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Chi vuole essere Greta Thunberg?

È già passata una settimana dal Fridays For Future, contro i cambiamenti climatici. Migliaia di giovani hanno sfilato nelle piazze di tutto il mondo, con una spiccata partecipazione dell’Italia all’appuntamento che rivendica futuro, stop all’inquinamento e una nuova politica economica e industriale.

C’era la politica nelle piazze. Molta politica. C’eravamo noi di Sinistra Italiana, così come esponenti del PD e molti esponenti della maggioranza e del governo attuale.

Ma cosa è successo in questa settimana in Parlamento? Nulla. Quali risposte ha prontamente messo in campo la politica per offrire quell’ansia di futuro che le giovani generazioni hanno manifestato con grande forza venerdì scorso? Nessuna.

Ed è questo il problema. Innanzitutto un problema di credibilità della politica. Con quale faccia si continua a inneggiare alla coraggiosa battaglia di Gretamentre non si muove un dito contro i cambiamenti climatici e per inaugurare una nuova stagione di politiche economiche e industriali?

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Sulla patrimoniale i tre candidati alla segreteria del Pd la pensano come il governo

Ho letto alcuni spunti del confronto fra i tre candidati segretari del Pd di oggi. Non entro, come è ovvio perché non è il mio partito, sulle questioni interne al Pd, sui rapporti fra le correnti e sui problemi fra i candidati e i segretari precedenti. Quelle sono questioni che riguardano la loro organizzazione.

Tuttavia c’è un punto che mi ha molto colpito, che ha a che fare con la politica, quella vera, e che secondo me è la cartina di tornasole delle difficoltà profonda del Pd di questi anni. Un punto che a me pare interessante e desolante insieme.

Zingaretti, Martina e Giachetti sono stati concordi nel dire che non farebbero una patrimoniale se andassero al governo, per sterilizzare l’aumento dell’IVA, come previsto dalle clausole di salvaguardia introdotte in manovra in maniera scellerata dall’attuale governo.

In sostanza, i tre candidati del Partito Democratico esprimono su una delle principali questioni di politica economica e di giustizia sociale, la medesima posizione di Di Maio, Salvini e Berlusconi.

In sostanza, Sinistra Italiana è l’unica nel panorama politico nazionale attuale a proporre una misura sacrosanta: l’introduzione di una tassa sulla ricchezza, che faccia l’esatta fotografia della condizione reddituale, patrimoniale e di ricchezza posseduta, e che riequilibri le gravissime disuguaglianze di questo Paese, in cui ci sono poche persone che hanno tantissimo e tante, troppe persone che non hanno nulla.

Questi squilibri non sono frutti del caso, o di un destino cinico e baro. Se ci sono 47 persone in Italia che detengono 150 miliardi di euro di patrimonio, mentre ci sono circa 5 milioni di poveri e circa 12 milioni di persone che non accedono al sistema delle cure, vuole dire che negli anni della crisi e delle scelte scellerate della politica (quasi tutta la politica nel nostro Paese) non sono stati messi in campo elementi di politica redistributiva, per bloccare lo schianto del ceto medio verso la povertà e per evitare che le povertà e la messa ai margini di larghi strati di popolazione aumentassero a dismisura.

Peraltro, un dibattito sull’eccessiva ricchezza e sulla necessità di una rimodulazione della tassazione sta assumendo sempre maggiore centralità negli Stati Uniti, grazie a Alexandra Ocasio-Cortez, giovane deputata dei democratici americani, che ha proposto l’introduzione di una patrimoniale nel suo Paese, scatenando l’ira e il terrore di Donald Trump e del suo staff, che per tutta risposta stanno lanciando una campagna di delegittimazione nei confronti di Ocasio-Cortez, consapevoli di come un tema del genere indirizzerebbe sui democratici e sulla giovane deputata molto del consenso popolare che alle ultime elezioni politiche americane si era indirizzato sui conservatori, finti amici del popolo.

Quando dico che serve un’alternativa all’altezza della sfida drammatica che abbiamo davanti, mi riferisco a questo. Se i tre candidati alla segreteria del Partito Democratico su un tema dannatamente serio come l’accumulo spropositato di ricchezza da un lato e l’abbassamento di salari e qualità della vita dall’altro, hanno lo stesso punto di vista di tutti gli altri, è davvero complesso trovare elementi di discontinuità rispetto al passato, soprattutto agli occhi dei cittadini, cui appare un indistinto incomprensibile fra quasi tutti gli attori in campo.

E invece, proprio sul nodo ricchezza – povertà la sinistra (tutta) in Italia e nel mondo e i partititi che a quei principi ritengono di ispirarsi, hanno il dovere di segnare un cambio urgente di rotta e di indicare un nuovo paradigma, basato sull’uguaglianza.

Il tema dell’alternativa a questo quadro di governo è serio ed è questione da cui nessuno può chiamarsi fuori, per come la vedo. Ciascuno nel campo politico deve sentire la responsabilità di costruire un quadro diverso. Ma come si vede anche dalle ultime elezioni regionali, cui qualcuno un po’ troppo frettolosamente ha detto di ispirarsi per costruire un modello nazionale, lo schema attuale, con le attuali proposte politiche, non produce un’alternativa competitiva e credibile.

Nonostante la genuinità dei candidati e l’ottimo lavoro svolto in campagna elettorale, in Abruzzo e in Sardegna si è perso. A me pare evidente che manchi la costruzione di una proposta capace di cambiare l’ordine del discorso dominante e di parlare a un elettorato che si è rifugiato nell’astensione o addirittura a destra.

Non è sufficiente evocare il cambiamento, né pensare che il tema del cambiamento possa giocarsi esclusivamente sulle biografie e sui noiosi dibattiti politicisti dei vari contenitori. C’è invece da recuperare un enorme capitale di fiducia tradito in tutti questi anni.

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Ci aspetta un anno intenso. Per questo vi chiedo di aderire a Sinistra Italiana

Car* compagn*,

come annunciato alla Direzione Nazionale abbiamo deciso di rilanciare con convinzione la campagna di tesseramento a Sinistra Italiana per il 2019. Non lo facciamo per puro fatto liturgico, siamo consapevoli di tutti i limiti dell’attuale modello di organizzazione, lo facciamo perché abbiamo bisogno di attraversare la fase che ci aspetta con coesione, slancio, entusiasmo e forza. Abbiamo bisogno di ognuna e ognuno di noi, di tutta l’intelligenza possibile, di curiosità, di braccia, gambe e sorrisi. Abbiamo bisogno di confrontarci e riconoscerci. La nostra comunità, seppur delicata e fragile, si è contraddistinta sempre per la sua generosità estrema, siamo nati con la consapevolezza di essere fondamentali ma mai autosufficienti. Avevamo l’obiettivo di costruire una sinistra larga, autonoma e plurale all’altezza della sfida del presente e non vogliamo minimante rinunciare a questa aspirazione.

Come sapete abbiamo alle spalle un anno complesso, segnato dalla sconfitta elettorale e dal fallimento del tentativo messo in campo con Liberi e Uguali. Tentativo generoso che ci ha permesso di riportare una piccola pattuglia in parlamento ma che purtroppo ha manifestato fin da subito l’impossibilità di trasformarsi in soggetto politico per evidenti diversità di analisi sulla fase e sulla prospettiva.

Abbiamo messo a dura prova la nostra tenuta politica e organizzativa, siamo stati attraversati da un dibattito interno acceso e dalla difficoltà di trovare una strada che mantenesse inalterato l’obiettivo di costruire l’alternativa all’attuale assetto di potere e dominio delle destre e delle tecnocrazie.

Perciò rilanciare Sinistra Italiana oggi non vuol significare in nessun modo rinchiuderci nella nostra piccola fortezza assediata, tutt’altro vogliamo ancora di più metterci tutte e tutti a disposizione di un percorso più largo, unitario, democratico e plurale.

Le elezioni Europee sono alle porte e il confronto avviato da alcune settimane con altri partiti e associazioni è ormai pronto a manifestarsi esplicitamente come appello per una lista di sinistra, civica e ecologista, aperta alla partecipazione di tutte e di tutti, nella consapevolezza che l’Europa che conosciamo ha bisogno di una radicale trasformazione, ma senza alcun cedimento o regressione nazionalista.

Per questo il 2019 sarà un anno importante e decisivo, per questo vi chiedo di produrre il massimo dello sforzo per rafforzare la nostra comunità politica. Il tesseramento, come sapete, in questo momento è una parte rilevante del nostro autofinanziamento nazionale e territoriale e sarà essenziale sia nella campagna elettorale per la lista della confluenza alle elezioni europee sia nell’eventuale percorso di costruzione del nuovo soggetto politico.

Siamo stati sempre tra i primi a riflettere e sperimentare nuove forme di organizzazione perché eravamo e siamo consapevoli della difficoltà del modello partito novecentesco ad allargarsi ed essere espansivo ed attraversabile. Abbiamo con convinzione messo in campo strumenti digitali e costruito luoghi di prossimità nei quali incontrare parte di quella moltitudine che oggi non sente la giusta tensione con i partiti e la rappresentanza. Forse, anzi sicuramente, non abbiamo fatto tutto al meglio e abbiamo numerose cose da migliorare. In primis abbiamo l’urgenza di trovare una chiave, degli strumenti ed un linguaggio per parlare ai giovani e ai precari che dentro la crisi si sono allontanati soprattutto dalla sinistra. Abbiamo bisogno di non arrestarci sul terreno dell’innovazione e della ricerca, di non aver paura, di resistere restando lontani dalle piccole zone di confort per provare a nuotare sempre in mare aperto.

Tuttavia pur pensando tutto questo penso anche che lo strumento della tessera sia ancora un principio determinante che ha a che fare anche oggi con l’identità e la tenuta di un partito politico.

La nostra tessera 2019 graficamente avrà un’impronta rossa su uno sfondo nero e un messaggio forte e diretto, RESTA UMANA.

Le impronte sono usate, come si sa, per riconoscere le persone poiché uniche e sono sinonimo di identità e diversità. Nell’immaginario collettivo occidentale sono collegate al controllo ma in moltissimi paesi (in Asia, medio oriente e Sudamerica, ad esempio in Venezuela) sono la modalità di suffragio.

Il messaggio è chiaro, esplicito e diretto: RESTA UMANA con declinazione al femminile rivolta all’Italia, all’Europa e alla società.

Siamo convinti che in una fase storica come questa contrassegnata da xenofobia e rigurgiti razzisti e neofascisti la sinistra debba ricominciare a tracciare un perimetro ed una traiettoria ed avere come bussola l’umanità prima di tutto. La nostra è intenzionalmente una citazione del messaggio di Vittorio Arrigoni che ci ha ricordato, con la determinazione che lo ha contraddistinto sempre, che a qualunque latitudine ogni uomo, ogni donna, ogni bambino, ovunque nasca, ha diritto alla vita e alla dignità e quella lotta, in ogni parte del pianeta, per affermare questi diritti è la nostra lotta.

Per questo abbiamo animato con convinzione l’azione e la piattaforma Mediterranea perché proprio lì nel Mediterraneo, in quella che è diventata la frontiera più pericolosa al mondo, ci sia un avamposto di umanità.

Nel momento massimo di criminalizzazione delle ONG Mediterranea ha messo in campo un’azione di disobbedienza morale e di obbedienza civile. Abbiamo deciso di Disobbedire al discorso pubblico nazionalista e xenofobo e ai divieti irrazionali provando a testimoniare quello che succede ai migranti nel Mediterraneo. Mettendo in prima persona i nostri corpi.
Il lavoro di tutta Sinistra Italiana è stato come sempre generoso, encomiabile e indicativo del sentimento di connessione tra la nostra comunità e il progetto. Dobbiamo proseguire e allargare e per questo l’impronta rossa in un mare di nero, rappresentata sulla nostra tessera, raffigura alla perfezione il nostro sentimento. La nostra Umanità contro la loro crudeltà.

Ci aspetta un anno intenso, compagne e compagni, tanta strada da percorrere e diverse onde alte ancora da affrontare ma se continueremo come abbiamo fatto ad affrontarle assieme conserveremo la giusta forza e la necessaria vivacità per provare ancora a cambiare questo mondo.

Buon lavoro a tutte e tutti.

VADEMECUM TESSERAMENTO 2019

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Autonomia regionale differenziata. Ammazzando il Sud

La Lega Nord sta preparando la tanto agognata secessione. E questa volta non ci sono manifestazioni folcloristiche a fare da contorno, come l’ampolla di Pontida o le improvvisate riunioni in qualche centralissima piazza di Venezia, né c’entrano nulla le sparate retoriche esagerate alla Bossi. Fanno dannatamente sul serio e stanno mettendo a definitivo rischio l’unità nazionale dell’Italia.

Qualcuno ricorderà che ne avevo già parlato nei mesi precedenti, e anche su questo blog lo scorso 23 dicembre, segnalando un pericolo che in molti sottovalutavano, soprattutto perché il dibattito italiano era incentrato sulle Ong, sulla manovra e sulle finte guerre di posizione con alcuni paesi europei. Armi di distrazioni di massa.

Ma in molti sottovalutavano anche perché non c’erano carte ufficiali di fonte ministeriale a illustrare i contenuti del patto che Lombardia e Veneto vorrebbero firmare con lo Stato Italiano. Più che un patto, una vera e propria estorsione.

Oggi abbiamo una indiscrezione, pesante, pubblicata da Il Messaggero, che restituisce tutta la gravità e la pericolosità del disegno che stanno preparando a danno delle competenze e dei bilanci dello Stato, a danno del Sud, a danno del Paese. E quello slogan “prima gli italiani”, continuamente sparato dappertutto in questo clima da perenne campagna elettorale, assume il sapore beffardo di chi l’Italia la sta riducendo a brandelli. Serva e soggiogata dagli interessi dei più danarosi, condannando a morte chi non ha soldi a sufficienza e non ha la possibilità di garantirsi servizi adeguati.

Cosa pretendono questi pericolosi eversivi? Soldi, tanti soldi, svuotando le casse e le competenze dei ministeri, per trasferire tutto al controllo regionale. Parliamo, per esempio, di circa 200.000 dipendenti della scuola, che passerebbero in un nuovo ruolo, sotto la diretta dipendenza della regione in cui fanno la professione. Il controllo di 8 miliardi di euro, non so se mi spiego.

Vecchia ambizione leghista, vero? Quella di svuotare lo Stato di competenze e risorse, alimentata dall’altrettanto vecchio pregiudizio sul meridione incapace, svogliato e non disposto all’impegno e al sacrificio. Vero, ministro Bussetti?

Inoltre, Lombardia e Veneto chiedono mani libere sul fisco, e cioè la totale possibilità di scegliere sulle aliquote fiscali locali. Così come chiedono di essere separate dai conti dello Stato rispetto alle regole sul pareggio di bilancio, maledettamente inserito nell’articolo 81 della Costituzione, che a questo punto vigerebbe per tutto il paese, e in particolare continuerebbe a strozzare proprio le realtà più deboli; enti locali che pur avendo avanzi di cassa non possono spendere quando ne avrebbero bisogno per migliorare servizi e fare investimenti. Mentre Zaia e Fontana potrebbero fare quello che vogliono senza alcun vincolo né regola.

È già abbastanza, vero? Sì, ma non è finita qui. Chiedono autonomia in sanità su ticket e farmaci, sulla compartecipazione della spesa in sanità per i cittadini; sulle politiche del lavoro, sugli incentivi alle assunzioni. Così come chiedono di fare da sé per la cassa integrazione guadagni, o di utilizzare i fondi della cassa integrazione in deroga anche per incentivare le imprese del territorio.

Infine, scrivono a chiare lettere che la suddivisione delle risorse dallo Stato centrale debba essere definite sulla base del fabbisogno standard, e cioè della quantità di servizi attivati e già presenti sul territorio e sulla base dei tributi versati in quel territorio. Il che equivale a dire che i diritti degli italiani saranno stabiliti sulla base del reddito disponibile.

C’è però una cosa che non dicono i leghisti, quando frignano sul gettito dei tributi e sul residuo fiscale, e cioè che già oggi lo Stato spende ogni anno per un cittadino lombardo circa 14.000 euro, mentre appena 10.000 euro vengono spesi per un cittadino pugliese. Una disparità in campo già oggi, che significa disparità di servizi, di possibilità, di salute, di occasioni di futuro.

Scopriremo tutto il piano di questi signori nel momento in cui finalmente le carte verranno messe a disposizione del Parlamento. Anche se, è bene saperlo, tutto avverrà con l’impossibilità delle Camere di intervenire in maniera decisa e concreta, ma avranno appena un mese di tempo per dare un parere. Decorso quel termine, il regolamento sarà approvato con il meccanismo del silenzio-assenso.

Intanto i regali al Nord proseguono: nel decreto semplificazione c’è la cessione gratuita dallo Stato alle regioni delle centrali idro-elettriche, con la possibilità per le regioni di cederle ai privati.

Di fronte a questo scempio, abbiamo il dovere di alzare la voce. E voglio ringraziare pubblicamente intellettuali, professori, esponenti del mondo accademico italiano, con in testa Gianfranco Viesti, che da mesi provano in qualunque modo a rompere il muro del silenzio intorno a questa vicenda, per fare in modo che diventi fatto pubblico nazionale.

Il M5S al governo insieme ai secessionisti non sta battendo colpo sulla vicenda; nel congresso del Pd il tema non esiste e d’altra parte, il governo Gentiloni nelle sue battute finali ha dato la stura alle rivendicazioni del lombardo-veneto.

Sinistra Italiana farà tutto ciò che è nelle sue possibilità, con iniziative nel paese e in Parlamento, per provare a evitare fino all’ultimo secondo utile, che venga fatta carta straccia dell’unità del paese e dei principi materiali e formali della Costituzione. Mai così fortemente a rischio.

Anche per questo, io credo che sia il momento che il presidente Mattarella intervenga, visto che per l’ennesima volta vengono messe in mora le prerogative del Parlamento e visto che il tema riguarda l’unità nazionale, di cui Mattarella è garante.

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I naufraghi della Sea Watch, i terremotati italiani e chi mi insulta sui social

I cloni replicanti di Salvini e soci utilizzano il disastro del terremoto, sulle mie pagine social, per mettermi in maniera strumentale in contrapposizione con altri drammi umani, come quelli di chi rischia di morire in mare. Ma vorrei dire a questi cari amici due cose chiare: innanzitutto che il sottoscritto e il suo partito non erano al governo e hanno denunciato ritardi e omissioni. In secondo luogo, che i loro amici attualmente al governo non hanno fatto NULLA, NULLA, NULLA per la ricostruzione nonostante chiacchiere e propaganda. Hanno prodotto un condono per i soliti noti e basta.

Uffici sotto organico, procedure che si allungano, personale precario, appalti che non vanno avanti, tempi che diventano infiniti. Di questo passo ci vorranno più di 70 anni. E lasciatelo dire a me, visto che mio figlio e i suoi compagni di scuola da più di 2 anni passano le proprie giornate in un’aula troppo piccola, dove fanno tutte le attività: niente mensa, niente laboratori, niente spazi diversi, perché metà della scuola è inagibile a causa del sisma.

Penso, solo per fare un esempio, al cantiere di una scuola antisismica, che doveva sorgere sul sito della scuola danneggiata nella città dove abito e che doveva essere pronta a settembre, subito dopo il sisma. È ancora così. E potrei andare avanti, parlando delle Marche dove vivono molte persone della famiglia della mia compagna che il terremoto lo conosce bene, essendo stata colpita pure lei da un sisma, anche da quello del 1997.

Ecco, allora, ci tengo solo a dire una cosa: smettetela di usare la gente dell’Appennino centrale per i vostri biechi interessi elettorali. Da questa parti, vivono persone accoglienti, che hanno ricevuto molta solidarietà quando ne hanno avuto bisogno, e non lascerebbero mai – come fate voi – degli esseri umani in mezzo al mare, al freddo, in balia delle onde.

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È l’ora di reagire per difendere la libertà: il 29 dicembre tutti alla Marcia per salvare l’Abbazia di Trisulti, bene comune, da Bannon e dall’internazionale nera

Domani, 29 dicembre, tutti alla Certosa di Trisulti. Potrebbe essere l’occasione di una passeggiata in mezzo alla natura, tra i boschi di querce della cosiddetta Selva d’Ecio, sui Monti Ernici. A poco più di 5 km dal comune di Collepardo in provincia di Frosinone. Un grande complesso monumentale edificato nel 1204 che dal 1873 è divenuto Monumento Nazionale.

Ma l’occasione ha, almeno, anche un’altra ragione.

Dobbiamo essere a Trisulti per difendere la nostra libertà e l’idea di una società aperta e solidale. L’abbazia, nel febbraio scorso, è stata affidata in concessione attraverso un bando del ministero della Cultura (allora guidato da Franceschini) alla fondazione Dignitatis Humanae Institute. Centomila euro l’anno per 19 anni. Fin qui nulla di particolarmente allarmante, se non, forse, un ennesimo esempio della scarsa capacità del nostro Paese di utilizzare il proprio straordinario patrimonio culturale nell’ambito di una strategia pubblica di investimento e valorizzazione.

L’allarme però è del tutto fondato, e motiva pienamente le ragioni della marcia promossa da una rete di associazioni locali che domani mattina partirà da Collepardo per raggiungere ed abbracciare simbolicamente l’Abbazia.

Sì, perché la fondazione che si è aggiudicata il bando, è uno dei nodi di una rete globale, nella quale circolano soldi, molti soldi, e in cui si incrociano personaggi e relazioni uniti da quello che sempre più assume le fattezze di un progetto inquietante e regressivo.

Un vero e proprio fronte globale della destra religiosa e integralista. Fascisti e nazionalisti, antiabortisti, militanti contro i diritti civili, esponenti del clero ultra conservatore come il Cardinale Burke che presiede il think thank della Fondazione e che figura tra i più attivi avversari di Papa Francesco.

Costituita da Benjamin Harnwell, politico britannico e amico personale di Steve Bannon, la Dignitatis Humanae Institute vuole trasformare l’Abbazia in una scuola internazionale per formare la nuova classe dirigente della destra oltranzista Europea. Sotto la guida di Bannon, ex consigliere e responsabile della campagna elettorale di Trump, ammiratore di Matteo Salvini, frequentatore di Marine Le Pen e fondatore di The Movement, un’organizzazione che lavora alla costruzione di una rete mondiale della destra reazionaria e integralista.

Stiamo parlando della stessa rete che da anni lavora sul l’uso dei big data per condizionare l’opinione pubblica in un incrocio di relazioni che vanno dalla destra conservatrice americana alla Russia di Putin.

Guardando all’Abbazia di Trisulti emerge il quadro preoccupante di una destra identitaria e nazionalista che ha saputo costruire un pensiero e, sempre più, una azione coordinata a livello globale.

Una internazionale nera contro cui è necessario mobilitarsi. Insomma, in quello che al primo sguardo potrebbe apparire come un luogo periferico e marginale, Bannon e i suoi amici vogliono costruire la centrale di un nuovo oscurantismo, il cui obbiettivo siamo tutti e tutte noi, le nostre libertà, la nostra cultura, l’idea che sia possibile e necessario immaginare e costruire un mondo senza muri, fondato su eguaglianza e giustizia sociale.

Per questo sabato 29 dicembre sarò anche io a Collepardo e poi, per i 5 km del percorso, in marcia con i cittadini e le cittadine che hanno organizzato la giornata. Perché come scrivono nel testo che convoca la marcia di domani “la ricchezza è di chi custodisce il senso delle cose per restituirlo giorno dopo giorno e non per farlo prigioniero di un pensiero totalizzante”.

E perché è l’ora di reagire.

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La manovra del cappio al collo

Sono lontani i tempi dei festeggiamenti sul balcone di Palazzo Chigi, nonostante Di Maio sostenga ancora oggi che c’è da festeggiare per l’accordo maturato con l’Europa. Più vicini mi sembrano, invece, i tempi delle manovre economiche alla Monti e alla Renzi.

L’Europa continua a vestire l’abito di guardiana del deficit e dei parametri economici, che servono esclusivamente ai bilanci dei mercati finanziari, mentre il bilancio delle vite delle persone segna perdite importanti da almeno un decennio.

E il “governo del popolo” ne esce con le ossa rotte e la credibilità azzerata. Altro che manovra del popolo, questa è una manovra del cappio al collo. Una sconfitta. Una sconfitta, innanzitutto, sui saldi di deficit: dal 2,4% si è passati al 2,04%, mentre persino l’austero governo dei professori guidati da Mario Monti era riuscito in piena crisi a strappare una manovra al 3% di deficit.

Inoltre, una sconfitta politica, visto che il governo Salvini-Di Maio aveva annunciato fuoco e fiamme, appoggiandosi al fronte dei paesi nazionalisti di destra (dall’Ungheria di Orban in giù), proprio quelli che per primi li hanno mollati rivendicando garanzie insostenibili per l’Italia. A riprova che c’è sempre uno più nazionalista di te, che deve far prevalere il suo interesse nazionale, a scapito, se necessario, di quello degli amici.

Ma quel che è peggio, è che questa manovra getta ancora una volta la croce addosso ai cittadini italiani. Nonostante i toni trionfalistici del giorno dopo di Salvini e Di Maio (che contrastano molto con il tono dimesso di Conte), la verità è che siamo di fronte a misure dalla dubbia efficacia economica e sociale, costruite sui soldi presi a prestito dai ceti medi e bassi del Paese, mentre si continua a non aggredire la ricchezza lì dove si è accumulata in questi anni e mentre si continua a sperperare soldi inutilmente. È di ieri la notizia che il programma di acquisto miliardario degli F35 va avanti, nonostante le promesse da campagna elettorale. L’ennesima cambiale pagata a Trump e alla NATO.

E faccio presente, rispetto all’accumulo di ricchezza, da cui si dovevano sottrarre risorse, per metterle a disposizione di una seria lotta alla povertà, che siamo arrivati al punto in cui il 10% dei più ricchi italiani detiene più della metà della ricchezza prodotta dal paese. Una enormità di cui nessuno si occupa. Anzi! Come nelle migliori tradizioni italiane, si inventano condoni, volountary disclosure, patti fiscali, senza nessuna misura chiara per il contrasto dell’evasione e dell’elusione fiscale.

Nel contempo spuntano nuove clausole di salvaguardia miliardarie per il prossimo biennio (soldi che qualcuno dovrà trovare per evitare ancora una volta che cresca l’IVA), il blocco totale delle assunzioni per le amministrazioni statali e il moribondo sistema universitario (come Monti, Renzi e Gentiloni), il taglio di 800 milioni per i fondi di coesione (e cioè un’altra insopportabile mazzata al Mezzogiorno, mentre si apprestano a riempire di miliardi Veneto e Lombardia con l’autonomia).

Per non parlare poi dei vendicativi tagli all’editoria. Un’insopportabile scelta per piegare quegli organi di informazione, per lo più organizzati in cooperativa, che sono parte preziosa del patrimonio giornalistico italiano. Un colpo micidiale al pluralismo dell’informazione del nostro Paese.

E non mi si dica che questa forma aggiornata di reddito di inclusione del governo Renzi, che Di Maio si ostina a chiamare reddito di cittadinanza, valga il gioco. Così come l’abolizione della Fornero della campagna elettorale è diventata, di fatto, una estensione dell’APE social. Ne vedremo gli effetti marginali nei prossimi mesi, soprattutto quando verranno esplicitate le forme e le modalità delle misure che verranno proposte, che non tengono in nessun conto le enormi questioni sociali che mordono la carne di una Italia sfiancata.

La precarietà, la mancanza di lavoro, la questione generazionale, la tutela dell’ambiente e del territorio. Tutte emergenze cui le misure bandiera del governo non offriranno risposte strutturali e adeguate, ma pannicelli caldi.

Avevano annunciato la fine della povertà e ci ritroviamo, invece, di fronte a un gigantesco “pagherò”, sulla pelle dei più giovani, dei precari e dei più poveri. Sai che novità…

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Da Amnesty un atto di accusa verso il governo italiano in tema diritti umani

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo compie 70 anni e in Italia li stiamo festeggiando nel modo peggiore, se Amnesty International oggi pubblica un dossier che mette in luce tutti i pericolosi arretramenti del governo italiano in tema dei diritti.

Un vero e proprio atto d’accusa, con parole pesanti come pietre, che certifica ciò che sosteniamo dal primo giorno di questa legislatura, fin dalla firma di quel patto di governo, che ha messo al primo posto le questioni politiche più care alla Lega di Salvini.

“Gestione repressiva del fenomeno migratorio”, “erosione dei diritti umani dei richiedenti asilo”, “retorica xenofoba nella politica”, “sgomberi forzati senza alternative”. Non solo: ci aggiungiamo lo sdoganamento dell’utilizzo delle armi, il restringimento delle libertà di manifestare (è contenuto anche questo nel “Decreto in-Sicurezza”) e le affermazioni deliranti di autorevoli rappresentanti del governo sulle famiglie e sul ruolo della donna.

Tutto questo vuol dire che, affianco della repressione e del tentativo di cancellare i diritti basilari dei migranti, c’è anche una malcelata intenzione di minare alle fondamenta le libertà e i diritti conquistati in anni di costruzione democratica dei Paesi europei. Il tutto ammantato spesso da una retorica che guarda ai più deboli, ai più poveri, che però ricevono solo sgomberi, schiaffi e qualche elemosina. Mentre il grosso della torta lo prendono, come sempre, i garantiti e i più ricchi.

D’altra parte, tutta la vicenda che ha riguardato il Global Compact for Migration, un documento internazionale che aveva come obiettivo primario e strategico quello di impegnare tutti i Paesi nella gestione di un fenomeno strutturale e incancellabile come le migrazioni, ha restituito la fotografia di un governo italiano quasi del tutto egemonizzato dalle istanze, dalla retorica allucinata e carica di odio della Lega.

Non è un caso se persino nel granitico M5S qualcuno inizia ad accorgersene e a ribellarsi: proprio su queste colonne la senatrice Elena Fattori ha scritto righe molto dure su ciò che sta accadendo in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, per effetto della avanzata di questa internazionale dell’estrema destra, guidata da Steve Bannon, mentre “le stelle stanno a guardare” (cito testualmente il testo di Fattori).

C’è però fortunatamente un mondo che non sta a guardare, come pure sottolineato dal rapporto Amnesty. Un mondo che è destinato a crescere in dimensioni e consenso. Lo abbiamo visto sfilare in piazza con la mobilitazione di “Non una di meno”, sotto rivendicazioni chiare e nette, che se accolte ridisegnerebbero la società italiana nel profondo e in meglio.

Abbiamo visto un pezzo di mondo riversarsi per le strade di Riace, a dire con chiarezza che l’unica colpa di Mimmo Lucano è l’umanità. Abbiamo visto diverse mobilitazioni per il lavoro, contro la precarietà, contro un sistema ingiusto e onnivoro. E le mobilitazioni studentesche di queste settimane ci dicono tutto il malessere esistente e la voglia di ribellarsi. Abbiamo visto le piazze di Torino contro TAV, Melendugno contro TAP, Niscemi contro Muos e altre ancora, lo scorso 8 dicembre.

Contrariamente a quanto asserito dal partito del Pil e delle grandi opere, quelle non erano piazze retrograde, ma pezzi di futuro. Sono piazze che chiedono una conversione ecologica del sistema produttivo ed economico, che metta al centro la lotta ai cambiamenti climatici (che dal nostro punto di vista restano effetto della voracità del capitalismo, non certo per volontà di Satana), un sistema di sviluppo sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale. Perché come sempre, a pagare i costi sociali e ambientali sono sempre le fasce più svantaggiate della popolazione, mentre si ingrossano le tasche dei soliti noti. E non è un caso che il governo del cambiamento, sotto la spinta dei riferimenti sociali di Salvini (quelli dei 5 Stelle non sono ancora chiari), abbia deciso di realizzare la TAP e il Muos, mentre cercano la modalità per proseguire con la TAV, senza andare incontro ad un’altra emorragia di consenso.

Credo, quindi, che si debba ripartire proprio da queste mobilitazioni, connettendole. Per costruire un argine forte e invalicabile contro la nuova estrema destra e per disegnare una Europa nuova: lontana da questi anni di austerity teorizzata da economisti di destra liberale supportati da quelli cosiddetti progressisti, che ha poi aperto la strada alla scalata della nuova destra politica.

Devono tutti fare un passo in avanti, anche dentro il M5S, tutti coloro che hanno chiara in mente quale sia la reale posta in gioco di tutti gli attori in campo.

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Un giorno verrà chiesto a tutti: voi dove eravate? Chi si è girato dall’altra parte?

Siamo ormai arrivati al decimo giorno della terza missione di nave Mare Jonio, della piattaforma Mediterranea (e questa volta insieme alla Ong spagnola Open Arms e alla Ong tedesca SeaWatch per United4Med). Dopo una sosta di 4 giorni nel porto tunisino di Zarzis per condizioni meteo marine impraticabili siamo ripartiti nella giornata di giovedì e ieri siamo arrivati in prossimità del peschereccio spagnolo Nostra Madre di Loreto.

Si tratta della imbarcazione che quasi 10 giorni fa ha salvato 12 migranti in fuga dalla Libia. Da allora, dopo aver rifiutato di consegnarli ai Libici sono fermi in attesa di una soluzione.

Soluzione richiesta a gran voce nei giorni scorsi anche da un gruppo di parlamentari europei per un porto sicuro, e in queste ore anche da Unhcr

Ieri anche io sono salito a bordo del peschereccio. Ho parlato con i migranti e con il comandante. Tutti chiedono la stessa, semplice, cosa. Che si trovi una soluzione rapida. Per i migranti che in tutta evidenza si trovano a bordo di una nave non attrezzata per assisterli nel modo migliore, e per l’equipaggio del peschereccio. Questo caso è lo specchio perfetto in cui si riflette tutta l’assurdità di quello che succede in questo mare sempre più spesso.

Da ieri, dopo l’evacuazione in elicottero di uno dei migranti in condizioni di salute critiche, sono rimasti in 11. Tra questi due sono minori.

Undici persone in balia del mare e soprattutto di un cinico e inaccettabile gioco del cerino tra gli Stati europei: Madrid, lo stato alla cui bandiera fa riferimento il peschereccio non da nessuna soluzione. Malta che si trova a poco più di 80 miglia tace. E l’Italia si disinteressa della questione.

Non è di loro competenza ci dicono. Come se si trattasse di semplice pratica burocratica. Ma in questa vicenda c’è anche altro. C’è il caso di un peschereccio che di fronte al rischio di veder morire delle persone a pochi metri di distanza non esita ad intervenire. Il caso di un giovane comandante e di un equipaggio che, come da sempre succede in mare, non si volta dall’altra parte. A loro dovrebbe andare una medaglia. Invece sono abbandonati, salvo per l’assistenza di chi come noi e Open Arms si mette in mare per questo.

C’è qualcosa di malvagio in tutto questo. Se chi fa la scelta del comandante spagnolo si ritrova in questa condizione, rischiando non solo di veder sfumare gli sforzi del proprio lavoro, ma anche di passare qualche guaio ulteriore, cosa farà la prossima volta? E cosa faranno equipaggi e imbarcazioni che dovessero trovarsi in situazioni simili?

La criminalizzazione della solidarietà è anche questo. Non solo guerra alle ong.

Per questo siamo in mare. Perché ci sia una alternativa. Per i migranti che fuggono dalla disperazione a costo della loro vita, ma anche per chi vive in mare e di mare. Per reagire ad una barbarie delle coscienze. Perché un giorno, qualcuno chiederà conto. E chiederà anche a noi, a ciascuno e a ciascuna di noi: voi dove eravate?

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Le Ong sono diventate l’ossessione di Salvini

(da bordo di Nave mare Jonio)

Non passa giorno che il ministro dell’Interno Salvini parli di Ong. Il suo ritornello, rivela che la sua è una vera e propria ossessione. E in effetti, in questi giorni, qualche ragione per essere ossessionato il ministro ce l’ha davvero.

Da una settimana nel Mare Mediterraneo è in corso la prima missione europea di monitoraggio, denuncia, ricerca e se necessario soccorso. Si chiama United4Med e riunisce Open Arms, Sea Watch e Mediterranea: spagnoli, italiani e tedeschi uniti.

Insieme in mare, là dove serve. Là dove la distinzione è tra chi fa di tutto per salvare le vite in pericolo e chi opera per dare morte, per respingere, per procrastinare sofferenza e disperazione nella carne viva di chi fugge in cerca di un futuro migliore.

È l’idea di una Europa diversa che è possibile, che dal basso costruisce un’alternativa concreta a chi, girandosi dall’altra parte, sta quotidianamente trasformando il Mediterraneo nel più grande cimitero a cielo aperto del mondo.

In fondo non è nulla di nuovo. È quello che da sempre fa la gente di mare, come ci hanno raccontato in questi giorni i pescatori di Zarzis, porto della Tunisia dove ci troviamo. Lavoratori ed attivisti. Persone normali, che con il sorriso ti spiegano che chi in mare è in difficoltà si salva. E che questo viene prima di ogni altra considerazione.

Ed è per questo che qui, in mare, il cinismo di Salvini arrivano come una voce fioca.

In fondo, magari molto in fondo, deve essere ben triste la vita di chi non riesce a sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo.

E qui, in questa frontiera invisibile ma concretissima che è diventato questo tratto di Mare Mediterraneo di ingiustizie ce ne sono molte e terribili. Per questo voglio dare un consiglio a Matteo Salvini: si metta l’animo in pace. Noi e come noi molti e molte altre continueremo a fare quello che facciamo. A stare dalla parte dell’umanità. Contro la barbarie e la violenza. Qui, con loro.