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«Il dopo voto? Di sicuro Leu non tradirà la fiducia degli elettori»

 

Intervista a Il Manifesto del 1-02-2018, di Daniela Preziosi

Segretario Fratoianni, in Liberi e uguali lei è da sempre il meno interessato alla ’benedizione’ di Prodi. Oggi da Prodi invece arriva una mezza scomunica a Leu.
Il centrosinistra a cui Prodi si riferisce non c’è più da tempo. Renzi si è impegnato in tutti i modi per realizzare il programma del centrodestra.

Bersani, Boldrini e Grasso danno a Renzi tutta la colpa del mancato accordo. Lei però l’accordo non lo voleva dall’inizio.

Oggi quello schema non c’è per le scelte politiche che il Pd ha fatto in questi anni. E anche per una ragione di fondo: il centrosinistra poggiava su un’idea di riformismo che la crescita violenta della diseguaglianza ha spazzato via. Oggi servono proposte radicali ai problemi radicali che dobbiamo affrontare. A partire da questa consapevolezza tutte le sinistre in Europa e nel mondo conquistano consensi.

D’Alema dice: noi siamo la sinistra riformista e di governo. Sottoscrive?

Noi siamo la sinistra riformatrice, per noi il governo non è un fine ma un mezzo. Immagino che lui sottoscriverebbe.

Anche Potere al popolo, l’altra lista di sinistra, si ispira a Mélenchon. Come spiega la differenza fra voi e loro?

Hanno alcune ispirazioni simili alle nostre, ma il punto è anche come le traducono in pratiche e proposte. Ma non parlerò male di loro. Potere al popolo sta costruendo la sua campagna elettorale contro di noi. Io non lo farò.

Parliamo di liste, iniziamo da quelle del Pd. Renzi ha asfaltato la minoranza e esodato la componente Pci-Pds-Ds.

Con questa vicenda si è chiuso il cerchio, il Pd diventa definitivamente un’altra cosa, anche nel modo in cui si autorappresenta. Penso al caso dell’Emilia Romagna: il Pd ci accusa di far vincere la destra e poi candida Casini e Lorenzin. Renzi si è separato definitivamente da una parte della cultura che aveva fondato il Pd.

Offrite asilo politico agli elettori del Pd esodati?

Offriamo una proposta politica a tutti e certo anche a quegli elettori che ancora immaginavano di trovare nel Pd la sponda per qualcosa che abbia a che fare con la sinistra. C’è bisogno di una forza della sinistra, larga, plurale, in grado di riprendere bandiere e valori che il Pd ha scelto di non rappresentare più.

Anche per le vostre liste ci sono state contestazioni contro i «paracadutati», dall’Abruzzo alla Sardegna. Avevate promesso «territorialità». Poi cos’è successo?

Le liste sono sempre un momento complicato, è inevitabile produrre consensi e dissensi, comprensibili e in gran parte frutto della legge elettorale. Ora si tratta di coinvolgere in prima persona i territori per allargare il consenso alla nostra proposta politica.

Il Rosatellum andrà cambiato prima di tornare al voto. Ci vorrà del tempo. Vi siete dichiarati disponibili a collaborare solo su questo. Ma per farlo servirà un governo in carica.

Il Rosatellum è pessimo, ora siamo al paradosso che il Pd sostiene di non averlo proposto. E neanche imposto con otto fiducie. Il governo resta in carica finché non ce n’è un altro, vedasi il caso tedesco. Quel che succederà dopo le elezioni ce lo diranno le urne. Ma Leu ha un impegno con gli elettori: non tradiremo il loro voto, non faremo coalizione di governo con gli avversari. Ci misureremo con le proposte, come noi di Sinistra italiana abbiamo fatto sul modello tedesco. Discuteremo in parlamento e fra noi. Non potrà riaccadere che il governo faccia la legge elettorale, come ha fatto Gentiloni dopo aver solennemente giurato il contrario.

In pochi scommettono sulla compattezza di Leu dopo il voto. Sbagliano tutti?

Io scommetto su uno spazio politico largo in cui anche le differenze abbiano cittadinanza. Troveremo le forme e troveremo una sintesi, tra noi sono molte di più le ragioni dell’unità. Le scelte non saranno frutto solo della discussione interna ai futuri gruppi parlamentari ma anche di un meccanismo di partecipazione più largo, di chi avrà votato Liberi e uguali. E stavolta non avremo la scadenza elettorale alle porte.

Insomma farete un partito tutti insieme?

Io sono il segretario di un partito, non il re. Questa discussione dovrà coinvolgere gli iscritti dei partiti che ci sono. Vorrei che questa discussione si intrecciasse con tutte le energie e le forze che Leu sta accumulando. Per quanto riguarda Si, è evidente che dopo le elezioni servirà un congresso.

Fra i vostri c’è chi teme che vi siate arresi a Mdp. È così?

La politica non è un braccio di ferro. Nessuno si è arreso a nessuno, le nostre proposte si stanno misurando e confrontando. Rivendico che per mesi la posizione di Sinistra italiana è sembrata isolata mentre intorno a noi tutti parlavano di un nuovo centrosinistra. Noi chiedevamo di mettere in piedi una lista autonoma e alternativa al Pd. Oggi Leu è a tutti gli effetti il polo alternativo a tutti gli altri esistenti. Non canto vittoria, ma è un risultato politico rilevante.

Su Pisapia avevate ragione voi e non Bersani?

Con rispetto per tutti, posso dire che su quel punto avevamo visto lungo. Sinistra italiana è a suo agio in Leu perché oggi lavoriamo tutti insieme su un’altra ipotesi.

Grasso spiega a Laura Boldrini che le alleanze le deciderà lui. Oggi Grasso è il leader della lista.Poi “deciderà lui”?

Grasso è stato accusato di essere una figurina a copertura di altri. Ora sta dimostrando di non essere una figurina. Gli abbiamo chiesto di rappresentare il nostro percorso e esercitare un ruolo di sintesi, visto che le differenze fra noi ci sono e non ha senso nasconderle. Dopo il voto discuteremo tutti insieme sul futuro di questo percorso.

La vostra proposta fin qui più nota è l’abolizione delle tasse universitarie. Siete per la progressività e volete togliere le tasse anche ai ricchi?

Le tasse per l’università saranno progressive ma saranno poste nella fiscalità generale, come succede per la sanità. La nostra proposta è più complessa, riguarda la rimodulazione del diritto allo studio, lo sblocco del turn over nelle università. Contiene un’idea più grande: investire sul futuro di questo paese. L’Italia sta agli ultimi posti per numero di laureati e immatricolati. È una proposta che parla ai giovani ai quali restituiremo l’art. 18 e per i quali scateneremo una battaglia contro il lavoro povero, i falsi stage, l’economia della promessa: quella per cui oggi ti faccio lavorare gratis promettendoti un futuro che non arriverà mai.

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“Tu voltati, voltati sempre a guardare l’altro”

Nella Giornata della memoria teniamo presente il monito di Liliana Segre.
Articolo per il mio blog su HuffingtonPost 

“Sono stata anch’io richiedente asilo, clandestina, respinta” – ha ricordato in questi giorni ad affollate platee di giovani e giovanissimi studenti, Liliana Segre, la testimone del genocidio appena nominata Senatrice a vita. Lo ha fatto rammentando l’esperienza, condivisa con decine di migliaia di altri, donne, uomini e bambine come lei, che vennero respinti alla frontiera tra Italia e Svizzera dalle autorità elvetiche perché, come si disse allora, “la barca è piena” e non vi era spazio per accogliere chi fuggiva dalla persecuzione.

“Vivevamo immersi nella zona grigia dell’indifferenza. L’ho sofferta, l’indifferenza. Li ho visti, quelli che voltavano la faccia dall’altra parte. E anche oggi ci sono persone che preferiscono non guardare” – ha insistito spesso Segre.

Non vi fu solo indifferenza. Quest’anno la Giornata della Memoria coincide con l’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali. Bene ha fatto il presidente della Repubblica Mattarella ad affermare che esse restano “una macchia indelebile della storia del nostro Paese.” E che l’inizio,nel 1938, della persecuzione razziale degli ebrei non fu una deviazione, ma qualcosa di insito nella natura violenta e intollerante di quel sistema. 

Molti italiani furono infatti “volenterosi carnefici”. Mentre troppo spesso si preferisce alimentare il mito degli “italiani brava gente”, cercando di sostenere che l’Italia e il fascismo sarebbero rimasti “fuori dal cono d’ombra dell’Olocausto.” Basterebbe leggere un libro importante – I carnefici italiani di Simon Levis Sullam (pubblicato da Feltrinelli nel 2015) – per rendersene appieno conto. Proprio sulla base del censimento, condotto a partire dal 1938, della popolazione di “razza ebraica”, tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945, dalle principali città fino ai più piccoli paesi del centro-nord, migliaia di persone vengono rastrellate, detenute e trasferite verso i campi di concentramento, di lavoro e di sterminio.

Almeno metà degli arresti di ebrei fu condotta da italiani, senza ordini o diretta partecipazione dei militari tedeschi. Membri della Milizia fascista, poliziotti, carabinieri, finanzieri, semplici impiegati, questori e prefetti, accaparratori di beni sequestrati, delatori che segnalarono, denunciarono, consegnarono le vittime ebree, talvolta i propri vicini di casa. Migliaia di persone, italiani, che si resero direttamente complici, quindi corresponsabili del genocidio.

Infine – ricorda ancora Levis Sullam – vi furono quelli, la stragrande maggioranza, che stettero a guardare o “rivolsero lo sguardo altrove” ignorando volutamente quanto stava avvenendo. Pochi, troppo pochi, furono invece quelli che, a rischio della propria vita, operarono per proteggere, nascondere, salvare chi era colpito dalla persecuzione.

Ricordare tutto questo, le tragiche dimensioni di ciò che è stato, è oggi fondamentale. Proprio nel momento in cui la malapianta del rigurgito neofascista e neonazista sembra riattecchire su un terreno che è stato abbondantemente concimato dal letame dell’intolleranza e del razzismo, sparso a piene mani nel dibattito politico, pubblico e mediatico. Sdoganato nella cinica ricerca del consenso, anche elettorale. Strumentalizzato nella sempiterna identificazione di un facile nemico in chi è più debole o “diverso.” Fino all’esplicito elogio del fascismo.

Una preziosa ricerca, condotta in questi giorni dalla SWG, segnala che il 65 per cento degli italiani (e il 78 per cento delle ragazze e ragazzi sotto i 24 anni!) ritiene decisivo combattere il ritorno delle ideologie neofasciste e neonaziste. Ma ci allarma anche per il fatto che esiste un 27 per cento che crede sia “poco” o “per niente” utile farlo.

Un dato che ci avverte di quanto sia necessario un ingaggio straordinario delle forze sociali e culturali, e della politica, su questo terreno: uno sforzo certo informativo ed educativo, ma anche e soprattutto, al di là di ogni retorica d’occasione, un impegno rigoroso a espungere radicalmente da ogni discorso pubblico qualsiasi elemento di discriminazione, intolleranza, razzismo. Oggi – gennaio 2018 – non è purtroppo così. Ma è un dovere che sento profondamente mio e collettivamente nostro.

Perché tutti e ciascuno, per combattere complicità e indifferenze, dovremmo avere in ogni momento ben presente il monito di Liliana Segre: “Tu voltati, voltati sempre a guardare l’altro!”

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Per Giulio, per la verità, per la giustizia.

Articolo per il mio blog su HuffingtonPost

Ne ho scritto e ne ho parlato molto in questi due anni. E forse per una parte della politica e dei media di questo Paese, il fatto non è più “interessante”, perché tutto ha un prezzo nel mercato della comunicazione e pare che ormai di accertare la verità sul caso di Giulio Regeni, interessi alla famiglia, alla procura che sta indagando e a pochi altri.

A me e alla comunità politica che rappresento, la verità su quanto accaduto a Giulio interessa ancora, dopo due anni dal giorno della sua scomparsa, e continuerà a interessare, fino a che non avremo ricevuto ogni spiegazione su quanto accaduto.

Si badi bene, la ferma volontà nel pretendere giustizia e verità per Giulio non ha solo a che fare con il sentimento di rabbia per aver perso un giovane ricercatore italiano o con la riconoscenza nei confronti di tanti che come Giulio studiano, approfondiscono in giro per il mondo, anche a rischio della propria incolumità. Questi sentimenti ci sono tutti, come la profonda vicinanza alla famiglia Regeni. 

Ma non si tratta solo di questo, c’è altro.

C’è che il caso di Giulio è ormai divenuto un simbolo della debolezza politica del nostro Paese e dell’ipocrisia di un bel pezzo della classe dirigente, che di mattina fa comunicati per chiedere verità e di notte stringe accordi commerciali, manda l’ambasciatore al Cairo, ripristina le normali relazioni politiche, istituzionali ed economiche con un regime, quello egiziano, che non ha detto nulla né ha mostrato molta volontà di collaborazione, per scoprire cosa è accaduto a uno dei figli di questa nostra terra.

Al contrario, dopo un iniziale sussulto di orgoglio e di dignità, l’Italia ha subito mollato la presa e ha avuto fretta di lasciare in secondo piano la vicenda Regeni, per ricominciare a dialogare con l’Egitto sugli affari economici da portare avanti nell’area.

Inaccettabile. Ci sono numerosi documenti su cui la Procura di Roma ha acceso un faro, come tante indiscrezioni sono venute fuori da inchieste della stampa. Penso in particolare a quanto scritto dal New York Times qualche mese fa, che tirava persino in ballo l’ex premier Matteo Renzi, e l’ultima inchiesta del quotidiano La Repubblica, che divulga un verbalein cui c’è scritto a chiare lettere che Regeni fu consegnato agli uomini di Al Sisi.

Tutti questi elementi avrebbero dovuto essere sufficienti a definire un quadro per cui il governo italiano avrebbe dovuto (e ancora dovrebbe, per la verità) mantenere un comportamento di piena intransigenza nei confronti di Al Sisi e del governo egiziano.

Tutti elementi sufficienti a richiedere persino l’intervento dei paesi dell’Unione Europea, per convincere Al Sisi a restituire la verità sui fatti e dignità alla storia, al nome e alla memoria di un giovane ricercatore.

E invece, nulla.

Lo scorso agosto, mi opposi pubblicamente e con forza all’annuncio ferragostano del governo italiano, di rimandare il nostro ambasciatore nella capitale egiziana, proprio perché convinto dell’importanza di non mostrarsi deboli e remissivi, nei confronti di un governo che ha consentito che nel suo paese perdesse prima la libertà e poi la vita un ricercatore universitario italiano.

Ricordo bene le scarse reazioni. Tanto silenzio nella politica, complici forse anche le calure agostane, e poi qualche rassicurazione sul ruolo di Al Sisi nella ricerca della verità. Da agosto sono passati sei mesi e per quello che si apprende, il quadro è rimasto fondamentalmente immutato. Restano irrisolti tutti i nodi di questa vicenda, come senza risposta rimangono le inchieste giornalistiche, che sono cadute nel silenzio generale.

Noi non abbiamo alcuna intenzione di tacere o di fare passi indietro e continueremo a essere nelle piazze italiane, in tante e tanti, a chiedere dopo due anni ancora giustizia e verità per Giulio, e dignità per la sua famiglia e per il nostro Paese.

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L’Europa dei pochi e quella dei molti

Articolo per il mio blog su HuffigtonPost

Non sarà certo questa la loro colpa principale, ma va detto che gli “oligarchi europei” rivelano sempre una sconcertante mancanza di fantasia. L’altro giorno è toccato al commissario dell’Unione europea Moscovici. E a un paio di altri suoi colleghi. Il juke-box ha caricato il disco rotto dell’allarme per l’esito del voto italiano di marzo, e l’appello a “fermare l’avanzata dei populisti”. Quante volte è toccato ascoltare questo ritornello? Troppe, per quanto mi riguarda. Praticamente è accaduto tutte le volte in cui, negli ultimi anni, si è andati alle urne nei Paesi del sud Europa. Autorevoli ricerche sulla pubblica opinione avvertono che la maggioranza degli elettori accolgono ormai questi interventi con disinteresse o crescente irritazione. Sono con loro. Ritengo che siamo tutti adulti e (forse non tutti) vaccinati, pronti a esprimere democraticamente il nostro voto senza la paternalistica e autoritaria ingerenza di un esecutivo europeo, la Commissione, che nessuno di noi ha mai potuto eleggere. 

Anche perché l’ukase di Moscovici ha un obiettivo preciso. E produce un altrettanto evidente effetto. L’obiettivo è irrigidire ulteriormente la cornice delle politiche economiche e finanziarie sovranazionali, in particolare il controllo tecnocratico sui bilanci pubblici, rendendo intoccabili le politiche neoliberiste di austerità che, negli ultimi anni, ci hanno reso tutti più poveri, hanno fatto scadere quantità e qualità nell’offerta dei servizi pubblici, fatto crollare gli investimenti infrastrutturali, contribuito alla limitazione di fondamentali diritti sociali e civili. L’effetto è esattamente il contrario di quanto dichiarato dalle parole di Moscovici: sono proprio quelle politiche e l’estremismo monetarista delle “larghe intese” centriste, che governano le più importanti cancellerie nazionali, il Consiglio e la Commissione europea, ad aver alimentato la minacciosa crescita di populismi ambigui o esplicitamente di destra, di nuovi nazionalismi, isolazionisti e xenofobi. Oligarchie europee e destre sovraniste sono mostruosi Doppelgänger, fratelli siamesi che vivono e proliferano in perfetta simbiosi.

Del resto, in questa campagna elettorale italiana, di Europa si sta discutendo poco e nel peggiore dei modi possibili. Tralasciamo per un attimo le pericolose contraddizioni che attraversano la coalizione di destra, tra un rieducato Berlusconi, che si offre come “garante della stabilità” conservatrice, e le inquietanti pulsioni sovraniste di Salvini e Meloni. I Cinquestelle con Di Maio oscillano tra raffazzonate (e impraticabili) ipotesi referendarie sulla moneta unica e l’azzimata corsa ad accreditarsi agli occhi dell’establishment, fino a baciare la pantofola delle banche d’affari e dei fondi speculativi d’investimento. E farebbe quasi tenerezza, se non avessimo ben in mente le pesantissime conseguenze sociali delle sue politiche, l’annuncio di Renzi di voler mettere al centro della campagna proprio l’Europa, nel momento in cui nessun ruolo effettivo al tavolo dell’Unione è stato in questi anni giocato, dal PD e dai suoi governi, nel creare le condizioni per una necessaria drastica inversione di rotta. La rete di riferimenti che il segretario PD sta costruendo in queste settimane parla chiaro: interlocutori privilegiati in Europa sono il presidente Macron, e la sua proposta di una più strutturata governance neoliberale delle istituzioni comunitarie, e Albert Rivera, leader della formazione spagnola Ciudadanos, populisti neo-conservatori e nazionalisti. Nel segno degli interessi di pochi e della illusoria conservazione dell’esistente, primo e decisivo fattore nell’attuale crisi del sogno e del progetto europeo.

Non è perciò causale che l’idea di un’Europa democratica per i diritti e la giustizia sociale – come anche Piero Grasso e Rossella Muroni hanno recentemente ricordato – occupi un posto centrale nella piattaforma programmatica di Liberi E Uguali. Alle attuali derive si tratta di reagire non rinunciando allo spazio europeo, ma rifondandolo su basi democratiche, attraverso il protagonismo delle cittadine e dei cittadini europei e del loro Parlamento. Creare le condizioni per l’avvio di un vero e proprio processo costituente verso una “federazione europea”, scala minima per affrontare le grandi sfide del nostro tempo, cambiamenti climatici, inequità sociali, migrazioni. 

Da subito un’Europa diversa dall’attuale potrebbe essere protagonista della creazione di un New Deal continentale, con l’obiettivo di realizzare quelle condizioni materiali di stabilizzazione e ripresa economica, che consentano lo sviluppo di un grande piano europeo d’investimenti in infrastrutture socialmente utili e in politiche energetiche e industriali di riconversione ecologica del modello produttivo. Affiancato alla conquista di un Welfare europeo, che sia fondato su una coerente fiscalità continentale, capace di assicurare l’equa tassazione della speculazione finanziaria e delle imprese multinazionali, e più elevati standard sociali per tutti.

Un’Europa all’interno della quale gli strumenti esistenti, quale il Fondo Salva Stati, possano essere piegati a una politica di condivisione dei rischi dei debiti sovrani; un’Europa nella quale il surplus oltre il 6% del Pil della bilancia commerciale venga sanzionato così come avviene per il deficit eccessivo del bilancio pubblico; un’Europa nella quale la Banca Centrale (BCE) assuma, come la Fed americana, il ruolo di prestatore di ultima istanza e l’obiettivo di combattere disoccupazione e precarietà, oltre che l’inflazione. In questa prospettiva le politiche di Quantitative Easing non vanno dismesse (come minacciano i banchieri tedeschi), ma rilanciate e riorientate dal circuito bancario e finanziario a una funzione di risarcimento e redistribuzione sociale; gli stessi attuali profitti della BCE devono essere utilizzati per finanziare misure di Welfare e contribuire a rafforzare il ruolo della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) in un ambizioso piano di riconversione produttiva e infrastrutturale.

Serve dunque un’Europa che abbandoni la strada della austerità e del Fiscal compact, tenendo fuori dal calcolo del deficit le spese per la crescita, gli investimenti e il welfare (la cosiddetta golden rule). Che il vincolo del 3 per cento sia una gabbia insostenibile lo dicono ormai (proprio ieri) anche 14 economisti mainstream, consigliando il suo superamento ai governi di Francia e Germania. Per perseguire con più coerenza l’obiettivo della golden rule a livello europeo, noi proponiamo di riscrivere da subito l’art. 81 della nostra Costituzione, introducendo questa regola al posto del pareggio di bilancio. Serve poi un’Europa in cui sia garantito il principio della libera circolazione delle persone, e le direttive in materia di lavoro e diritti sociali, fin qui incardinate sul principio del Paese d’origine, siano riscritte in riferimento al principio di territorialità, dando tutele certe alla “vecchia” e nuova migrazione interna nel continente.

Serve un’Europa che definisca una politica estera condivisa, sappia parlare con voce sola sul piano globale e sia protagonista autorevole nella promozione di iniziative multilaterali di dialogo, pace e cooperazione internazionale sugli scenari dell’attuale “disordine planetario”. Altro che missioni militari, come quella votata ieri da PD e Forza Italia per difendere, armi alla mano in Niger, l’uranio dell’industria nucleare francese e continuare l’inumana guerra contro i più deboli! Serve invece un’Europa che si doti di una comune politica delle migrazioni e dell’asilo, improntata a principi di solidarietà e di rispetto dei diritti umani fondamentali; rigetti quegli accordi che (come nel caso di Turchia e Libia) hanno esternalizzato la gestione dei flussi a paesi dove tali diritti non sono rispettati; stabilisca canali legali d’immigrazione; riformi i Regolamenti Dublino sulla base della risoluzione approvata dal Parlamento europeo; investa in programmi d’inclusione e integrazione sociale cooperando con i governi nazionali e locali.

Movimenti transnazionali – ad esempio DiEM25 -, sindacati, organizzazioni della società civile hanno da tempo indicato quali soluzioni concrete e innovative possano dare sostanza a quel cambiamento profondo e strutturale sempre più necessario in Europa. Per questo indichiamo con nettezza in un più forte ruolo del prossimo Parlamento italiano, per una radicale riforma degli attuali Trattati dell’Unione, una delle nostre priorità.

Non siamo i soli a farlo in Europa. All’interno delle storiche famiglie politiche progressiste, nella Sinistra Europea, tra i Verdi, in settori crescenti tra gli stessi Socialisti, si stanno moltiplicando quanti guardano a questa prospettiva. Forze politiche nuove emergono intorno a questi obiettivi. Con molti di loro ci stiamo da tempo confrontando e ci confronteremo nelle prossime settimane. Ad esempio con il Labour di Jeremy Corbyn. O con Podemos di Pablo Iglesias.

Hanno infatti ragione Renzi, Rivera e Macron, quando parlano della necessità di creare una forza politica transnazionale in Europa. Ma loro, gli “estremisti di centro”, intendono farlo in nome della conservazione e degli interessi di pochi. Noi invece siamo già impegnati a costruire la confluenza di quelle forze sociali e politiche, di sinistra, progressiste e ambientaliste, che questa Europa la vogliono cambiare sul serio. Per i molti e per la giustizia sociale.

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Contro il governo dei ricchi

“Non si è mai raggiunta una tale concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi, dal 1905 in poi”.

Non lo dice Nicola Fratoianni, per una volta. Lo certifica la banca privata Ubs, preoccupata dalle conseguenze politiche e sociali di una così profonda disuguaglianza nella distribuzione di ricchezze nel mondo e all’interno dei paesi. 

Mai come nel 2016 i ricchi del pianeta hanno festeggiato, tanto che appena 1542 super ricchi hanno complessivamente raggiunto una ricchezza di 6 mila miliardi di dollari. E cioè, insieme, questi super ricchi valgono due volte tutta la ricchezza prodotta in un anno dalla Gran Bretagna, un paese che sta nel G7, fra le più importanti e floride economie mondiali.

Da più di 100 anni non si verificavano condizioni così diseguali e così vantaggiose per chi ha già tanti, tanti soldi. Il perché è molto semplice comprenderlo: i sistemi economici dei paesi più floridi prevedono continue regalie ai grandi sistemi d’impresa, mentre ci sono altri paesi nel mondo che consentono di nascondere enormi capitali, senza che nessun tipo di procura nazionale o internazionale possa accedervi e fare una semplice operazione di giustizia sociale e redistributiva. 

Lo dice da anni Sinistra Italiana in Italia, come lo dicono tutte le altre forze della Sinistra alternativa in Europa, che è non più rinviabile una radicale riforma della tassazione e della redistribuzione della ricchezza e del lavoro. Ci sono quasi 100 milioni di persone nella sola Europa in condizione di povertà o a rischio povertà: la dimensione degli squilibri sta tutta in queste cifre.

E pure, il blocco unico delle larghe intese in Europa e nel mondo, continua a proporre soluzioni che avvantaggiano i più ricchi, le grandi imprese, i leoni della globalizzazione senza regole.

Nell’Italia che si avvicina alle elezioni politiche, da un lato s’impone la visione di Matteo Salvini e del blocco storico della destra, sostenuto da “autorevole” stampa e da centri studi “disinteressati”, che propongono l’imbroglio della flat tax, ovvero un’aliquota fiscale unica, con la promessa di risparmio per i ceti più deboli. Peccato che se i ceti più deboli risparmiano 10, quelli più ricchi rimettono nelle proprie tasche 1.000. Una progressività fiscale al contrario, per cui dal principio costituzionale secondo cui “chi ha di più contribuisce di più”, si passa al “chi ha di più, risparmia di più”. Lo dico chiaro e netto, non facciamoci fregare! Quelle quattro lire che un operaio o un impiegato potrebbe risparmiare con la flat tax di Salvini non tornano nelle sue tasche, ma nelle tasche dei più ricchi, dei suoi stessi datori di lavoro, e l’operaio potrebbe ritrovarsi a non avere più l’ambulanza a disposizione se serve, o la scuola statale gratuita per i suoi figli.

Dall’altro lato, quello del Pd, con i suoi 3 governi in 5 anni, abbiamo assistito a misure che hanno consentito un trasferimento di ricchezza impressionante dal pubblico alle tasche del sistema d’impresa senza alcuna redistribuzione ai cittadini più in difficoltà. A questo sono serviti i quasi 30 miliardi spesi dal sistema pubblico per le decontribuzioni delle assunzioni. A questo sono serviti pure i tanti e ripetuti condoni fiscali di questi anni, conditi da depenalizzazioni e ogni tipo di regalo per i milionari nostrani. Una misura su tutte, molto simbolica? Se hai un’utilitaria paghi il bollo, se hai uno yacht non paghi la tassa di possesso.

Ci hanno trasformato in una plutocrazia, un governo dei ricchi.

L’ultima e definitiva sterzata sta provando a darla Mr. Trump in queste ore negli Stati Uniti. Il paladino delle emissioni nocive in atmosfera, il nume tutelare del ritorno al carbone e al petrolio, sta lavorando a una riforma fiscale con importanti tagli alle aliquote dei guadagni delle imprese, che porterebbe nelle tasche degli imprenditori circa 700 miliardi di dollari, secondo una stima del Tax Policy Center. E non si comprende bene, secondo quanto riferito da Paul Krugman, quali sarebbero le conseguenze per la middle class americana, che sarà costretta a sostenere anche indirettamente questo ennesimo regalo a chi non ne ha bisogno.

Perché è questo che deve definitivamente essere chiaro: qualunque regalo a chi ha già rendita, ricchezza e possedimenti, è sempre fatto sulla pelle di chi fa fatica, di chi ha poco, di chi è costretto a lavorare per poter vivere.

Ora che gli allarmi sulla concentrazione di ricchezze vengono lanciati persino dalle banche private (qualche mese fa l’aveva fatto anche il Fondo Monetario Internazionale…), il blocco unico di destra-sinistra della plutocrazia definirà ancora noi degli estremisti minoritari?

Una Sinistra che vuole davvero guardare al futuro deve avere ben chiaro che la radicale redistribuzione delle ricchezze è una delle emergenze più importanti da affrontare e mettere in chiaro, in un programma basilare per il governo della società e del paese.

Per questo, Sinistra italiana è impegnata da molti mesi sul tema e ha detto con estrema chiarezza che è un fatto di buon senso redistribuire ricchezze. C’è bisogno di una patrimoniale, come di una riforma fiscale che faccia diventare il nostro sistema di tassazione realmente progressivo, aumentando le aliquote massime, per coloro che hanno di più e che hanno usufruito della crisi per continuare ad arricchirsi, sulla pelle di lavoratori dipendenti, pensionati e piccoli lavoratori autonomi.

Senza un programma di questo tipo, senza una prospettiva di Sinistra di questo tipo, rimarremo imprigionati nel governo dei più ricchi.