interviste

A sinistra serve identità chiara, non proposta vaga

Intervista al quotidiano il Manifesto.

Ad horas, giura Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana e uno dei 18 eletti di Liberi e uguali, verrà convocata l’assemblea di Leu «perché dopo l’esito deludente è doveroso confrontarci con chi ha generosamente costruito la campagna elettorale. E perché dobbiamo decidere insieme come andare avanti».

Uncategorized

Caso Cambridge Analytica allarmante. Serve subito commissione d’inchiesta

Il caso di Cambridge Analytica è allarmante. E non solo per una questione di privacy degli utenti dei social network. La possibilità di profilare in profondità gli utenti e di intervenire durante le campagne elettorali sulla formazione delle opinioni dei cittadini, attraverso profili falsi, agenzie false, notizie false, create ad arte per indirizzare un racconto, mette in crisi il sistema stesso della democrazia. Sostituiamo la democrazia con un meccanismo per cui comandano delle agenzie di manipolazione delle informazioni, che possono stabilire chi vince e chi perde, chi finanziare e chi no? Quanto costa rivolgersi a società di questo tipo? Chi può permettersi in politica un investimento di questo tipo?.

Pare che Cambridge Analytica abbia lavorato anche per qualche partito in Italia, su cui ad oggi c’è uno strettissimo silenzio. Io penso sia il caso che il Parlamento italiano si occupi del caso, con una apposita commissione d’inchiesta, per tutelare la privacy dei cittadini italiani, per scoprire la verità e per sapere quale utilizzo Facebook Italia fa delle informazioni di milioni di utenti. I cittadini italiani devono sapere quale partito si è rivolto a questa società e quali fesserie sono state costruite per agevolarne la crescita elettorale.

articoli

Da sinistra, un reddito per vivere

Se c’è un errore capitale che si può compiere quando si discute di “lavoro” è proprio quello di astrarlo dalla sua storicità e concretezza, di farlo diventare “il Lavoro”, valore ideale e trascendente la realtà, metafisica slegata dalla determinazione dei rapporti sociali e di potere che lo qualificano. Così facendo ci si condanna a non comprendere appieno le valenze dell’epoca di trasformazioni produttive, e delle loro conseguenze per l’intera società, che stiamo vivendo e subendo.E soprattutto si rischia assai di perdere di vista la condizione reale delle donne e degli uomini che lavorano, trasfigurandoli in immagini idealizzate o cristallizzate in santini del passato. Credo che qui, proprio qui si sia incistata una, non l’unica ma forse la principale delle cause della crisi, di radicamento, consenso e prospettive della sinistra. O meglio di tutte le sinistre, sociali e politiche, socialdemocratiche o radicali che fossero. Succede quando si continua a pensare politicamente, e quindi a immaginare soggetti, modelli organizzativi, rivendicazioni e proposte, tutti riferiti a un modo di produrre e di lavorare che non corrisponde più alle sue forme contemporanee. Magari anche quando i comparti e i settori, i luoghi e le mansioni possono, a uno sguardo disattento e superficiale, apparire quelli di sempre.

articoli

Noi in campo contro le diseguaglianze

In questo paese c’è una vera grande emergenza si chiama diseguaglianza.

Diseguaglianza significa non poter più accedere alle cure perché non te le puoi più permettere.

Diseguaglianza significa non poter andare più all’Università, lasciare la scuola.

Diseguaglianza significa non aver diritto aa un asilo che renda libere le donne e che consenta ai bambini di costruire il proprio percorso di cittadinanza.

Diseguaglianza significa un lavoro precario, incerto, sottopagato, sfruttato perfino gratuito, un lavoro povero.

Diseguaglianza significa una prospettiva di vecchiaia senza sicurezza e senza protezione.

Liberi e Uguali è in campo per battersi contro tutto questo. Per dire che l’Italia riparte se rimette al centro i diritti delle persone in carne e ossa. Se lavora per estenderli i diritti invece che ridurli. Per aumentare il reddito a chi non ce la fa, per garantire una pensione dignitosa. Per garantire un lavoro continuo e sicuro.

Liberi e Uguali è in campo perché torni una grande politica di investimenti pubblici che faccia ripartire l’economia nel segno della conversione ecologica.

Siamo in campo per cambiare un paese che non funziona. Per farlo nel segno dei molti e non dei pochi.

Il 4 marzo si avvicina e occorre utilizzare tutto il tempo disponibile per dare a questo impegno, non a noi, la forza necessaria per cambiare il Paese e la vita di tutti e di tutte.

interviste

La Stampa: il videoforum sul programma di Liberi e Uguali

Oggi sono stato ospite de La Stampa, dove Marco Castelnuovo mi ha intervistato sul programma di Liberi e Uguali.

Ho spiegato i nostri temi e il punto di vista su ciò che sta accadendo al paese: in primis parlando di quanto accaduto a Macerata, perché dobbiamo sentirci tutti impegnati a respingere l’ondata neofascista e razzista che sta montando in Italia.  Per noi non è possibile nessuna alleanza con le destre di Berlusconi e Salvini, a differenza di quanto stanno ipotizzando Pd e Movimento 5 Stelle. Con loro siamo invece disponibili a discutere su singoli punti d’intesa.
E poi i temi sociali che ci stanno più a cuore: la scuola, il lavoro, la salute. Ho ribadito che Jobs Act e Buona scuola vanno rivisti completamente, che dobbiamo ridurre l’orario di lavoro a parità di salario per affrontare la sfida dell’automazione, e che molte altre cono le politiche su cui produrre una vera e propria svolta, a favore dei molti che hanno pagato la crisi e non per i pochi che ci hanno guadagnato.

 

articoli

E’ meglio comprare ecografi o bombardieri?

Uno dei capisaldi della proposta politica di Liberi e Uguali è ripartire dall’universalismo dei diritti fondamentali, come sancito dalla Costituzione della Repubblica Italiana. I Padri Costituenti non a caso si erano impegnati affinché ciascun cittadino di questo paese contribuisse in maniera equa e progressiva al buon andamento della cosa pubblica, e affinché nessuno potesse rimanere escluso dal pieno godimento dei diritti sociali e civili e, quindi, dalla cittadinanza.

Il diritto alla salute fa parte di quei diritti universali che vogliamo a ogni modo ripristinare e tutelare, salvando il sistema sanitario pubblico da una privatizzazione strisciante dei servizi.

La prossima legislatura dovrà quasi certamente trattare il tema e decidere quale strada intraprendere. Lo sa bene Confindustria, che infatti ha schierato il suo organo di stampa, Il Sole 24 Ore, che all’argomento dedica pagine e pagine in questi giorni, proponendo il sistema americano. E quindi, chi può permetterselo accede a strutture di alta specializzazione, chi non può si accontenta di ciò che passa il convento che nel frattempo perde strutture, risorse, mezzi, professionalità, a causa dei continui tagli.

Già oggi, dopo una decina di anni di tagli verticali, che hanno sottratto al sistema sanitario oltre 30 miliardi di euro di fondi pubblici, siamo a un passo da baratro. 12 milioni di cittadini rinunciano alle cureperché non hanno soldi sufficienti, a causa delle liste d’attesa e dei mille balzelli che in questi anni hanno reso economicamente più conveniente fare una ecografia presso un privato che non attendere un anno in una struttura pubblica, pagando persino di più. È l’effetto anche del superticket, con cui lo Stato ha consentito che si aprisse un meccanismo competitivo a suo danno e a tutto vantaggio del privato.

Già oggi, la spesa privata in sanità (ciò che ci mettiamo noi, al di là delle tasse in fiscalità generale) è di quasi 40 miliardi di euro. Uno scandalo.

A ciò si aggiunge la cronica mancanza di medici, infermieri e personale ausiliario nelle corsie degli ospedali, come negli ambulatori di specialistica, che sarebbero molto utile, in particolare nel Mezzogiorno, per ridurre i livelli di ospedalizzazione inopportuna.

Siamo al punto decisivo: vogliamo tornare alla garanzia del diritto alla salute per tutte e tutti, o scegliamo la strada per cui ciascuno pensa per sé, che tanti danni crea nei paesi in cui ciò accade?

Lo dico con chiarezza e fermezza che bisogna ritornare a investire sulla salute collettiva e sul rilancio di un sistema sanitario pubblico, che non può essere preda degli appetiti di assicurazioni e grandi gruppi imprenditoriali.

È necessario, quindi, rilanciare il finanziamento della salute e dell’assistenza sanitaria, per riallineare progressivamente la spesa sanitaria pubblica italiana alla media dei paesi dell’Europa occidentale e garantire investimenti pubblici per il rinnovamento tecnologico e l’edilizia sanitaria, da finanziare con 5 miliardi in 5 anni.

Bisogna superare l’attuale sistema dei ticket, come per altro già previsto dal Patto per la Salute del 2014, e abolire i superticket.

C’è bisogno di un importante piano di assunzione di medici e infermieri: almeno 40.000 assunzioni in tre anni, per ripopolare le strutture sanitarie spesso sguarnite, offrire garanzie ai pazienti su tempi e qualità del servizio, e migliorare la condizione di lavoro del personale sanitario sottoposto da anni a turni massacranti, senza adeguati riconoscimenti economici (e in queste ore il governo annuncia per il prossimo 4 settembre l’inizio delle prove di accesso alle facoltà universitarie di medicina, continuando così a non risolvere il problema dei pochi medici disponibili).

È necessario inoltre porre un freno alla diffusione delle polizze sanitarie nei contratti integrativi, attraverso regole più precise e/o evitando di sostenerla con la fiscalità generale che rischia altrimenti di portare progressivamente a un indebolimento del sistema pubblico.

Sembrano proposte irrealizzabili? Da visionari? No. L’abolizione del superticket e l’assunzione di 40.000 medici costerebbe al sistema 2 miliardi e mezzo di euro. Qualche settimana fa, il ministero per lo sviluppo economico ha autorizzato l’acquisto di sistemi d’arma per oltre 3 miliardi e mezzo di euro.

Le risorse ci sarebbero pure, ma è una questione di priorità, come sempre in politica.

Conoscendo la situazione, è meglio comprare ecografi o bombardieri?

articoli

La casa è un problema per milioni di persone: Renzi non sa di cosa parla

“La mattina del 1° febbraio a Firenze la polizia, che accompagnava l’ufficale giudiziario per l’esecuzione di un provvedimento di sfratto, dopo aver sfondato la porta d’ingresso ha trovato nell’appartamento da sloggiare il cadavere di un uomo, sessantenne, suicida per evitare di finire in mezzo alla strada”.

Quello della casa, che non si trova o che costa troppo, è un problema che affligge milioni di persone, singoli e famiglie, giovani e anziani. Per molti di essi un vero e proprio dramma.

Non merita perciò di essere affrontato con spot di propaganda, soprattutto quando questi spot sono costruiti sulla sabbia.

Davanti alle telecamere di Porta a Porta il segretario PD Renzi è riuscito, anche su questo tema, a contraddirsi nello spazio di un paio di minuti. Prima ha promesso una misura per il sostegno all’affitto rivolto ai giovani, “mutuata dall’esperienza di Zapatero in Spagna.” Subito dopo ha affermato “non venderemo fumo alle nuove generazioni.” Lo vada a raccontare ai giovani spagnoli.

Facciamo un po’ di fact checking.

Innanzitutto Renzi è più avaro di Zapatero, dal momento che propone – con la solita logica del “bonus” – un contributo di 150 euro per gli under 30, quando la legge spagnola, varata oltre dieci anni fa, prevedeva un assegno di 210 euro al mese. 

Ma anche in Spagna poche decine di migliaia di giovani poterono beneficiare di quel sostegno, misura che venne peraltro cancellata nel 2012. L’effetto su un mercato immobiliare gonfiato dalla corsa al mutuo facile, e dalla speculazione finanziaria, fu praticamenteirrilevante.

Una misura del genere infatti, quando non accompagnata da strumenti legislativi capaci di intervenire sul mercato, regolandolo, calmierandone i prezzi e colpendo fiscalmente chi lascia sfitto il proprio patrimonio immobiliare, venne divorata dalla crescita del costo degli affitti.

Contemporaneamente il governo di Zapatero – che per lunghi e fatali mesi negò la portata e l’impatto sociale della crisi (ci ricorda qualcuno questa ostinazione a raccontare frottole!) – con le ministre Carme Chacón e Beatriz Corredor coprì i buchi neri del sistema bancario e, con una legge mirata, rese più semplici e veloci le procedure di sfratto per migliaia di persone.

Ecco, segretario Renzi, lasci perdere le politiche della casa di Zapatero. E pensi piuttosto al fatto che, in questi cinque anni, i governi del suo partito nulla hanno fatto per garantire il diritto fondamentale a una abitazione dignitosa e accessibile.

Con Liberi e Uguali vogliamo combattere sul serio le diseguaglianze. Proprio a partire dalla necessità di rilanciare, con risorse adeguate, un grande piano per la casa e di regolare un mercato immobiliare oggi selvaggio.

Se proprio vogliamo guardare alla penisola Iberica, contro le politiche dei conservatori vecchi e nuovi, noi siamo ispirati dall’esperienza di governo di Barcellona, guidata da Ada Colau, già portavoce della PAH (movimento delle “vittime dell’ipoteca”) e oggi alla testa di una confluenza municipalista, civica e di sinistra.

In due anni di governo locale, lì hanno investito sulle politiche sociali un euro ogni tre del bilancio cittadino; quadruplicato la spesa per una nuova politica della casa; creato un’unità speciale che è intervenuta bloccando l’esecuzione di duemila sfratti; da settanta all’anno sono arrivati alla costruzione di ottocento nuove case pubbliche; hanno portato da 4 a 25 milioni i contributi per il restauro di vecchi immobili, condizionandolo al mantenimento di bassi canoni d’affitto; infine, si sono visti riconoscere dalla Banca Europea per gli Investimenti finanziamenti per 240 milioni di euro per l’edilizia residenziale pubblica. Già, perché, se si scelgono con coraggio le proprie priorità politiche, i soldi in Europa ci sono. E si possono portare a casa, appunto.

Perché nessuno deve finire in mezzo a una strada. Per questo bisogna tornare a investire sull’edilizia residenziale pubblica, su nuove costruzioni e soprattutto sulla riqualificazione, ecosostenibile, del patrimonio esistente; introdurre norme che regolino il mercato, andando a colpire, anche fiscalmente, la grande proprietà immobiliare (a partire dalle banche) che lascia vuote e sfitte migliaia e migliaia di abitazioni; favorire invece l’affitto a canone concordato e proporzionato a singoli e famiglie, giovani e anziani, a basso e medio reddito.

Si può fare, si deve fare. Lo faremo, per evitare che un problema si trasformi in un dramma. Per fare in modo che la casa, da dramma e problema, diventi invece un diritto di tutte e tutti.

interviste

«Il dopo voto? Di sicuro Leu non tradirà la fiducia degli elettori»

 

Intervista a Il Manifesto del 1-02-2018, di Daniela Preziosi

Segretario Fratoianni, in Liberi e uguali lei è da sempre il meno interessato alla ’benedizione’ di Prodi. Oggi da Prodi invece arriva una mezza scomunica a Leu.
Il centrosinistra a cui Prodi si riferisce non c’è più da tempo. Renzi si è impegnato in tutti i modi per realizzare il programma del centrodestra.

Bersani, Boldrini e Grasso danno a Renzi tutta la colpa del mancato accordo. Lei però l’accordo non lo voleva dall’inizio.

Oggi quello schema non c’è per le scelte politiche che il Pd ha fatto in questi anni. E anche per una ragione di fondo: il centrosinistra poggiava su un’idea di riformismo che la crescita violenta della diseguaglianza ha spazzato via. Oggi servono proposte radicali ai problemi radicali che dobbiamo affrontare. A partire da questa consapevolezza tutte le sinistre in Europa e nel mondo conquistano consensi.

D’Alema dice: noi siamo la sinistra riformista e di governo. Sottoscrive?

Noi siamo la sinistra riformatrice, per noi il governo non è un fine ma un mezzo. Immagino che lui sottoscriverebbe.

Anche Potere al popolo, l’altra lista di sinistra, si ispira a Mélenchon. Come spiega la differenza fra voi e loro?

Hanno alcune ispirazioni simili alle nostre, ma il punto è anche come le traducono in pratiche e proposte. Ma non parlerò male di loro. Potere al popolo sta costruendo la sua campagna elettorale contro di noi. Io non lo farò.

Parliamo di liste, iniziamo da quelle del Pd. Renzi ha asfaltato la minoranza e esodato la componente Pci-Pds-Ds.

Con questa vicenda si è chiuso il cerchio, il Pd diventa definitivamente un’altra cosa, anche nel modo in cui si autorappresenta. Penso al caso dell’Emilia Romagna: il Pd ci accusa di far vincere la destra e poi candida Casini e Lorenzin. Renzi si è separato definitivamente da una parte della cultura che aveva fondato il Pd.

Offrite asilo politico agli elettori del Pd esodati?

Offriamo una proposta politica a tutti e certo anche a quegli elettori che ancora immaginavano di trovare nel Pd la sponda per qualcosa che abbia a che fare con la sinistra. C’è bisogno di una forza della sinistra, larga, plurale, in grado di riprendere bandiere e valori che il Pd ha scelto di non rappresentare più.

Anche per le vostre liste ci sono state contestazioni contro i «paracadutati», dall’Abruzzo alla Sardegna. Avevate promesso «territorialità». Poi cos’è successo?

Le liste sono sempre un momento complicato, è inevitabile produrre consensi e dissensi, comprensibili e in gran parte frutto della legge elettorale. Ora si tratta di coinvolgere in prima persona i territori per allargare il consenso alla nostra proposta politica.

Il Rosatellum andrà cambiato prima di tornare al voto. Ci vorrà del tempo. Vi siete dichiarati disponibili a collaborare solo su questo. Ma per farlo servirà un governo in carica.

Il Rosatellum è pessimo, ora siamo al paradosso che il Pd sostiene di non averlo proposto. E neanche imposto con otto fiducie. Il governo resta in carica finché non ce n’è un altro, vedasi il caso tedesco. Quel che succederà dopo le elezioni ce lo diranno le urne. Ma Leu ha un impegno con gli elettori: non tradiremo il loro voto, non faremo coalizione di governo con gli avversari. Ci misureremo con le proposte, come noi di Sinistra italiana abbiamo fatto sul modello tedesco. Discuteremo in parlamento e fra noi. Non potrà riaccadere che il governo faccia la legge elettorale, come ha fatto Gentiloni dopo aver solennemente giurato il contrario.

In pochi scommettono sulla compattezza di Leu dopo il voto. Sbagliano tutti?

Io scommetto su uno spazio politico largo in cui anche le differenze abbiano cittadinanza. Troveremo le forme e troveremo una sintesi, tra noi sono molte di più le ragioni dell’unità. Le scelte non saranno frutto solo della discussione interna ai futuri gruppi parlamentari ma anche di un meccanismo di partecipazione più largo, di chi avrà votato Liberi e uguali. E stavolta non avremo la scadenza elettorale alle porte.

Insomma farete un partito tutti insieme?

Io sono il segretario di un partito, non il re. Questa discussione dovrà coinvolgere gli iscritti dei partiti che ci sono. Vorrei che questa discussione si intrecciasse con tutte le energie e le forze che Leu sta accumulando. Per quanto riguarda Si, è evidente che dopo le elezioni servirà un congresso.

Fra i vostri c’è chi teme che vi siate arresi a Mdp. È così?

La politica non è un braccio di ferro. Nessuno si è arreso a nessuno, le nostre proposte si stanno misurando e confrontando. Rivendico che per mesi la posizione di Sinistra italiana è sembrata isolata mentre intorno a noi tutti parlavano di un nuovo centrosinistra. Noi chiedevamo di mettere in piedi una lista autonoma e alternativa al Pd. Oggi Leu è a tutti gli effetti il polo alternativo a tutti gli altri esistenti. Non canto vittoria, ma è un risultato politico rilevante.

Su Pisapia avevate ragione voi e non Bersani?

Con rispetto per tutti, posso dire che su quel punto avevamo visto lungo. Sinistra italiana è a suo agio in Leu perché oggi lavoriamo tutti insieme su un’altra ipotesi.

Grasso spiega a Laura Boldrini che le alleanze le deciderà lui. Oggi Grasso è il leader della lista.Poi “deciderà lui”?

Grasso è stato accusato di essere una figurina a copertura di altri. Ora sta dimostrando di non essere una figurina. Gli abbiamo chiesto di rappresentare il nostro percorso e esercitare un ruolo di sintesi, visto che le differenze fra noi ci sono e non ha senso nasconderle. Dopo il voto discuteremo tutti insieme sul futuro di questo percorso.

La vostra proposta fin qui più nota è l’abolizione delle tasse universitarie. Siete per la progressività e volete togliere le tasse anche ai ricchi?

Le tasse per l’università saranno progressive ma saranno poste nella fiscalità generale, come succede per la sanità. La nostra proposta è più complessa, riguarda la rimodulazione del diritto allo studio, lo sblocco del turn over nelle università. Contiene un’idea più grande: investire sul futuro di questo paese. L’Italia sta agli ultimi posti per numero di laureati e immatricolati. È una proposta che parla ai giovani ai quali restituiremo l’art. 18 e per i quali scateneremo una battaglia contro il lavoro povero, i falsi stage, l’economia della promessa: quella per cui oggi ti faccio lavorare gratis promettendoti un futuro che non arriverà mai.