articoli

Grazie di tutto, Maestro

Sentiremo molto la mancanza di Andrea Camilleri. Il racconto verace, sincero, appassionato di una Sicilia senza tempo, ha conquistato tutto il Paese, e senza rinunciare alla complessità di un dialetto che se pur locale, ha avuto la forza di diventare comprensibile, universale e imporsi con la dignità di una vera e propria lingua. Una lezione, l’ennesima del Maestro, sulla potenza della cultura e del messaggio, sulla capacità globale degli elementi del locale.

Ci mancherà il Commissario Montalbano, nei libri come negli immancabili lunedì in Rai (una delle più felici intuizioni della TV di Stato). Un irregolare servitore dello Stato, con il sacro fuoco della giustizia e sempre pronto ad assumersi la responsabilità di disobbedire a procedure, regolamenti e leggi, quando queste gli impedivano di svolgere il proprio compito e raggiungere l’obiettivo primario del riparare a un torto, a un delitto, all’ingiustizia.

Montalbano era lo sguardo di Camilleri sulle cose della vita e spesso sul nostro Paese. Più volte il Commissario è uscito dalla sua dimensione senza tempo per incrociare l’attualità, per regalarci un punto di vista sui fatti del mondo.
È accaduto, per esempio, quando un incredulo Montalbano commentava le atrocità commesse dagli apparati dello Stato ai danni dei manifestanti del G8 di Genova.

Non per indossare i panni di un giovane Fratoianni, ma da uomo dello Stato che sentiva su di sé le ingiustizie commesse e consapevole della necessità di recuperare la dignità e l’onorabilità delle forze dell’ordine. Il messaggio fu chiaro e dirompente.

Con altrettanta forza e lucidità ha scritto sulle tratte della prostituzione, sui migranti, sui rapporti incestuosi e malati fra mafia e politica, con naturalezza e con quella capacità di indagare nel profondo i meccanismi regolatori delle cose di questa terra che rendevano la comprensione immediata, empatica.

Era questo Andrea Camilleri. Un intellettuale che non ha mai voluto rinunciare al suo impegno a sinistra, a dire la sua con forza. Un campione di vendite che non ha mai temuto per la sua carriera da 30 milioni di copie vendute e ha sempre avuto il coraggio di dichiararsi.

Figlio del tempo che ha vissuto, che con il suo mondo ha avuto un rapporto controverso, mai vissuto con la prudenza delle posizioni mutevoli per compiacere il potente di turno. E per questo scomodo per tanti, che negli anni non hanno lesinato attacchi o sottovalutazioni delle sue denunce, della sua arte.

Lo ricordo in prima fila su molte vicende dirimenti dell’attualità: sul conflitto di interessi che inquina da anni la politica italiana, sui diritti dei diseredati, sulla giustizia sociale, sulla battaglia per la salvezza della Grecia dalle grinfie dell’austerity europea (fu pure fra i primi firmatari della lista l’Altra Europa con Tsipras), sui temi ambientali. E poi le ultime vicende sui migranti, sulla chiusura dei porti, con un’intervista che ha fatto molto rumore, in cui più volte scandiva “Non in mio nome”.

Il Maestro è stato nel mondo, nello stesso modo in cui il suo Montalbano si immergeva nel mare di fronte di casa. Che ci fosse sereno o minacciasse tempesta, per concedersi una pausa di riflessione durante indagini complicate o per scrollarsi di dosso felice le fatiche di un caso risolto, Montalbano ha attraversato in lungo e in largo quello scorcio di mare.

E così ha fatto Camilleri, senza negarsi mai. Ci mancherà il suo racconto, il suo punto di vista, la biografia tagliente ma sempre benevola di un Paese ora impaurito e ossessionato.

Grazie di tutto, Maestro.

articoli

A Tsipras il nostro ringraziamento. Per averci provato, fino in fondo. Hanno vinto una battaglia, non la guerra. Non è ancora finita

Alexi Tsipras resta uno dei protagonisti degli ultimi anni della politica europea. Nonostante la sconfitta elettorale, Tsipras ha raggiunto comunque un risultato importante, maturato in solitudine.
Come in solitudine ha provato a sfidare l’Europa della Troika, degli interessi finanziari e del controllo ossessivo sul debito.
Nei primi mesi del suo governo, quando la battaglia si fece cruenta, i socialisti europei governavano in Francia e in Italia. E hanno avuto l’occasione di mettere in discussione i dogmi dei trattati, se solo avessero voluto fare fronte comune con Alexis e con Syriza. E invece no. Hanno preferito il rigore di Merkel e dei paesi del nord, lasciando la Grecia sola, con una cravatta stretta annodata al collo. Quell’occasione di cambiamento resta per il momento unica nella storia recente dell’Europa unita e non è un caso se i protagonisti di quegli anni hanno pagato un prezzo elevato, come dimostrano i dati elettorali successivi.
Ad Alexis va il nostro ringraziamento. Per averci provato, fino in fondo. Hanno vinto una battaglia, non la guerra. Non è ancora finita.

articoli

Grazie Carola

Manette manette.

Lo aveva gridato e ripetuto ancora in questi lunghissimi 17 giorni il Ministro del Disordine. Lui e chi, in una rincorsa macabra e violenta, aveva chiesto di andare oltre, augurandosi perfino l’affondamento della Sea Watch3.

Le manette sono arrivate. Il mostro e il suo corpo sono stati esposti, a favor di telecamere alle prime luci dell’alba. Le guerre hanno bisogno di prigionieri. E in questa guerra senza esclusione di colpi contro le Ong,  Carola rappresenta uno scalpo necessario per dare fiato al coro cattivo e urlato degli odiatori seriali.

Dopo 17 giorni infiniti questa giovane donna che non urla e non odia ha deciso che era arrivato il momento di concludere il salvataggio di quei migranti. Di condurli in porto perché è lì, in un porto sicuro e da nessuna altra parte, che un salvataggio o un caso SAR per dirla in modo più preciso si conclude.

A lei e a tutto l’equipaggio della Sea Watch va ancora di più il mio ringraziamento e il mio rispetto. La sua determinazione tranquilla è quella di chi guarda alle cose con semplicità. Senza inutili retoriche su l’eroismo. E se guardi a questa vicenda in modo semplice, senza il velo unto della propaganda, tutto si fa chiaro. A cominciare dalle questioni fondamentali.

Come è possibile che il nostro Paese continui a chiedere e a lavorare attivamente affinché i migranti vengano ricondotti in Libia quando tutti sanno, compreso il Ministro degli Esteri che lo ha nuovamente ribadito che la Libia non ha porti sicuri?

Tutta questa vicenda come molte altre simili a questa nasce e si sviluppa in un quadro di illegalità di cui le nostre Istituzioni sono pienamente responsabili.

E poi è semplicissimo vedere come trattenere decine di persone così a lungo in mare (mentre ogni giorno altro migranti sbarcano in quel porto e in altri del nostro Paese) sia irragionevole, oltre che immorale e cinico.

Nella vicenda che si è conclusa con lo sbarco dei migranti e con l’arresto di Carola non c’è nulla di normale. Se non la scelta di chi come Sea Watch, Mediterranea, Open Arms e altre organizzazioni si organizza per salvare la vita di persone che altrimenti continuerebbero ad ingigantire quello che è già da tempo il più grande cimitero a cielo aperto del mondo.

In questa vicenda non c’entra nulla la cosiddetta difesa dei confini. E nemmeno l’assenza di un Europa che andrebbe misurata, più che sulla contabilità delle ricollocazioni, sulla assenza drammatica di una politica strutturale di fronte ad un fenomeno strutturale. Diviene chiaro che questa guerra vive e si nutre di un impressionante rovesciamento di senso, si cambia il significato delle parole.

Se solidarietà diventa sinonimo di colpa, o di reato, allora i solidali divengono in un colpo criminali. I peggiori criminali.

In 17 giorni il nostro Governo ha impiegato enormi risorse, uomini e mezzi per fare guerra a questi pericolosi criminali. È in questo quadro, assurdo e indecente, che dobbiamo leggere l’ultimo tassello di questa storia.

Questa notte mentre la Sea Watch si dirigeva verso il porto una motovedetta della Guardia di Finanza ha prima intimato l’alt, per poi ormeggiare all’unica banchina disponibile per cercare di impedire l’attracco della nave. Tutto è accaduto in pochi minuti, mentre la manovra era in corso. Ed è in quel momento che tra la Sea Watch (molto più grande) e la motovedetta c’è stato un contatto. La fiancata della nave ha stretto quella della motovedetta verso la banchina.

Per fortuna nessuno, a cominciare dal personale della GdF si è fatto male. Io non sono un esperto di manovre portuali. Sono certo però che nessuno, e tantomeno Carola, ha deciso o anche solo pensato di speronare la motovedetta. Non so se ci siano stati errori di valutazione nella manovra in quel caso del tutto involontari.

So però, che anche questa situazione si sarebbe potuta evitare. Bastava risolvere subito questa vicenda nel modo più semplice. Dando un porto sicuro, e magari dicendo grazie a chi salva vite, esercitando un ruolo di supplenza nei confronti di quelle istituzioni, italiane ed Europee, che hanno smesso di farlo.

Salvini dice di provare pena per me e per i parlamentari che erano a bordo. Non si preoccupi. Io stanotte dormirò tranquillo perché ho fatto ciò che ritenevo giusto e necessario. E domattina mi sveglierò pensando al fatto che non dobbiamo permettere che su questa vicenda cali l’attenzione.

 Alle 5,30 del mattino si è conclusa felicemente la vicenda dei naufraghi salvato dalla Sea Wacht3, ora dobbiamo batterci e sperare che si chiuda felicemente la vicenda di chi ha fatto sì che quelle donne e quegli uomini non morissero in mare.

articoli

Caso Lotti, il giudizio non spetta (solo) alla magistratura

Metto subito i piedi nel piatto, perché la questione è grave e non accetta mezze misure.

Il giudizio sul caso di Luca Lotti che incontrava i magistrati per discutere di nomine e di collocazioni dei magistrati nelle diverse procure, non spetta alla magistratura e agli organi inquirenti. E chi pensa di poter derubricare il tutto solo attraverso la lente del “reato”, si sbaglia di grosso e non coglie la portata della gravità della situazione.

Lo stesso protagonista della vicenda, nelle sue dichiarazioni con cui si autosospende dal Partito Democratico, insiste nel ribadire la sua innocenza giuridica rispetto ai fatti. E la medesima linea di comunicazione e di pensiero stanno esprimendo molti suoi colleghi di partito, in un tentativo bislacco di una difesa d’ufficio che non ha nulla di serio. E anzi, al contrario, io credo che quelle difese, quel ribadire che Lotti non abbia commesso nessun reato, non fa altro che aggravare il quadro politico della situazione. Il richiamo al garantismo diventa così la furbata pelosa di un pezzo di ceto politico, piuttosto che il valore alto e fondamentale,  garantito dalla Costituzione a tutte le persone che si trovano temporaneamente sottoposte a un giudizio da parte della magistratura e degli inquirenti.

In questa vicenda, pertanto, il giudizio è tutto politico. Come è tutto politico il giudizio sul modo con cui Lotti si autosospende, instillando dubbi sulle qualità morali di altri importanti organi dello Stato, persino minacciando rivelazioni sulle alte cariche dello Stato. A tal proposito, se è davvero certo di ciò che ha da dire, lo faccia e si rechi in una qualsiasi Procura della Repubblica, altrimenti diventa l’ennesimo atto di destabilizzazione degli equilibri già fragilissimi della nostra democrazia.

Il punto politico è chiaro e su questo la politica è obbligata a prendere posizione: a che titolo un deputato della Repubblica, ex ministro, uomo di potere, intrattiene rapporti con magistrati, per stabilire gli equilibri in seno al Consiglio Superiore della Magistratura?

A che titolo la politica si interessa delle nomine all’interno delle procure italiane?

E’ normale che la politica intervenga in maniera così pesante e scomposta su un potere che dovrebbe essere autonomo e separato da quello legislativo? E’ normale che un politico, già indagato da una Procura dello Stato, intervenga per influenzare e stabilire sostituzioni e nomine in quella stessa Procura? E’ lecito anche soltanto incontrarsi per “esprimere opinioni” in un contesto di quel tipo, nottetempo, come se si trattasse di una scampagnata o di una cena fra amici?

La mia risposta a tutte queste domande è no. Nella maniera più assoluta. E se Lotti con le sue dichiarazioni volesse lasciare intendere che “così fan tutti” e “così si fa da anni”, io dico in maniera chiara e netta che probabilmente sono un ingenuo, ma non me lo sono mai nemmeno sognato di aprire interlocuzioni di questo tipo con gli organi di governo della magistratura italiana.

Ribadisco, se ha elementi che riguardano altri esponenti di altri partiti politici, del passato e del presente, faccia ciò che ciascun cittadino modello dovrebbe fare, piuttosto che adeguarsi al sistema, denunci!

Per tutti gli altri, invece, il compito è semplice: esprimere un giudizio politico e adottare gli atti conseguenti. Servono parole e atti netti perché questa è una faccenda che chiama in causa la credibilità delle nostre istituzioni, perché entra nel cuore pulsante del rapporto di fiducia fra Stato e cittadini, e cioè l’organizzazione della giustizia. Ogni silenzio, ogni difesa d’ufficio, ogni professione di presunto garantismo non fa altro che alimentare la sfiducia e terremotare i fragili equilibri del nostro Paese. Lo dico in particolar modo agli esponenti del Partito Democratico, al suo segretario. Perché se in questa vicenda esiste una ragione di Stato, la si trova proprio nella difesa delle autonomie e dell’indipendenza dei poteri definite dal dettato costituzionale.

E di fronte a questa, non c’è ragione di partito che tenga.

articoli

Il Sud destinato a lenta morte programmata per le scelte scellerate della politica

Dalle colonne del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia polemizza con la politica che ha dimenticato il Sud Italia. Lo fa a partire da un fatto di cronaca, ovvero dal dibattito generato dalle parole di due giovani cantanti neomelodici a un programma Rai, sulla criminalità organizzata, sulla magistratura, sui valori.

I due giovani simpatizzavano (usiamo un eufemismo) per la mafia e Galli della Loggia stigmatizza il fatto adducendo come spiegazione che “ormai il Sud è quello”, visto che è stato abbandonato dallo Stato. Ci sono due verità nel ragionamento di Galli della Loggia e una provocazione che io credo però del tutto infondata.

È vero che la politica ha abbandonato il Mezzogiorno e che in questo è stata aiutata dal mantra costruito ad arte anche da certa stampa (George Lakoff lo chiamerebbe “frame”), ovvero che al Sud si sperpera, che la colpa dell’arretratezza economica è dei meridionali, che la povertà è responsabilità della classe dirigente, che il Sud non è pronto alle magnifiche sorti progressive della globalizzazione perché legato al piccolo mondo antico, e così via.

Una serie infinita di luoghi comuni, vere e proprie fesserie, ripetute per anni, che hanno finito per legittimare le scelte politiche dei vari governi, riscopertisi improvvisamente “leghisti”, incapaci di sviluppare un discorso pubblico, politico e istituzionale sull’Italia unita. Un discorso sul Paese.

Come è ovvio, quindi, non sono per nulla d’accordo con l’argomentazione che il Sud sia quello dei cantanti neomelodici, perché così non è. Ci sono sacche di cultura (o subcultura), come è naturale che sia e come accade anche nelle gigantesche periferie delle grandi città italiane ed europee, a ogni latitudine. Ma è pure vero che di fronte a questi signori che inneggiano alle pistole e alle rivoltelle, e pure in totale assenza dello Stato, cresce da sempre un contropotere vero, concreto, nelle diverse esperienze sociali che si occupano di strappare i territori più in difficoltà a quello che sembra un destino ineluttabile.

Pensate al ruolo fondamentale degli insegnanti, in certe scuole di frontiera, in cui è già una vittoria fare in modo che i ragazzi stiano a scuola. Situazioni in cui la voglia di mollare tutto è forte, ma più forte è la vocazione per la professione. Ci sono esperienze così, ce ne sono tante in tanti comuni e vanno valorizzate.

Ma non voglio focalizzarmi sulla polemica con l’editoralista. Piuttosto mi interessa ribadire con forza ciò che da anni diciamo, spesso inascoltati, ovvero che il Sud è stato destinato ad una lenta morte programmata, dalle scelte scellerate della politica. Scelte che già in questi anni stanno mostrando effetti drammatici, come lo spopolamento di intere aree geografiche e la fuga di giovani studenti universitari, o addirittura di ricercatori, che dopo aver completato la formazione negli atenei del Mezzogiorno, sono costretti a perseguire i propri percorsi di vita fuori, per inseguire un qualche progetto di ricerca con borsa.

La demolizione del Sud si muove da anni lungo due assi: da un lato il costante taglio di risorse per i servizi, per le infrastrutture, per le opere pubbliche, per la sanità e per la formazione. Dall’altro, la mancanza di un disegno complessivo sulla vocazione e sul destino del Sud, che per altro, richiederebbe un’idea chiara sul destino dell’Italia, a meno che non si voglia tornare all’impero austroungarici… e visti i tempi e i dibattiti (anche su quell’obbrobrio chiamato autonomia differenziata) potrebbe anche essere.

In sostanza si scommette sul fallimento del Sud, determinandone il fallimento con le scelte. Sulla diseguale distribuzione delle risorse fra le diverse aree geografiche del Paese e fra i cittadini di diverse regioni, ho scritto più volte e ho denunciato i fatti anche all’interno del Parlamento. Una diseguale distribuzione che con i disegni di secessione dei ricchi che ha in testa Salvini, può solo peggiorare.

Ma ciò che più mi preoccupa è la mancanza di un’idea complessiva sul destino italiano, che nasconde in sé, credo, anche la ragione per cui non esistano praticamente più i cosiddetti “partiti nazionali”.

Scrive bene Galli della Loggia che bisognerebbe considerare la peculiare collocazione geografica e geopolitica del Sud (e dell’Italia), protesa nel Mare Mediterraneo e con la schiena rivolta ad est. Ma l’unica preoccupazione della politica rispetto al Mare Mediterraneo risiede nella guerra alle Ong che salvano le vite in mare. Nessun ragionamento, per esempio, viene fatto sui prossimi ingressi nell’area euro dei Paesi balcanici; nessun ragionamento viene proposto su quale debba essere la principale vocazione del Sud in un’epoca di economia globalizzata e con un pesante impulso alla deindustrializzazione di molte aree del Paese, che si riversa con più forza e maggiori drammi proprio sul Sud e sulla vita dei suoi cittadini.

Forse l’unica idea partorita è quella di fare del Sud il luogo in cui si possono “consumare” i soldi della propria pensione, viste le defiscalizzazioni proposte in manovra. Un po’ poco per un’area che perde decine di migliaia di giovani ogni anno. Eppure ci sarebbe da fare.

Proprio la centralità mediterranea del Sud dovrebbe indurre a ragionare su piattaforme logistiche per l’Europa, sulla necessità di investimenti infrastrutturali importanti, sulla costruzione di distretti produttivi a filiera, che valorizzino l’agroalimentare, evitando che il profitto finisca nelle mani della grande distribuzione organizzata.

E inoltre, un ragionamento serio sul futuro richiede un investimento importante sulla formazione, sulla cultura, sulla ricerca pubblica. Ci sono oasi produttive ad alta capacità tecnologica in questo Sud e penso in particolare al distretto della meccatronica in Puglia. Ma necessita di maggiore relazione e maggiore forza trainante da parte delle Università e della ricerca pubblica. E quindi necessita di maggiore risorse.

Queste sono solo alcune idee di un futuro possibile e possono essercene molte altre. Il punto è voler affrontare il tema e non avere pregiudizi ideologici sul Sud, come purtroppo qualcuno al governo dimostra di avere da molti, troppi anni.

articoli

Salviamo il Sistema Sanitario pubblico del nostro Paese

Salviamo il Sistema Sanitario Nazionale pubblico. Subito. Tutti i numeri sulla più grande opera pubblica mai realizzata in Italia ci raccontano da anni di come quasi tutta la politica intenda smantellare pezzo per pezzo l’assistenza pubblica e universale, portarla al minimo delle forze, per poi gridare alla fine del sistema pubblico e trasferire tutto sul privato. E purtroppo i segnali per il futuro non sembrano rosei.

I numeri si conoscevano già, ma la fondazione GIMBE ha contribuito a fare chiarezza con il suo quarto rapporto. Negli ultimi 10 anni sono stati tagliati la bellezza di quasi 40 miliardi di euro dal sistema pubblico. Il mantra è stato quello di tagliare sulla “spesa inutile”.

Chiacchiere! Innanzitutto perché non è una spesa. E in secondo luogo perché non è inutile visto che nel frattempo la spesa privata è cresciuta quasi in egual misura. Inutile per chi, quindi? Certamente inutile per gli estremisti del profitto sulla pelle delle persone. Quelli per cui tutto deve avere un prezzo, e per cui i diritti sono correlati alla capacità di spesa di ciascuno.

Più sei ricco, più hai diritti, che in realtà sono privilegi. Tutti gli altri si arrangino. Il Sistema Sanitario Nazionale è stato e continua a essere un investimento. Il nostro più importante investimento collettivo sul futuro, dal momento che l’Italia ha la mortalità più bassa al mondo per malattie oncologiche e cardiovascolari, perché il nostro sistema non guarda il tuo conto in banca, se hai un problema.

Un investimento collettivo, costruito mattone su mattone in anni di lavoro e di sacrifici di tutti, messo oggi a rischio da chi, invece, vorrebbe che la salute diventasse un investimento privato. Aumentano i fondi di investimento privati, le assicurazioni sanitarie integrative e si sta lentamente tornando alle cosiddette mutue, e cioè il diritto alla salute legato a un contratto di lavoro.

E mentre la politica taglia sul Fondo Sanitario Nazionale, mentre lamenta la mancanza di fondi per assumere medici e infermieri, stanzia comunque diversi miliardi per coprire le spese delle polizze private.

È il solito gioco che si svolge da anni per provare a delegittimare il sistema pubblico a tutti i livelli: faccio tagli, creo difficoltà gestionali, mi straccio le vesti per la mancanza di risorse, mentre foraggio il sistema privato e spingo i cittadini con maggiori possibilità economiche a fare scelte differenti.

Se non si interviene subito a bloccare questa deriva, confermata per altro dalle recenti carte del governo Conte, che minaccia un ulteriore taglio di 3.5 miliardi di euro per il prossimo biennio per ragioni di finanza pubblica, l’esito sarà nefasto per milioni di cittadini italiani.

Noi siamo pronti a qualunque tipo di iniziativa per bloccare ulteriori tagli. E dico di più: un’alternativa credibile, un serio progetto di governo per l’Italia del futuro, non può che partire da qui. Dall’urgenza di restituire al Sistema Sanitario Nazionale risorse economiche e umane adeguate.

articoli

Sulla Certosa di Trisulti revocata a Bannon abbiamo vinto, ma mancano risposte

C’era una volta, in una fredda giornata di dicembre, una piccola comunità, fra i rigogliosi colli ciociari, che aveva deciso di manifestare contro gli uomini ricchissimi e potenti della destra mondiale, capitanati da Steve Bannon e il cardinale Burke, che avevano sottratto loro uno dei luoghi simbolo del territorio, la Certosa di Trisulti. Nessuno aveva dato credito a un gruppo di qualche centinaio di “camminatori” che chiedevano legalità, rispetto della storia del territorio e della democrazia. Nessuno pensava che avrebbero potuto battere la corazzata degli estremisti neri dei dollari e del crocifisso.

E oggi invece abbiamo scoperto che è possibile far saltare il quadro, anche quando sembra impossibile. Il Ministero dei Beni Culturali infatti oggi ha avviato l’iter per la revoca della concessione della Certosa di Trisulti alla fondazione Dignitatis Humanae Institute. Quella fredda mattina del dicembre io ero con loro, durante la marcia. Mi sono messo a disposizione, ho svolto il mio ruolo da parlamentare, ho presentato atti alla Camera e ho marciato più di una volta da Collepardo a Trisulti.

Abbiamo vinto, ma resta più di qualche domanda su questa vicenda. Come sia stato possibile, per esempio, che il Ministero guidato da Franceschini abbia assegnato il bene alla DHI in palese violazione di quanto richiesto dal bando. Le ragioni della revoca dell’assegnazione, illustrate oggi dal sottosegretario Vacca, ricalcano precisamente le domande che ho più volte posto in Parlamento. Le stesse domande che per più di un anno e mezzo i comitati locali avevano inutilmente rivolto alle Istituzioni. La DHI non aveva personalità giuridica, non aveva fra i suoi scopi statutari la valorizzazione del patrimonio pubblico, ma solo finalità privatistiche e politiche, non aveva alcuna esperienza pregressa nella gestione di patrimoni pubblici e culturali.

E per di più, l’associazione è persino inadempiente sui pagamenti e sugli investimenti previsti per la ristrutturazione dell’immobile. Per non parlare poi delle ultime rivelazioni su documenti bancari provenienti da Gibilterra. Sono contento si sia iniziato a far luce e che un bene pubblico di questo Paese possa venir restituito alla collettività e ai cittadini italiani. Ma resta la domanda: come hanno potuto assegnare allora quel bene a Steve Bannon e ai suoi amici, visto ciò che si leggeva sin dall’inizio dalle carte?

articoli

Se la riduzione dell’orario di lavoro fa rima con clima

 

Se la politica avesse in mente il futuro, al primo posto della propria agenda ci sarebbe una parola su tutte: la parola clima. Il cambiamento climatico è il crocevia del nostro tempo, e di quello a venire. Ha in sé un potere sovrano, più dell’economia, ancor più della stessa finanza, un potere che esercita su tutti i viventi, indistintamente.

E invece continua a essere colpevolmente assente dalle politiche e dalle azioni dei governi di ogni parte del pianeta, assente dal dibattito elettorale europeo, se mai di dibattito sia lecito parlare. Assente nel nostro paese, nel quale domina incontrastata la narrazione della paura dell’altro e dell’avvenuta abolizione delle povertà, usate entrambe come quotidiana retorica del governo del cambiamento, quando la realtà dei fatti imporrebbe il cambiamento del governo, per iniziare almeno a voltare pagina.

L’ultimo segnale che occorre fare qualcosa ci arriva da una ricerca di un gruppo di studio britannico Autonomy pubblicata sul quotidiano The Guardian nella quale si dimostra come le persone in tutta Europa dovranno lavorare drasticamente meno ore per evitare un riscaldamento climatico disastroso.

Le scoperte sono basate sui dati dell’OCSE e delle Nazioni Unite sulle emissioni di gas serra. Will Stronge, il direttore di Autonomy, ha affermato che la ricerca ha evidenziato la necessità di includere riduzioni dell’orario di lavoro come parte degli sforzi per affrontare l’emergenza climatica:

“Diventare una società verde e sostenibile richiederà un certo numero di strategie – una settimana lavorativa più breve è solo una di queste, ha detto. Questo documento e l’altra ricerca nascente nel campo dovrebbero darci un sacco di spunti di riflessione quando consideriamo quanto sia urgente un Green New Deal e come dovrebbe essere”.

Il riferimento è chiaramente alla politica espressa dai principali partiti, di oggi e di ieri, del peso delle loro enormi responsabilità. Responsabilità che travalicano la politica stessa, e assumono sempre di più una valenza etica, dal momento che una politica incapace di agire nel rispetto del pianeta toglie futuro a ciascun individuo.

Prima, evocando come apocalittici coloro i quali avevano per tempo messo in guardia dagli sconvolgimenti di natura planetaria cui si sarebbe andati incontro a causa del cambiamento climatico. Ora, confinando la gigantesca questione climatica a predica della domenica, ogni volta conclusa con indicazioni generiche, nessuna delle quali giunge alla radice del problema, come si deduce scorrendo i programmi dei partiti, per non dire del contratto di governo tra Lega e Cinque Stelle.

Alla radice del problema, giungono invece nel frattempo, per strade diverse, altri soggetti, cui va il merito di portare alla coscienza individuale e collettiva una diversa narrazione del tempo presente e di come andare consapevolmente incontro a quello futuro, una narrazione alternativa.

La comunità scientifica internazionale, sempre più impegnata nell’analisi e nella ricerca; l’azione dell’attuale Papa, che di fronte alla terra ferita evoca la necessità e l’urgenza di una conversione ecologica; l’ampio movimento internazionale di giovani e giovanissimi, Friday for Future, messo in moto dall’azione di protesta di Greta Thunberg dinanzi al colpevole silenzio dei governanti in materia di riscaldamento globale.

In sintonia con molte delle analisi e delle proposte di questi differenti soggetti si muove il Manifesto per il clima prodotto dalla GUE – il raggruppamento politico della sinistra al Parlamento Europeo, cui aderisce Sinistra Italiana – frutto del lavoro svolto in questa legislatura e impegno per quella che inizierà dopo il voto del prossimo 26 maggio.

Il cambiamento climatico è il crocevia del nostro tempo per il fatto che da qui passano, e a esso si connettono, i crescenti conflitti geopolitici, i movimenti migratori, le modificazioni strutturali del lavoro umano, gli assetti del territorio, la grande e planetaria questione della fame e della qualità del cibo, dunque dell’agricoltura, dell’energia, della salute e dell’istruzione.

Soltanto l’ignavia di quelle classi dirigenti che concepiscono la politica come pratica del consenso per l’esercizio del potere nel tempo presente, in una totale assenza di prospettiva futura, porta a non considerare il peggioramento delle condizioni di vita di ciascun essere vivente come diretta, e inedita, conseguenza del fatto di non porre il clima come la nuova sfida per la specie umana.

Ma proprio l’entità della questione climatica, capace di evocare insieme il comune destino umano e il senso di futuro del pianeta, impone di affrontarla nell’unico modo in cui è ancora possibile risolverla: andando alla radice dei nodi, dei grovigli, cioè delle ingiustizie e delle diseguaglianze, prodotte da un modello di sviluppo sociale e di consumo che occorre rapidamente riconvertire.

E conversione è allora la chiave che apre la prospettiva a un diverso modello di relazioni economiche, produttive, di consumo; un’organizzazione della società nella quale il territorio e la partecipazione risultano i fattori decisi per un cambiamento reale, concreto, delle condizioni di vita delle persone. La conversione non si costruisce praticando scorciatoie, aggiustamenti dell’esistente.

Proprio perché risulta, nei fatti, un cambio di paradigma, come indicano gli scienziati che analizzano il mutamento climatico e le sue rovinose conseguenze in tempi sempre più prossimi, comporterà inevitabilmente una fase di passaggio, di transizione, tra vecchio e nuovo. Il definitivo abbandono delle fonti energetiche fossili e l’approdo a quelle rinnovabili, è uno degli snodi necessari di questo passaggio.

Ricordo per esempio che in Italia ci sono ancora ben 18 miliardi di euro all’anno di incentivi all’utilizzo delle fonti fossili di energia. Se questi incentivi venissero cancellati, con quei soldi si potrebbe mettere in campo un grande piano per il potenziamento del trasporto pubblico su ferro, per l’efficientamento energetico e cosi via.

Come lo è senz’altro la green economy, laddove mette in campo una ricerca e una pratica di opportunità di mercato, e conseguentemente di un profitto più distribuito, sul terreno di una produzione di merci a un minore impatto ambientale.

Dunque il progetto di una conversione ecologica dell’attuale modello sociale e di vita delle persone si può senz’altro combinare con quelle differenti iniziative che vanno incontro ad una transizione tra vecchio e nuovo, tra adesso e dopo. Ma essa, a differenza di tutte queste, comporta la messa in discussione dell’assetto odierno dei poteri globali, incentrati sul predominio della finanza internazionale, che più s’estende e più fa crescere diseguaglianze sociali e territoriali.

Un altro paradigma, appunto, un modello di vita e di rapporti sociali alternativo a quello oggi esistente, ecco la radicalità della conversione ecologica come va posta oggi.

Essa è l’esatto opposto di un cambiamento sociale ed economico imposto dall’alto, col bastone del comando. Esige una conoscenza diffusa, interdisciplinare, un insieme di saperi espressione della diversità dei territori, del limite e dell’uso delle loro risorse.

E un capitolo nuovo, e strategico, di queste risorse è proprio quello che deriva dalla valorizzazione e trasformazione degli scarti e dei rifiuti prodotti da questo attuale sistema incentrato sullo spreco dissipativo come risvolto delle diseguaglianze redistributive. La risposta vincente alla globalizzazione centralizzata non è quella tra sovranismo monetario e nazionalistico e un indistinto processo comunitario europeo, come non lo è quella tra protezionismo da una parte e liberalizzazione dall’altra.

Ognuna di queste strade conduce a un simile esito, speculare l’uno all’altro: lasciare intatti i meccanismi di fondo di una selvaggia competizione economica che mentre accresce indistintamente la produzione di merci contrappone tra di loro i lavoratori, vecchi e nuovi, escludendoli dai processi di produzione e di consumo, in un gioco dell’oca mondiale che risulta ogni volta a somma zero: per uno solo che vince, tutti gli altri soccombono.

L’alternativa radicale che indica la conversione è prima di ogni altra cosa quella di mettere in capo alle comunità locali processi e dinamiche partecipative in grado di realizzare rapporti diretti tra produttori e consumatori, superando quei poteri d’intermediazione di un mercato guidato dalla logica del minor costo del lavoro e dell’illimitata libertà d’inquinamento.

È un processo, che nella sua necessaria gradualità, chiama in causa ciascun comparto sociale: le imprese produttive nei diversi comparti dell’agricoltura, dell’edilizia, dell’alimentare, dell’assetto idrogeologico; le reti entro cui i beni prodotti si realizzano e si mettono in circolazione; le strutture dislocate nei diversi territori; le istituzioni come gli ordinamenti giuridici.

E dunque la politica, che a sua volta necessita di una riconversione capace di porre al centro la pratica inclusiva dei legami sociali, dell’autonomia delle persone e delle comunità in un agire condiviso, mettendo all’angolo quel “pensiero unico” su cui si fonda l’attuale globalizzazione di mercati e capitali, che esclude ogni reale protagonismo soggettivo e comunitario relegandoci nell’individualismo solitario e impotente.

Questo ci dice la scienza alle prese con l’analisi sul campo del cambiamento climatico; questo indica papa Francesco nella sua enciclica che rimane uno dei punti più alti di riflessione e di proposta su scala mondiale; questo intende Greta interpretando il modo di sentire dei giovanissimi che non intendono affatto rinunciare al futuro delle loro vite appena cominciate. E questo proponiamo noi sentendoci, nella nostra piena autonomia di soggetto intento a costruire una soggettività politica della sinistra in Italia e in Europa, in una più che buona compagnia.

articoli

Salvini, il ministro del disordine. Ma anche i 5S hanno fallito

Intervista al Manifesto a cura di Daniela Preziosi  

Nicola Fratoianni (segretario di Sinistra italiana, candidato alle europee per La Sinistra), Salvini promette grembiuli per gli alunni e ordine e disciplina per tutti. Usa il Duce come un brand di successo?
Salvini occhieggia alla storia peggiore del paese, convinto che l’uomo forte possa costruire consenso in un paese a cui non arrivano risposte per i problemi reali. Il ministro dovrebbe occuparsi della sicurezza dei cittadini, dovrebbe pensare ai solai che crollano sulla testa dei nostri figli. Invece cerca argomenti di distrazione. È inquietante e grave, visto che a farlo non è solo il leader di una forza di estrema destra, ma un ministro degli interni. È il ministro del disordine.

Salvini copre così i suoi insuccessi al governo. Innanzitutto la vicenda del sottosegretario Siri.
Sul caso Siri l’intensità dello scontro nel governo ha raggiunto livelli grotteschi. Ma c’è una vicenda anche più incredibile. Giorni fa ha dichiarato con leggerezza e quasi nel silenzio generale che gli irregolari in Italia sono 90mila, dopo aver gridato per mesi all’invasione di dei 500mila immigrati da rimpatriare. Parole che mostrano le crepe di una propaganda fondata sull’inganno e sulle fake news.

Dopo le europee ci sarà la crisi?
Non lo so, la mia impressione è che questo governo sia destinato a durare. Da un lato per il M5s il fallimento dell’esperienza di governo sarebbe un punto di non ritorno. Non potrebbero reinventarsi come forza antisistema. Ma anche per la Lega tornare a un centrodestra con Berlusconi e Meloni non è conveniente rispetto a una condizione in cui con il 17% fa quello che vuole e monopolizza la narrazione dell’esperienza di governo.

Il Pd chiede il voto e avverte che se ci sarà la crisi non sosterrà un governo di «responsabilità».
Durante la campagna elettorale è scontato. Colpisce però che sia uno slogan senza contenuti. Preoccupa che il governo giallonero si prepari a mettere in campo una doppia patrimoniale che peserà però su chi sta peggio, con l’aumento dell’Iva e la flat tax. Serve invece una tassa sulle grandi e grandissime ricchezze per ridistribuire risorse in un paese nel quale le diseguaglianza è aumentata in modo indecente. Ma di questo non discute quasi nessuno se non noi, La sinistra. Siamo gli unici a indicare proposte e temi in grado di imprimere una svolta reale.

Il Pd indica un’alternativa di governo, alla lontana. Ma due giorni fa Gentiloni ha chiesto al Psoe spagnolo di lasciare Podemos e allearsi con Ciudadanos. Tradotto in italiano cosa significa?
Significa immaginare alleanze a destra. Il Pd dimostra di non capire. Le parole di Gentiloni, che è il presidente quindi un dirigente di primo piano, impressionano. La lista da Macron a Calenda rivela la sua vera natura. È ridicolo continuare a sostenere, come fa Zingaretti, di aver unito un fronte da Macron a Tsipras. Zingaretti ha messo in fila parole d’ordine che dicono che il cambiamento non c’è: no alla patrimoniale, no alla riduzione dell’orario di lavoro, no al ritorno dell’art.18. Gentiloni fa i complimenti a Sanchez ma non vede che il risultato del Psoe è dovuto alla ricerca di un’alleanza con la sinistra fondata su un chiaro segno di svolta rispetto alle politiche della maggioranza delle forze dei socialisti europei, dal Pd al vecchio Psoe. In Italia chi oggi dovrebbe contribuire a un’alternativa alle destre ha un’elaborazione arretrata e inadeguata a questo compito.

Ad avercene, di Psoe in Italia?
Di Psoe. Ma anche di Unidas Podemos. Ci stiamo lavorando.

In realtà voi lottate per il 4%.
Sto facendo una campagna elettorale intensa in giro per il Paese. E osservo interesse e affetto. E qualche sorpresa. Incontro sempre più spesso elettori dei 5 stelle delusi, ma anche persone che hanno votato alle primarie Pd e che ora invece guardano a noi per contribuire a una svolta in Italia e in Europa.

Il Pd si è dotato di un’ala sinistra.
Ma come fa a essere convincente? Lo dico con il rispetto delle persone. Il segno politico della lista Pd lo ha rivelato Gentiloni, perfino con ingenuità. Anche nella battaglia quotidiana dall’opposizione non c’è svolta. Sull’ecologia c’è solo retorica: vogliono o no cancellare gli incentivi alle fonti non rinnovabili? Mettere in discussione la filosofia delle grandi opere impattanti e inutili? Il leader dell’organizzazione giovanile dell’Spd propone la collettivizzazione dell’industria dell’auto. Dice che per riconquistare l’elettorato serve radicalità. Io lo sostengo da anni e non ha niente a che vedere con il radicalismo o l’estremismo testimoniale.

I socialisti europei non lo dicono ma si avviano a una nuova alleanza con il Ppe contro i nazionalisti. Voi ne farete parte?
Intanto sfatiamo il racconto dei nazionalisti: non vinceranno. E in ogni caso la strada delle grandi coalizioni è un vicolo cieco. Del resto gli anni che abbiamo alle spalle dimostrano che la larga coalizione che ha governato l’Europa ha alimentato i nazionalismi. Noi comunque non vi parteciperemmo. Ma ci batteremo su tutti i dossier. Il Gue è il quarto gruppo a Bruxelles, sarà determinante per la tutela dei diritti sociali e quelli civili. La sinistra ha l’unica proposta elettorale che li tiene insieme.

Vi dividerete dopo il voto?
È arrivato il momento di smettere di cambiare simbolo a ogni elezione. Lavorerò per stabilizzare uno spazio politico ampio, plurale, multiforme su un programma condiviso e capace di incidere. Ma è bene ricordare che questa prospettiva sarà aiutata da un risultato importante di questa lista. Anche per questo chiedo di votarci.

articoli

Noi siamo quelli di Sinistra

Mai come questa volta l’Europa sarà, e posso dire finalmente, al centro del dibattito politico di un Paese fin troppo provinciale come il nostro. Un Paese nel quale anche quando in ballo ci sono temi di enorme importanza, la discussione finisce sempre per rinchiudersi nel cortile dei battibecchi di casa nostra.

Ci hanno detto in queste settimane: “siete al solito la sinistra che si frammenta, con tante liste diverse, non vi mettete d’accordo, non riuscite a costruire elementi di aggregazione”. Si tratta di una vera e propria sciocchezza.

Mai come questa volta in Italia e in queste elezioni europee c’è stato un quadro così chiaro. Le liste che si confronteranno alle prossime elezioni rappresentano plasticamente ciò che accade normalmente in tutta Europa.

Oltre alle destre del PPE e dei nazionalisti ovunque esistono forze che fanno riferimento a famiglie e culture politiche europee. Ci sono i partiti che si richiamano al socialismo europeo, ai verdi europei, ai liberali e, naturalmente, alla sinistra europea.

Bene, anche in Italia alle prossime elezioni avremo un quadro altrettanto chiaro e semplice. Il PD presenta la sua lista, sono quelli del socialismo europeo con la non irrilevante aggiunta di Calenda. Il gruppo dei socialisti europei è quello che ha governato l’Europa insieme ai Popolari. È il gruppo che in questi anni ha condiviso e gestito le scelte che nel segno de l’austerità hanno impoverito la maggioranza dei cittadini e delle cittadine, ridotto i diritti e svalutato il lavoro.

+Europa insieme al movimento di Pizzarotti presenta una proposta che si candida a rafforzare il gruppo de l’Alde. Sono i Liberali. Per capirsi parliamo di una forza con la quale spesso abbiamo condiviso battaglie per la difesa e l’estensione dei diritti civili ma che quando si tratta di discutere di questioni sociali, di restituire diritti al lavoro, di redistribuire le ricchezze o di mettere in discussione un modello di sviluppo fondato sulle grandi opere sta sempre dall’altra parte della barricata.

Poi ci sono i Verdi. In Europa le sinistre e i Verdi hanno spesso votato insieme, condiviso temi e battaglie, pur mantenendo le proprie differenze. Continueremo a farlo anche nel nuovo Parlamento ogni volta che se ne presenterà l’occasione.

E poi ci siamo noi: La Sinistra. Una proposta chiara e perfino semplice. Una lista che fa riferimento al partito della Sinistra Europea e al GUE/NGL il gruppo parlamentare della sinistra verde e nordica. Il quarto gruppo per dimensioni nel Parlamento europeo.

È quindi naturale che ci siano proposte politiche diverse, non sempre e necessariamente alternative tra di loro, ma diverse. Quindi un quadro chiaro, semplificato, europeo. Chi siamo noi.

Voglio essere chiaro facendo un esempio comprensibile: si discute in questi giorni di Flat Tax. È una proposta che serve a far pagare ancora meno a chi ha di più e a far pagare di più chi ha sempre meno. Per dirla in modo semplice: loro vogliono la Flat Tax, noi vogliamo la patrimoniale sulle grandi ricchezze e non abbiamo paura di chiamarla così.

Proponiamo che chi ha di più, chi ha molte ricchezze e grandi patrimoni restituisca qualcosa di quello che ha accumulato da mettere a disposizione dell’interesse collettivo. Una proposta semplice. In un Paese come il nostro, in un mondo come il nostro nel quale la ricchezza si è accumulata nelle mani di pochi è perfino una proposta moderata. Di buonsenso. È la proposta di chi guarda al futuro. È la proposta dei democratici americani, non propriamente una fazione di pericolosi estremisti.

Ocasio Cortez, la giovane socialista che da una nuova speranza alla politica americana insieme a Sanders lancia la sfida al bullismo di Donald Trump nel nome di una patrimoniale e di un green new deal che rimetta al centro una riconversione ecologica dell’economia. Noi stiamo con loro e con chi, nel modo e i Europa sa bene che di fronte alla radicalità dei problemi che abbiamo di fronte, servono proposte e visioni coraggiose e altrettanto radicali. Noi siamo quelli della riconversione ecologica dell’economica.

Noi siamo quelli che dicono che in Italia, per fare un altro esempio semplice e concreto, propongono di cancellare da subito quei 18 miliardi di euro di incentivi che oggi sono ancora in vigore per l’utilizzo delle fonti fossili. Si possono cancellare domani se si vuole dare una risposta ai Friday for Future che vedono la partecipazione di centinaia di migliaia di giovani nel mondo e in Italia. Noi proponiamo che quegli incentivi vengano tagliati per mettere in campo un grande piano di investimenti pubblici che abbia al centro la riconversione ecologica dell’economia. Noi siamo quelli del futuro.

Noi siamo quelli che pensano che in un mondo come il nostro nel quale ci sono sempre meno persone che lavorano mentre chi lavora lo fa con orari sempre più lunghi, con meno diritti e più sfruttamento, in un mondo in cui la tecnologia, l’evoluzione e l’automazione tendono ad allargare questa forbice, una sinistra del futuro ha due strade davanti: o riscoprire il luddismo contro le macchine e la scienza, oppure porre una grande tema: è arrivato il momento anche in Italia, che resta sempre un po’ più indietro visto che in Europa ne discutono tutti e qualcuno lo ha fatto, di tornare a porre il tema della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Noi siamo quelli che pensano che vada redistribuita la ricchezza ma anche il lavoro. Che vada redistribuito nel segno di un’idea di società che rimetta al centro la vita degli uomini e delle donne prima degli interessi del profitto di qualcuno, l’interesse generale prima di quelli particolari. Noi siamo quelli dei porti aperti. Contro l’hashtag dei porti chiusi, del cattivismo istituzionale, contro chi diffonde tutti i giorni nelle vene del Paese il razzismo e la xenofobia, contro questo governo, contro Matteo Salvini.

Siamo quelli che vogliono i porti aperti, che praticano i porti aperti. Quelli che hanno contribuito e contribuiscono tutti i giorni a costruire strumenti che provino a salvare la vita delle persone. Siamo quelli che si battono per restituire alle parole il proprio posto. In un Paese e in una Europa in cui la solidarietà è stata tramutata in un crimine occorre battersi anche per una ecologia del linguaggio.

Noi siamo quelli per la pace. Contro la guerra che torna anche vicino alle nostre coste. Se ne accorgono tutti tranne il nostro governo che continua a dire che la Libia è un posto sicuro. Dalla Libia in fiamme vengono evacuati gli europei, vengono ritirati i contingenti militari ma Salvini chiede che i migranti vengano trattenuti o riportati lì.

Nessuno in questo Paese pone il problema del commercio delle armi che resta una delle voci più rilevanti del nostro bilancio in violazione delle leggi esistenti che dovrebbero essere fatte rispettare. Noi siamo quelli che hanno costruito il movimento per la pace, e che pensano che ancora oggi il tema della pace non sia un esercizio retorico ma una fondamentale questione politica su cui organizzare una battaglia politica. Noi siamo quelli dei diritti e del welfare universale per tutti, contro la guerra tra poveri.

Quelli che pongono il problema che quando accade qualcosa come quello che si è visto a Torre Maura la risposta non può essere quella di una guerra tra poveri, alimentata da chi fonda la sua impresa politica ed elettorale sulla paura. La risposta è più servizi, più diritti, più asili, più piazze, più scuole, più biblioteche, più trasporti pubblici, più reddito. Noi siamo questa lista.

È così che intendiamo costruire la nostra campagna elettorale, perché siamo sicuri e sicure che c’è un solo modo per provare a fare quello che sentiamo essere il compito principale di questo tempo: combattere l’onda nera che avanza in tutta Europa di nazionalisti, fascisti e xenofobi. Quello che serve è costruire una alternativa. Senza questa alternativa che abbia al centro l’interesse generale, la qualità della vita della maggioranza e non la conservazione del privilegio di una minoranza, quell’onda non potrà che continuare a crescere. Noi siamo in campo per questo e non è poco.