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È l’ora di reagire per difendere la libertà: il 29 dicembre tutti alla Marcia per salvare l’Abbazia di Trisulti, bene comune, da Bannon e dall’internazionale nera

Domani, 29 dicembre, tutti alla Certosa di Trisulti. Potrebbe essere l’occasione di una passeggiata in mezzo alla natura, tra i boschi di querce della cosiddetta Selva d’Ecio, sui Monti Ernici. A poco più di 5 km dal comune di Collepardo in provincia di Frosinone. Un grande complesso monumentale edificato nel 1204 che dal 1873 è divenuto Monumento Nazionale.

Ma l’occasione ha, almeno, anche un’altra ragione.

Dobbiamo essere a Trisulti per difendere la nostra libertà e l’idea di una società aperta e solidale. L’abbazia, nel febbraio scorso, è stata affidata in concessione attraverso un bando del ministero della Cultura (allora guidato da Franceschini) alla fondazione Dignitatis Humanae Institute. Centomila euro l’anno per 19 anni. Fin qui nulla di particolarmente allarmante, se non, forse, un ennesimo esempio della scarsa capacità del nostro Paese di utilizzare il proprio straordinario patrimonio culturale nell’ambito di una strategia pubblica di investimento e valorizzazione.

L’allarme però è del tutto fondato, e motiva pienamente le ragioni della marcia promossa da una rete di associazioni locali che domani mattina partirà da Collepardo per raggiungere ed abbracciare simbolicamente l’Abbazia.

Sì, perché la fondazione che si è aggiudicata il bando, è uno dei nodi di una rete globale, nella quale circolano soldi, molti soldi, e in cui si incrociano personaggi e relazioni uniti da quello che sempre più assume le fattezze di un progetto inquietante e regressivo.

Un vero e proprio fronte globale della destra religiosa e integralista. Fascisti e nazionalisti, antiabortisti, militanti contro i diritti civili, esponenti del clero ultra conservatore come il Cardinale Burke che presiede il think thank della Fondazione e che figura tra i più attivi avversari di Papa Francesco.

Costituita da Benjamin Harnwell, politico britannico e amico personale di Steve Bannon, la Dignitatis Humanae Institute vuole trasformare l’Abbazia in una scuola internazionale per formare la nuova classe dirigente della destra oltranzista Europea. Sotto la guida di Bannon, ex consigliere e responsabile della campagna elettorale di Trump, ammiratore di Matteo Salvini, frequentatore di Marine Le Pen e fondatore di The Movement, un’organizzazione che lavora alla costruzione di una rete mondiale della destra reazionaria e integralista.

Stiamo parlando della stessa rete che da anni lavora sul l’uso dei big data per condizionare l’opinione pubblica in un incrocio di relazioni che vanno dalla destra conservatrice americana alla Russia di Putin.

Guardando all’Abbazia di Trisulti emerge il quadro preoccupante di una destra identitaria e nazionalista che ha saputo costruire un pensiero e, sempre più, una azione coordinata a livello globale.

Una internazionale nera contro cui è necessario mobilitarsi. Insomma, in quello che al primo sguardo potrebbe apparire come un luogo periferico e marginale, Bannon e i suoi amici vogliono costruire la centrale di un nuovo oscurantismo, il cui obbiettivo siamo tutti e tutte noi, le nostre libertà, la nostra cultura, l’idea che sia possibile e necessario immaginare e costruire un mondo senza muri, fondato su eguaglianza e giustizia sociale.

Per questo sabato 29 dicembre sarò anche io a Collepardo e poi, per i 5 km del percorso, in marcia con i cittadini e le cittadine che hanno organizzato la giornata. Perché come scrivono nel testo che convoca la marcia di domani “la ricchezza è di chi custodisce il senso delle cose per restituirlo giorno dopo giorno e non per farlo prigioniero di un pensiero totalizzante”.

E perché è l’ora di reagire.

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La manovra del cappio al collo

Sono lontani i tempi dei festeggiamenti sul balcone di Palazzo Chigi, nonostante Di Maio sostenga ancora oggi che c’è da festeggiare per l’accordo maturato con l’Europa. Più vicini mi sembrano, invece, i tempi delle manovre economiche alla Monti e alla Renzi.

L’Europa continua a vestire l’abito di guardiana del deficit e dei parametri economici, che servono esclusivamente ai bilanci dei mercati finanziari, mentre il bilancio delle vite delle persone segna perdite importanti da almeno un decennio.

E il “governo del popolo” ne esce con le ossa rotte e la credibilità azzerata. Altro che manovra del popolo, questa è una manovra del cappio al collo. Una sconfitta. Una sconfitta, innanzitutto, sui saldi di deficit: dal 2,4% si è passati al 2,04%, mentre persino l’austero governo dei professori guidati da Mario Monti era riuscito in piena crisi a strappare una manovra al 3% di deficit.

Inoltre, una sconfitta politica, visto che il governo Salvini-Di Maio aveva annunciato fuoco e fiamme, appoggiandosi al fronte dei paesi nazionalisti di destra (dall’Ungheria di Orban in giù), proprio quelli che per primi li hanno mollati rivendicando garanzie insostenibili per l’Italia. A riprova che c’è sempre uno più nazionalista di te, che deve far prevalere il suo interesse nazionale, a scapito, se necessario, di quello degli amici.

Ma quel che è peggio, è che questa manovra getta ancora una volta la croce addosso ai cittadini italiani. Nonostante i toni trionfalistici del giorno dopo di Salvini e Di Maio (che contrastano molto con il tono dimesso di Conte), la verità è che siamo di fronte a misure dalla dubbia efficacia economica e sociale, costruite sui soldi presi a prestito dai ceti medi e bassi del Paese, mentre si continua a non aggredire la ricchezza lì dove si è accumulata in questi anni e mentre si continua a sperperare soldi inutilmente. È di ieri la notizia che il programma di acquisto miliardario degli F35 va avanti, nonostante le promesse da campagna elettorale. L’ennesima cambiale pagata a Trump e alla NATO.

E faccio presente, rispetto all’accumulo di ricchezza, da cui si dovevano sottrarre risorse, per metterle a disposizione di una seria lotta alla povertà, che siamo arrivati al punto in cui il 10% dei più ricchi italiani detiene più della metà della ricchezza prodotta dal paese. Una enormità di cui nessuno si occupa. Anzi! Come nelle migliori tradizioni italiane, si inventano condoni, volountary disclosure, patti fiscali, senza nessuna misura chiara per il contrasto dell’evasione e dell’elusione fiscale.

Nel contempo spuntano nuove clausole di salvaguardia miliardarie per il prossimo biennio (soldi che qualcuno dovrà trovare per evitare ancora una volta che cresca l’IVA), il blocco totale delle assunzioni per le amministrazioni statali e il moribondo sistema universitario (come Monti, Renzi e Gentiloni), il taglio di 800 milioni per i fondi di coesione (e cioè un’altra insopportabile mazzata al Mezzogiorno, mentre si apprestano a riempire di miliardi Veneto e Lombardia con l’autonomia).

Per non parlare poi dei vendicativi tagli all’editoria. Un’insopportabile scelta per piegare quegli organi di informazione, per lo più organizzati in cooperativa, che sono parte preziosa del patrimonio giornalistico italiano. Un colpo micidiale al pluralismo dell’informazione del nostro Paese.

E non mi si dica che questa forma aggiornata di reddito di inclusione del governo Renzi, che Di Maio si ostina a chiamare reddito di cittadinanza, valga il gioco. Così come l’abolizione della Fornero della campagna elettorale è diventata, di fatto, una estensione dell’APE social. Ne vedremo gli effetti marginali nei prossimi mesi, soprattutto quando verranno esplicitate le forme e le modalità delle misure che verranno proposte, che non tengono in nessun conto le enormi questioni sociali che mordono la carne di una Italia sfiancata.

La precarietà, la mancanza di lavoro, la questione generazionale, la tutela dell’ambiente e del territorio. Tutte emergenze cui le misure bandiera del governo non offriranno risposte strutturali e adeguate, ma pannicelli caldi.

Avevano annunciato la fine della povertà e ci ritroviamo, invece, di fronte a un gigantesco “pagherò”, sulla pelle dei più giovani, dei precari e dei più poveri. Sai che novità…

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Da Amnesty un atto di accusa verso il governo italiano in tema diritti umani

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo compie 70 anni e in Italia li stiamo festeggiando nel modo peggiore, se Amnesty International oggi pubblica un dossier che mette in luce tutti i pericolosi arretramenti del governo italiano in tema dei diritti.

Un vero e proprio atto d’accusa, con parole pesanti come pietre, che certifica ciò che sosteniamo dal primo giorno di questa legislatura, fin dalla firma di quel patto di governo, che ha messo al primo posto le questioni politiche più care alla Lega di Salvini.

“Gestione repressiva del fenomeno migratorio”, “erosione dei diritti umani dei richiedenti asilo”, “retorica xenofoba nella politica”, “sgomberi forzati senza alternative”. Non solo: ci aggiungiamo lo sdoganamento dell’utilizzo delle armi, il restringimento delle libertà di manifestare (è contenuto anche questo nel “Decreto in-Sicurezza”) e le affermazioni deliranti di autorevoli rappresentanti del governo sulle famiglie e sul ruolo della donna.

Tutto questo vuol dire che, affianco della repressione e del tentativo di cancellare i diritti basilari dei migranti, c’è anche una malcelata intenzione di minare alle fondamenta le libertà e i diritti conquistati in anni di costruzione democratica dei Paesi europei. Il tutto ammantato spesso da una retorica che guarda ai più deboli, ai più poveri, che però ricevono solo sgomberi, schiaffi e qualche elemosina. Mentre il grosso della torta lo prendono, come sempre, i garantiti e i più ricchi.

D’altra parte, tutta la vicenda che ha riguardato il Global Compact for Migration, un documento internazionale che aveva come obiettivo primario e strategico quello di impegnare tutti i Paesi nella gestione di un fenomeno strutturale e incancellabile come le migrazioni, ha restituito la fotografia di un governo italiano quasi del tutto egemonizzato dalle istanze, dalla retorica allucinata e carica di odio della Lega.

Non è un caso se persino nel granitico M5S qualcuno inizia ad accorgersene e a ribellarsi: proprio su queste colonne la senatrice Elena Fattori ha scritto righe molto dure su ciò che sta accadendo in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, per effetto della avanzata di questa internazionale dell’estrema destra, guidata da Steve Bannon, mentre “le stelle stanno a guardare” (cito testualmente il testo di Fattori).

C’è però fortunatamente un mondo che non sta a guardare, come pure sottolineato dal rapporto Amnesty. Un mondo che è destinato a crescere in dimensioni e consenso. Lo abbiamo visto sfilare in piazza con la mobilitazione di “Non una di meno”, sotto rivendicazioni chiare e nette, che se accolte ridisegnerebbero la società italiana nel profondo e in meglio.

Abbiamo visto un pezzo di mondo riversarsi per le strade di Riace, a dire con chiarezza che l’unica colpa di Mimmo Lucano è l’umanità. Abbiamo visto diverse mobilitazioni per il lavoro, contro la precarietà, contro un sistema ingiusto e onnivoro. E le mobilitazioni studentesche di queste settimane ci dicono tutto il malessere esistente e la voglia di ribellarsi. Abbiamo visto le piazze di Torino contro TAV, Melendugno contro TAP, Niscemi contro Muos e altre ancora, lo scorso 8 dicembre.

Contrariamente a quanto asserito dal partito del Pil e delle grandi opere, quelle non erano piazze retrograde, ma pezzi di futuro. Sono piazze che chiedono una conversione ecologica del sistema produttivo ed economico, che metta al centro la lotta ai cambiamenti climatici (che dal nostro punto di vista restano effetto della voracità del capitalismo, non certo per volontà di Satana), un sistema di sviluppo sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale. Perché come sempre, a pagare i costi sociali e ambientali sono sempre le fasce più svantaggiate della popolazione, mentre si ingrossano le tasche dei soliti noti. E non è un caso che il governo del cambiamento, sotto la spinta dei riferimenti sociali di Salvini (quelli dei 5 Stelle non sono ancora chiari), abbia deciso di realizzare la TAP e il Muos, mentre cercano la modalità per proseguire con la TAV, senza andare incontro ad un’altra emorragia di consenso.

Credo, quindi, che si debba ripartire proprio da queste mobilitazioni, connettendole. Per costruire un argine forte e invalicabile contro la nuova estrema destra e per disegnare una Europa nuova: lontana da questi anni di austerity teorizzata da economisti di destra liberale supportati da quelli cosiddetti progressisti, che ha poi aperto la strada alla scalata della nuova destra politica.

Devono tutti fare un passo in avanti, anche dentro il M5S, tutti coloro che hanno chiara in mente quale sia la reale posta in gioco di tutti gli attori in campo.

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Un giorno verrà chiesto a tutti: voi dove eravate? Chi si è girato dall’altra parte?

Siamo ormai arrivati al decimo giorno della terza missione di nave Mare Jonio, della piattaforma Mediterranea (e questa volta insieme alla Ong spagnola Open Arms e alla Ong tedesca SeaWatch per United4Med). Dopo una sosta di 4 giorni nel porto tunisino di Zarzis per condizioni meteo marine impraticabili siamo ripartiti nella giornata di giovedì e ieri siamo arrivati in prossimità del peschereccio spagnolo Nostra Madre di Loreto.

Si tratta della imbarcazione che quasi 10 giorni fa ha salvato 12 migranti in fuga dalla Libia. Da allora, dopo aver rifiutato di consegnarli ai Libici sono fermi in attesa di una soluzione.

Soluzione richiesta a gran voce nei giorni scorsi anche da un gruppo di parlamentari europei per un porto sicuro, e in queste ore anche da Unhcr

Ieri anche io sono salito a bordo del peschereccio. Ho parlato con i migranti e con il comandante. Tutti chiedono la stessa, semplice, cosa. Che si trovi una soluzione rapida. Per i migranti che in tutta evidenza si trovano a bordo di una nave non attrezzata per assisterli nel modo migliore, e per l’equipaggio del peschereccio. Questo caso è lo specchio perfetto in cui si riflette tutta l’assurdità di quello che succede in questo mare sempre più spesso.

Da ieri, dopo l’evacuazione in elicottero di uno dei migranti in condizioni di salute critiche, sono rimasti in 11. Tra questi due sono minori.

Undici persone in balia del mare e soprattutto di un cinico e inaccettabile gioco del cerino tra gli Stati europei: Madrid, lo stato alla cui bandiera fa riferimento il peschereccio non da nessuna soluzione. Malta che si trova a poco più di 80 miglia tace. E l’Italia si disinteressa della questione.

Non è di loro competenza ci dicono. Come se si trattasse di semplice pratica burocratica. Ma in questa vicenda c’è anche altro. C’è il caso di un peschereccio che di fronte al rischio di veder morire delle persone a pochi metri di distanza non esita ad intervenire. Il caso di un giovane comandante e di un equipaggio che, come da sempre succede in mare, non si volta dall’altra parte. A loro dovrebbe andare una medaglia. Invece sono abbandonati, salvo per l’assistenza di chi come noi e Open Arms si mette in mare per questo.

C’è qualcosa di malvagio in tutto questo. Se chi fa la scelta del comandante spagnolo si ritrova in questa condizione, rischiando non solo di veder sfumare gli sforzi del proprio lavoro, ma anche di passare qualche guaio ulteriore, cosa farà la prossima volta? E cosa faranno equipaggi e imbarcazioni che dovessero trovarsi in situazioni simili?

La criminalizzazione della solidarietà è anche questo. Non solo guerra alle ong.

Per questo siamo in mare. Perché ci sia una alternativa. Per i migranti che fuggono dalla disperazione a costo della loro vita, ma anche per chi vive in mare e di mare. Per reagire ad una barbarie delle coscienze. Perché un giorno, qualcuno chiederà conto. E chiederà anche a noi, a ciascuno e a ciascuna di noi: voi dove eravate?

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Le Ong sono diventate l’ossessione di Salvini

(da bordo di Nave mare Jonio)

Non passa giorno che il ministro dell’Interno Salvini parli di Ong. Il suo ritornello, rivela che la sua è una vera e propria ossessione. E in effetti, in questi giorni, qualche ragione per essere ossessionato il ministro ce l’ha davvero.

Da una settimana nel Mare Mediterraneo è in corso la prima missione europea di monitoraggio, denuncia, ricerca e se necessario soccorso. Si chiama United4Med e riunisce Open Arms, Sea Watch e Mediterranea: spagnoli, italiani e tedeschi uniti.

Insieme in mare, là dove serve. Là dove la distinzione è tra chi fa di tutto per salvare le vite in pericolo e chi opera per dare morte, per respingere, per procrastinare sofferenza e disperazione nella carne viva di chi fugge in cerca di un futuro migliore.

È l’idea di una Europa diversa che è possibile, che dal basso costruisce un’alternativa concreta a chi, girandosi dall’altra parte, sta quotidianamente trasformando il Mediterraneo nel più grande cimitero a cielo aperto del mondo.

In fondo non è nulla di nuovo. È quello che da sempre fa la gente di mare, come ci hanno raccontato in questi giorni i pescatori di Zarzis, porto della Tunisia dove ci troviamo. Lavoratori ed attivisti. Persone normali, che con il sorriso ti spiegano che chi in mare è in difficoltà si salva. E che questo viene prima di ogni altra considerazione.

Ed è per questo che qui, in mare, il cinismo di Salvini arrivano come una voce fioca.

In fondo, magari molto in fondo, deve essere ben triste la vita di chi non riesce a sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo.

E qui, in questa frontiera invisibile ma concretissima che è diventato questo tratto di Mare Mediterraneo di ingiustizie ce ne sono molte e terribili. Per questo voglio dare un consiglio a Matteo Salvini: si metta l’animo in pace. Noi e come noi molti e molte altre continueremo a fare quello che facciamo. A stare dalla parte dell’umanità. Contro la barbarie e la violenza. Qui, con loro.

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Nessuno tocchi Silvia Romano

Il bestiario quotidiano che si riversa sui social, da ore ha preso di mira Silvia Romano. Colpevole di umanità, agli occhi degli odiatori di professione, che sin dalle ore successive al suo sequestro non hanno perso tempo per rivolgere insulti, giudizi o pelosi quanto inutili consigli sulla vita, sulle passioni e sulle idee. Consigli che sono arrivati anche da parte di qualche insospettabile “commentatore”, che non si offenderà se lo definisco “commentatore della domenica”…

Vorrei chiedere scusa io a Silvia e alla sua famiglia, al posto loro. Chiedo scusa al posto di chi non riesce a comprendere le ragioni che possono spingere una persona a fare un’esperienza come quella che ha fatto Silvia. Chiedo scusa al posto di chi esprime giudizi sulla scelta di andare in Africa e pensa che per fare del bene sia sufficiente servire a qualche mensa sociale in paese. Chiedo scusa al posto di chi svilisce i pensieri grandi, definendoli “smanie”. Non si rendono conto non solo di ferire nel profondo una persona e la sua famiglia, ma anche le idealità che accompagnano una scelta importante, per la quale bisognerebbe solo ringraziare Silvia e incoraggiarla.

Guardo il sorriso dei 20 anni di Silvia scorrere nelle gallery in rete. In quel sorriso vedo la semplicità, l’intelligenza, la fierezza di chi non si arrende al mondo che ha trovato e il coraggio di chi vorrebbe mettere in gioco tutta se stessa per cambiarlo, per modificarne nel profondo anche una minima parte. La forza. La forza e la sensibilità di chi sente le ingiustizie sulla propria pelle e avverte il senso di una missione, da compiere con semplicità e dedizione, in luogo di istituzioni sorde e cieche, che hanno scelto la strada delle guerre e delle depredazioni.

E poi vedo il buio delle parole dure, pesanti come pietre, parole allucinate dall’odio e dal fango, da parte di cittadini di questo Paese che hanno perso la bussola. Che pur di buttarla in caciara, sono disposti prima a dire “aiutiamoli a casa loro” e poi un secondo dopo a crocifiggere chi decide di prendere in mano la sua vita e metterla a disposizione degli altri.

È strano questo mondo, davvero, e tocca reagire. La lavatrice di fango che subisce Silvia Romano non ha riguardato i tanti imprenditori che in questi anni sono stati sequestrati nelle aree più difficili dell’Africa, mentre erano lì a fare profitti. Al contrario, in molti hanno preso parola, come è sacrosanto, per chiederne l’immediata liberazione. Ma se un fatto del genere accade a una giovane donna di 23 anni che è in Kenya per provare a restituire a questo mondo marcio e malato un pezzo della dignità che merita, allora “se l’è andata a cercare” e “poteva starsene a casa sua”.

È la tremenda ipocrisia di quei benpensanti che poi ogni giorno consigliano a una generazione dimenticata e allevata a pane, precarietà e ossessione competitiva, di andare in giro per l’Europa a fare Erasmus, ad accumulare titoli su titoli, lauree, master e ad accrescere competenze da inserire nei curriculum che diventano degli aeroplani di carta, spesso senza destinazione.

Questa è l’ipocrisia peggiore. L’ipocrisia che genera rabbia, perché condita dal solito paternalismo, secondo il quale va tutto bene se ti adegui, se ti uniformi, se sei conforme alla confezione pensata e prodotta, se accetti di non avere un ruolo attivo nelle cose del mondo. È l’ipocrisia degli stessi che poi vogliono i nostri giovani schiavi del mercato del lavoro precario e sottopagato; l’ipocrisia di quelli a cui non è mai fregato nulla del diritto allo studio e della condizione del sistema della formazione in Italia.

L’ipocrisia l’abbiamo già vista in scena altre volte, purtroppo. Con Giulio Regeni, Simona Pari e Simona Torretta, Valeria Solesin. Tutti figli che questa terra maltratta, non riconosce e non conosce, delle cui vite a pochi interessa, salvo quando accade un fatto tremendo, che diventa buono poi per macinare insulti, giudizi, sputare sentenze, in un turbine di violenza politica e verbale, difficile da tollerare.

Io spero che verrà fatto tutto il possibile per riportare a casa Silvia. Per fare in modo che possa sin da subito riprendere il suo semplice e allo stesso tempo straordinario impegno sociale.

Grazie Silvia, con la speranza di vederti e conoscerti presto.

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Riders, dal Piemonte un duro colpo al cottimo. Ora le altre regioni facciano altrettanto

Sembra di essere nell’Italia degli anni ’70 e invece è proprio una frase scritta e pronunciata qui: Italia, anno 2018. Perché il cottimo, quella odiosa pratica per cui ti pago sulla base della quantità da te prodotta, è ancora largamente utilizzato nel nostro Paese, nell’industria, nella manifattura, ma anche e in maniera particolarmente diffusa nella cosiddetta gig economy.

fattorini delle piattaforme digitali che si occupano di consegne a domicilio, vengono pagati sulla base del numero di consegne che effettuano e sulla base del rispetto dei tempi di consegna. Un sistema di sfruttamento che spesso ha provocato incidenti, anche mortali. Ricorderete il caso di Maurizio Camillini a Pisa, per esempio, deceduto lo scorso settembre mentre faceva una consegna, al suo secondo giorno di prova.

Il primo colpo al cottimo, a questo sistema di nuovo caporalato per cui c’è una piattaforma digitale che stabilisce tempi e modi di lavoro e prende per sé il grosso del guadagno, arriva dalla Regione Piemonte, e precisamente dal nostro capogruppo in Consiglio regionale, Marco Grimaldi.

Marco si occupa del tema da anni e ha più volte provato a ridefinire complessivamente il rapporto di lavoro fra i fattorini e le piattaforme digitali, chiedendo che venga riconosciuto lo status della loro condizione come rapporto di lavoro subordinato, e quindi con ferie, malattie, diritti, salari e tutto ciò che i contratti prevedono.

Tutto questo, sempre nel silenzio e nel disinteresse della maggioranza della politica nazionale che non si è mai posta il problema negli anni precedenti e che per il momento ancora non si esprime e non interviene con una legge a disciplinare in maniera definitiva il settore.

Ma noi non ci perdiamo d’animo, abbiamo la testa dura e Marco ha fatto in modo che il Consiglio regionale del Piemonte votasse una norma che impedisce il pagamento a cottimo, per ragioni connesse alla salute e alla sicurezza stradale. In questo modo, le imprese di food delivery saranno costrette a corrispondere una paga oraria ai lavoratori. Un risultato straordinario e importante, che inizia a restituire agli oltre mille addetti del settore in Piemonte un pezzo di dignità che non è mai stata loro riconosciuta.

Ma la battaglia non è finita e servono due cose: innanzitutto che tutte le altre regioni seguano l’esempio del Piemonte e approvino una norma di questo tipo, che impedisca nei territori regionali queste forme di caporalato digitale, a completo danno dei lavoratori.

In secondo luogo, è necessario che intervenga lo Stato con decisione e chiarezza.

Spero, infatti, che il governo non impugni la norma del Piemonte, sarebbe un atto politicamente assurdo, visto che il Ministro del Lavoro nei suoi primi giorni aveva proprio incontrato una delegazione di fattorini, sbandierando la volontà di studiare una formula giuridica che ne riconosca lo status di lavoratori dipendenti.

E proprio di questo c’è urgente bisogno: Di Maio deve dare risposte chiare alle migliaia di fattorini di tutta Italia, che dopo i primi due incontri al ministero hanno lamentato di essere stati già abbandonati dal governo.

Se si comprende la natura ingiusta e diseguale del rapporto fra questi lavoratori e i loro datori di lavoro, non si può fare altro che intervenire tempestivamente e con chiarezza a definire diritti e doveri e la natura contrattuale che deve legare lavoratori e datori.

Nel frattempo, per fortuna, c’è chi come Grimaldi sui territori si adopera per far fare a questa battaglia importanti passi avanti.

Comprendiamo che c’è chi ha paura dell’aumento dei diritti dei lavoratori. Ma il nostro compito, il nostro obiettivo politico è questo e lo porteremo avanti. Costi quel che costi.

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Ancora privatizzazioni? Non è un cambiamento nè una novità

Come spesso è accaduto negli ultimi 25 anni della politica italiana, ogni volta che si pone un problema di bilancio, o di necessità di far quadrare i conti, i vari governi che si sono succeduti, hanno inserito una voce nelle entrate previsionali, che riguarda le privatizzazioni. Cioè vendiamo il patrimonio dello Stato, per poter ripagare i debiti, mentre rimane intatta una montagna enorme di patrimonio privato accumulato. Anche il governo 5 Stelle–Lega manda una lettera a Bruxelles in cui c’è scritto chiaro e netto che nel 2019 aumenteranno il monte privatizzazioni di 18 miliardi di euro.

Non c’è niente da fare, tutti i governi che si sono succeduti con le diverse forze politiche hanno proposto le solite vecchie storie. Per cui a pagare sono due volte i cittadini più poveri, mentre a incassare sono due, tre, quattro volte quelli più ricchi, che non pagano alla collettività ciò che dovrebbero e poi possono partecipare alla vendita dei beni pubblici dei cittadini, con i capitali accumulati, e continuare ad accumulare e mangiarsi pezzo dopo pezzo l’economia italiana.

Al netto della questione politica, poi, c’è un aspetto più tecnico che non convince e che merita un approfondimento maggiore rispetto a quanto dichiarato da Di Maio, impegnato a trovare una chiave di lettura di queste privatizzazioni, che le renda accettabili per l’anima più “pubblica” del Movimento 5 Stelle (un’anima che esiste, se è vero che per anni abbiamo condiviso alcune fondamentali battaglie sulla natura pubblica e statale di alcuni beni e servizi essenziali).

Di Maio racconta che le privatizzazioni non riguarderanno i “gioielli di famiglia”, ma il patrimonio immobiliare. Che tradotto vorrebbe significare che non si vendono quote di aziende di Stato che hanno in mano gli asset strategici dell’economia italiana, ma palazzi, immobili e non so cos’altro.

Bene: posto che anche il patrimonio immobiliare pubblico potrebbe avere un utilizzo più giusto, più equo e più serio, piuttosto che darlo in bocca ai soliti pescecani speculatori, in questa Italia in cui 50mila persone non hanno una casa e ben 700mila persone sono in difficoltà con il mutuo, il governo dovrebbe spiegare dove intende recuperare 18 miliardi, a meno che non intenda vendere l’Altare della Patria, il Colosseo e magari il David di Michelangelo.

Credo serva specificare, per esempio, che dal 2011 al 2016 sono stati rastrellati “appena” 15 miliardi dalla cessione di quote azionarie, tra cui Sace, Simest, Enav, Generali, una tranche di Enel, Fintecna, Fondo Italiano d’Investimento, e una quota di Poste italiane. Quote azionarie, quindi, con un valore ben diverso e ben più alto e appetibile rispetto agli immobili.

Per altro, già il governo Gentiloni (come i precedenti Renzi, Letta, Monti, Berlusconi e via a scendere) prevedeva quote di privatizzazioni, ma per una cifra ben più bassa, cioè lo 0,3% del Pil. Un terzo rispetto a quanto paventato dai governanti del cambiamento. E già quella strategia era stata sonoramente bocciata dall’Ufficio Parlamentare di bilancio, figuriamoci se si presentano presunte coperture da privatizzazioni per 18 miliardi.

E ciò che è peggio, poi, è che tutti questi anni di svendita del patrimonio dei cittadini hanno dimostrato che le privatizzazioni fanno bene solo a chi acquista, visto che il debito pubblico non ha accennato a scendere. Dal 1994 le privatizzazioni hanno portato 110 miliardi nelle casse dello Stato, il debito pubblico è cresciuto. E negli anni 2011-2016, come già detto, nonostante vendite per 15 miliardi, l’ammontare del debito è aumentato, passando dai 1.897,9 miliardi del 2011 ai 2.260,3 miliardi di marzo 2017.

E allora, Di Maio deve innanzitutto spiegare cosa intendono vendere, con che tempi e con che modalità. Considerando poi che anche nelle privatizzazioni esistono le banali leggi di mercato per cui, se uno Stato è alla canna del gas e ha solo 12 mesi di tempo per raggranellare 18 miliardi di euro, finisce che il prezzo lo fa chi compra e non chi vende, con enormi vantaggi per il privato e danni per il sistema pubblico che svende e svaluta. Ci dica il governo a quali altri salassi dobbiamo sul serio prepararci.

Il problema rimane sempre lo stesso: nessuno in questo Paese ha il coraggio di mettere le mani lì dove è necessario e di fare ciò che in altri paesi europei già esiste, ovvero una tassa sulla ricchezza, che riequilibri la distribuzione delle risorse e le metta nelle tasche di chi ha meno, prendendole da chi ne ha accumulate tante. Il deficit, come ho detto più volte, non è un problema se viene utilizzato per investimenti e se a questo si accompagna una seria politica redistributiva.

Ma se si fa debito per aumentare la spesa corrente e poi si svende il patrimonio pubblico, finisce che metti le mani nelle tasche dei soliti noti, i più deboli e i meno tutelati. Non proprio una novità, né un cambiamento.

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Libia e migranti, la verità prima di tutto

Ancora una volta tweet, foto di un gommone e un ministro che gioisce con hashtag e punti esclamativi. È accaduto di nuovo poche ore fa dall’account di Matteo Salvini, che annuncia la cattura di un gommone con circa 70 persone a bordo da parte della Guardia Costiera Libica.

“Pacchia finita per i trafficanti!”, ha scritto tronfio il “Ministro dell’Inferno” facendo finta di non sapere che anche quest’anno sono più di 100mila i migranti e i rifugiati che hanno raggiunto l’Europa e che, delle 2000 vittime che si contano (chissà di quante non abbiamo nemmeno notizia), circa 1260 sono morte provando a raggiungere l’Italia.

Tace anche sui tanti sbarchi che si sono registrati in questi mesi sulle coste italiane, l’ultimo dei quali è stato quello di una barca a vela arrivata davanti alle coste del crotonese durante un temporale. A bordo 62 uomini, 2 donne e 5 bambini, la gran parte pachistani, iracheni e afghani. Persone che vengono da Paesi martoriati dalle guerre, di cui i paesi occidentali sono responsabili, e dal fanatismo che tutti dicono a parole di voler combattere ma che continua ad essere alimentato, nella guerra di civiltà e nella guerra economica che si gioca sui flussi della vendita internazionale delle armi – anche da parte dell’Italia – a molti, troppi Stati.

Di fronte a tutto ciò, la tecnica del governo è sempre la stessa: omettere, mentire, manipolare dati e notizie per la propria propaganda. Eppure non è questa l’angoscia che più di tutte mi preme sul cuore in queste ore e che mi spinge, per la seconda volta, ad imbarcarmi su una nave umanitaria. Non è l’insofferenza per la propaganda di qualche ministro che mi tira a bordo di Nave Mare Jonio, che anch’io personalmente – come tanti altri, singoli cittadini italiani e organizzazioni sociali, attraverso le donazioni – ho contribuito a mettere in acqua e a far navigare.

È ben altro, ed è il pensiero fisso sul destino delle persone che erano sulle decine di barche intercettate dalla Guardia Costiera Libica in questi mesi. Quali sono i loro nomi? Da dove erano partiti? E soprattutto: dove sono stati portati? Vorrei sapere che sono al sicuro e invece so, dalle inchieste e persino dai rapporti dell’Onu, che probabilmente sono finiti nell’inferno dei campi, tra stupri, torture, bastonate e violenze di ogni tipo.

In questi anni il ministro Salvini ha detto più volte questa frase: “Chi scappa dalla guerra ed ha il diritto di stare in Italia è il benvenuto”. L’ha detta probabilmente solo per ingannare l’opinione pubblica sul formale rispetto dei diritti umani e delle convenzioni internazionali da parte dell’Italia. La sostanza però è ben altra, e per capirlo basta farsi altre domande: come facciamo ad essere sicuri che tra i 70 catturati ieri dalla Guardia Costiera Libica non ci sia chi scappa dalla guerra, chi dovrebbe essere quindi il benvenuto anche per Salvini? E ancora: qual è il canale di ingresso in Italia legale e sicuro per chi “scappa dalla guerra”, come si dice con un’espressione comune?

Possibile che nessuno nel “governo giallo-nero” si faccia queste domande? Possibile che il Parlamento non abbia ancora chiesto di vedere con gli occhi dei propri deputati i luoghi in cui vengono portati i migranti catturati grazie ai mezzi forniti dall’Italia? Possibile che nessuno abbia chiesto di avere l’elenco dei nomi dei migranti intercettati e di poterne ascoltare le storie dalla loro viva voce?

Tutto questo mi pesa sulla coscienza più di quanto non immaginiate. Perché, come dice la nostra bellissima Costituzione, “bisogna fare il parlamentare con disciplina e onore”, e trovo che non vi sia né disciplina né onore in un Parlamento che si disinteressa della sorte degli esseri umani, di cui finanzia la cattura da parte di un Paese in cui non è garantito lo stato di diritto.

Per questo parto di nuovo e mi imbarco: non per fare l’attivista sociale o il cooperante – ci sono altri che lo fanno molto meglio di me con autonomia e indipendenza e che ringrazio; parto per provare a ridare un po’ di onore e disciplina alla carica che ricopro.

Penso che dovrebbe farlo l’intero Parlamento, attraverso le Commissioni Esteri oppure nominando un’apposita commissione parlamentare di inchiesta che organizzi costanti visite in Libia per verificare le condizioni di vita nei campi e sapere quotidianamente con esattezza i nomi, i luoghi di detenzione e le storie di coloro che vengono riportati in Libia.

Sarei il primo a rendermi disponibile per partire. Lo chiederò di nuovo formalmente al mio rientro. Intanto da queste pagine chiedo al Presidente della Camera in cui sono stato eletto, a Roberto Fico, perché le Istituzioni del nostro Paese non possono girarsi dall’altra parte quando si tratta di diritti umani in uno scenario in cui l’Italia è direttamente coinvolta.

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Ministro Bussetti, se ci si scalda con la legna che si ha si resta senza istruzione

“Ci scalda con la legna che si ha”. Così in una intervistail ministro dell’Istruzione Bussetti ci fa sapere che il governo del cambiamento non intende mettere un euro in più sull’istruzione del Paese. Lo fa con una massima di sua nonna (ipse dixit) e senza alcuna discussione pubblica.

Insomma, la stessa linea di Renzi, e prima ancora di Monti e prima ancora di Berlusconi/Gelmini e via dicendo. Un gran cambiamento, non c’è che dire.

Non dirò nulla in questa sede sulle intenzioni folli ed eversive espresse dal ministro nella stessa intervista, sul rapporto di lavoro regionalizzato degli insegnanti, l’ennesimo passo verso una totale autonomia del Nord, con un intero governo a traino delle rivendicazioni secessioniste della Lega. Saranno altri i luoghi e i momenti per approfondire il tema.

Ciò che mi interessa sottolineare, e su cui è necessario dare avvio a una vera e propria mobilitazione come quella che accolse la disastrosa “buona scuola” di Renzi, è l’aspetto economico.

In un’Italia in cui le scuole cadono in testa ai nostri figli, in cui non ci sono insegnanti e personale in numero sufficiente, in cui ancora oggi molti ragazzi non hanno insegnanti di sostegno, “scaldarsi con la legna che si ha” significa crepare di freddo.

Siamo terz’ultimi per spesa in istruzione in Europa, peggio di noi solo Irlanda e Romania, e meglio di noi persino Cipro, Bulgaria, Slovacchia e Grecia. Ma non siamo sempre stati in questa condizione, sia chiaro. Ci siamo arrivati in anni in cui alla scuola, alla formazione e all’insegnamento è stato conferito un ruolo di secondo o di terzo piano, che ha mortificato il sistema e l’importanza dell’istruzione dalla scuola dell’infanzia all’Università, fino a che i capitoli di bilancio non sono diventati un buon pozzo cui attingere per coprire buchi, pagare interessi sui debiti fatti dai maghi della finanza, dalle banche, o per regalare sgravi fiscali al sistema della grande impresa.

E la condizione della scuola italiana si riflette tutta sullo stato di salute del Bel Paese: abbiamo pochi laureati rispetto agli altri Paesi europei, sempre più persone non completano il percorso di studi superiore e universitario, e l’analfabetismo funzionale (che non consente a chi sa leggere e scrivere di comprendere per bene il senso di ciò che legge e scrive) ha raggiunto il pauroso dato del 30%dei nostri concittadini. Un disastro per il mondo del lavoro, oltre che per la qualità della democrazia.

Senza la scuola e l’università garantita a tutti, a prescindere dalle condizioni di reddito, non esiste ricerca di alto livello, non esiste mondo del lavoro specializzato, non esiste nessuna possibilità di aumento della produttività (se non spremendo fino alla morte chi lavora), né di competere sugli scenari globali cui ci hanno costretto negli anni scorsi. E soprattutto, senza una formazione adeguata non esiste alcun ascensore sociale, che non a caso in Italia si è rotto da tempo: se sei figlio di notaio te la cavi in qualche mondo, se nasci in famiglia operaia ti arrangi.

Proprio due giorni fa è stato pubblicato il rapporto “Equity in education” di OCSE-Pisa che dicono con chiarezza come siano aumentate le difficoltà dei ragazzi che vengono da famiglie meno istruite e di come persino il livello culturale dei genitori influisca addirittura sulla scelta di garantire ai figli insegnanti migliori.

Non è un caso, per altro, passando all’istruzione universitaria, che l’Italia sia l’unica nazione del Vecchio Continente a conoscere la vergogna degli idonei a percepire una borsa di studio, ma senza borsa per insufficienza di risorse economiche.

Ci sono certo le Regioni che possono intervenire autonomamente con fondi di bilancio a integrare i quattro spiccioli del governo centrale e riescono a coprire quasi tutta le necessità di borsa, e ma ci sono anche Regioni con difficoltà di bilancio che non coprono nemmeno la metà degli aventi diritto. Aumento delle disparità, che rincorrono le dinamiche economiche e sociali della povertà. Più sei in difficoltà e più ci rimani.

La disuguaglianza economica e culturale fra le famiglie, tanto per cambiare, si riversa sui figli, se non interviene un sistema pubblico attento, forte, che restituisce fondi e centralità alla formazione. Cioè tutto ciò che a questo Paese manca da tempo e che non si vede nemmeno all’orizzonte del governo del popolo, che preferisce però continuare ad avere un popolo senza istruzione.

Daremo battaglia, come abbiamo già fatto contro i disegni scellerati che hanno distrutto la scuola italiana negli scorsi anni.