anche allora Salvini non c’era. Furono i governi Renzi prima e Gentiloni poi a fare tutto questo. Col ruolo decisivo dell’allora Ministro Minniti.

Poi Salvini è arrivato davvero. Gli avevano aperto le porte e steso un tappeto rosso. E ha fatto Salvini. È andato oltre.

Anche per questo sono qui. Perché la Costituzione ci dice che le funzioni pubbliche vanno esercitate con disciplina e onore. E, allora, di fronte ad un Governo che ogni giorno calpesta l’onore di un intero Paese esercitando il potere di lasciar morire persone che potrebbero essere salvate, bisogna pur fare qualcosa.

24 luglio

Durante le guardie si prende nota di ogni comunicazione tra le varie autorità costiere e i natanti, per capire cosa accade e in ogni caso per avere traccia di tutto ciò che succederà e ogni due ore viene inviata una mail alla MRCC di Roma per comunicare data, orario e coordinate. Alla Marina Spagnola la stessa mail viene inviata due volte al giorno. Alle 10 di mattina e alle 22 della sera.

Dopo la guardia c’è il turno di cucina. In realtà non cuciniamo (e la cosa mi dispiace perché cucinare è una cosa che amo fare), ma è necessario apparecchiare per i due turni di mensa. Attorno al tavolo riescono a mangiare al massimo 11 persone e noi siamo in 19. Alla fine, dopo aver mangiato anche noi è il momento di lavare i piatti e pulire cucina e sala da pranzo. Quello che colpisce è che c’è sempre qualcuno che, pur non avendo alcun obbligo, si offre di aiutare. E nessuno dimentica mai di sorridere e ringraziare. Probabilmente è necessario se si vuole convivere in un ambiente che ti costringe ad una promiscuità continua.

Nel pomeriggio due ore di esercitazioni. Prima una anti incendio. Poi quella di abbandono della barca. Il Capitano ci spiega che è necessario imparare almeno le nozioni fondamentali. Che durante una emergenza possono diventare decisive. Dopo la fine si discute di come è andata mentre i due pompieri provano l’equipaggiamento da indossare in caso di interventi particolari. Sono le 20 e la cena stasera comincia un po’ più tardi. Da oggi occhi aperti e un clima più teso durante i turni di guardia. Siamo ancora a 200 miglia dalla zona SAR di fronte alla Libia. Ma già qui, di fronte alle coste tunisine non è infrequente incrociare barconi e gommoni di migranti. A un certo punto vediamo una nave che non è segnalata dagli strumenti. Saliamo sul pennone dove c’è un binocolo più potente. Il marinaio esperto guarda e dice: pescano tonni…intanto ho agganciato le celle telefoniche tunisine. E sono riuscito a chiamare casa, finalmente.

25 Luglio

La mattina comincia con un delfino. Ne vedremo altri nel corso della giornata. Ma il primo, un grosso esemplare ci salta intorno per un bel po’. Attraversa la linea di navigazione da destra a sinistra più volte. Sotto la prua. E Salta. E sembra che si giri in acqua per guardarti e salutare. Corro a fargli una foto per mandarla a mio figlio.

Intorno alle 15 dopo quasi 72 ore di navigazione ininterrotta, siamo arrivati nella zona SAR libica. Fino ad adesso nessun avvistamento e nessuna comunicazione rilevante intercettata dalla radio. Solo qualche peschereccio e qualche barca di avvoltoi. Mi spiegano che capita spesso di vederne. Sono piccole imbarcazioni che escono per pescare ma cercano, tra una battuta e l’altra, qualche gommone vuoto da rivendere. In fondo, chiosa Riccardo Gatti, si tratta soltanto di poveracci. Altri disperati. Adesso operare qui è più difficile.

Prima era MRRC di Roma a chiamare e inviare le coordinate per orientare le ong. Ora, mi dicono, non accade più. Spetta ai libici, come vuole il governo italiano. Ma cosa fanno i Libici, come operano e come intendono il soccorso lo abbiamo visto con la vicenda drammatica del salvataggio del 17 luglio. Durante la missione 47 della Open Arms e della Astral, dove era imbarcato Erasmo Palazzotto. La verità è che i Libici non sono attrezzati e soprattutto che quando intercettano una barca che fugge dalle loro coste, quello che fanno, anche senza lasciar persone in mare, non si chiama salvataggio ma cattura. Qui c’è una questione fondamentale. Chi parla di fermare, azzerare, impedire gli sbarchi, aggiungendo che si tratta del solo modo di evitare la morte in mare, non ha alcun interesse per la vita di chi fugge. Per la loro storia, individuale e unica. Non per nulla le convenzioni internazionali, proibiscono come un crimine il respingimento collettivo. Ma soprattutto, non fa i conti con una verità semplice da capire, se capire resta un obbiettivo. Le partenze, almeno quelle che prevedono il rischio molto concreto di perdere la vita propria e di quanto si ha di più caro come un figlio o una figlia, si fermano se si azzerano le ragioni che ti spingono ad una scelta tanto disperata. E quelle ragioni hanno un nome. Che spesso fa rima con Occidente e dunque anche con Italia. Si chiamano guerra (magari combattuta con bombe e armi vendute anche da noi), persecuzione, ma anche fame. Povertà assoluta. Assenza di qualsiasi prospettiva di futuro. Ci penso mentre ricomincia il mio turno di guardia. Quello serale. Mi hanno insegnato ad usare il binocolo per guardare l’orizzonte. E il mare, questo mare nostro, è bellissimo e grande. Di una grandezza che cogli solo se ci stai in questo modo. Pensare di chiuderlo, trasformarlo in un enorme cimitero a cielo aperto, è un crimine contro l’umanità. La storia. Le culture millenarie che lo circondano. Chi è complice, chi non trova il modo di reagire, ne risponderà. Davanti alla Storia.

26 Luglio

Sveglia alle 5:30. Alle 6 comincia il turno di guardia. Salgo sul ponte e mi accorgo che siamo quasi fermi. Ricardo Sandoval mi spiega che andiamo a 3 nodi. È la velocità di pattugliamento. Sul radar abbiamo alla nostra destra un piccolo puntino. Stiamo aspettando per capire se “entra”. Se si dirige verso di noi. Cioè verso nord, verso le coste dell’Europa. Navighiamo poco oltre le 24 miglia. È il limite di sicurezza. Il nuovo limite. 12 miglia sono la distanza che misura le acque territoriali vere e proprie. Entro le 24 però, lo stato frontaliero può esercitare una serie di diritti, tra cui quello di costringerti a seguire in porto le proprie unità. E con i Libici i rapporti non sono buoni. Prima era tutto diverso. Interventi e salvataggi si svolgevano anche molto più vicino alle coste. Vicino. Se cadi in mare e non sai nuotare, un miglio diventa già una distanza insormontabile. Difficile, per la verità, anche se sai nuotare. Stiamo discutendo della possibilità di mandare una lancia. Sono gommoni veloci con cui si effettua la fase più immediata e complessa del salvataggio. Arrivano rapidamente nel punto sensibile e, se trovano persone, le riportano a bordo della nave, che, nel frattempo, può avvicinarsi.

Mentre scrivo avvistiamo una nave della guardia costiera libica. Si muove parallelamente a noi…

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È il momento di unire le forze che vogliono un cambio radicale di questa Europa

Le prossime elezioni europee rappresentano un passaggio decisivo per l’Europa, per l’Italia e, in modo ancora più marcato, per la sinistra. Visto il quadro, si potrebbe dire che le elezioni europee del 2019 determineranno in maniera forse permanente il percorso delle forze politiche, la loro riorganizzazione e il loro posizionamento.

L’Europa, la definizione del suo futuro, diventeranno, di fatto, il terreno di battaglia e di discussione fra le diverse forze. Finalmente.

La tenuta sociale e politica dell’Europa dipende dalla capacità che avranno le forze politiche della Sinistra di determinare un cambio di rotta radicale sul terreno economico, della politica monetaria, della natura della Banca Centrale Europea e del suo ruolo rispetto ai paesi e ai loro debiti sovrani.

O l’Europa cambia, o rischia la rottura.