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L’Europa dei pochi e quella dei molti

Articolo per il mio blog su HuffigtonPost

Non sarà certo questa la loro colpa principale, ma va detto che gli “oligarchi europei” rivelano sempre una sconcertante mancanza di fantasia. L’altro giorno è toccato al commissario dell’Unione europea Moscovici. E a un paio di altri suoi colleghi. Il juke-box ha caricato il disco rotto dell’allarme per l’esito del voto italiano di marzo, e l’appello a “fermare l’avanzata dei populisti”. Quante volte è toccato ascoltare questo ritornello? Troppe, per quanto mi riguarda. Praticamente è accaduto tutte le volte in cui, negli ultimi anni, si è andati alle urne nei Paesi del sud Europa. Autorevoli ricerche sulla pubblica opinione avvertono che la maggioranza degli elettori accolgono ormai questi interventi con disinteresse o crescente irritazione. Sono con loro. Ritengo che siamo tutti adulti e (forse non tutti) vaccinati, pronti a esprimere democraticamente il nostro voto senza la paternalistica e autoritaria ingerenza di un esecutivo europeo, la Commissione, che nessuno di noi ha mai potuto eleggere. 

Anche perché l’ukase di Moscovici ha un obiettivo preciso. E produce un altrettanto evidente effetto. L’obiettivo è irrigidire ulteriormente la cornice delle politiche economiche e finanziarie sovranazionali, in particolare il controllo tecnocratico sui bilanci pubblici, rendendo intoccabili le politiche neoliberiste di austerità che, negli ultimi anni, ci hanno reso tutti più poveri, hanno fatto scadere quantità e qualità nell’offerta dei servizi pubblici, fatto crollare gli investimenti infrastrutturali, contribuito alla limitazione di fondamentali diritti sociali e civili. L’effetto è esattamente il contrario di quanto dichiarato dalle parole di Moscovici: sono proprio quelle politiche e l’estremismo monetarista delle “larghe intese” centriste, che governano le più importanti cancellerie nazionali, il Consiglio e la Commissione europea, ad aver alimentato la minacciosa crescita di populismi ambigui o esplicitamente di destra, di nuovi nazionalismi, isolazionisti e xenofobi. Oligarchie europee e destre sovraniste sono mostruosi Doppelgänger, fratelli siamesi che vivono e proliferano in perfetta simbiosi.

Del resto, in questa campagna elettorale italiana, di Europa si sta discutendo poco e nel peggiore dei modi possibili. Tralasciamo per un attimo le pericolose contraddizioni che attraversano la coalizione di destra, tra un rieducato Berlusconi, che si offre come “garante della stabilità” conservatrice, e le inquietanti pulsioni sovraniste di Salvini e Meloni. I Cinquestelle con Di Maio oscillano tra raffazzonate (e impraticabili) ipotesi referendarie sulla moneta unica e l’azzimata corsa ad accreditarsi agli occhi dell’establishment, fino a baciare la pantofola delle banche d’affari e dei fondi speculativi d’investimento. E farebbe quasi tenerezza, se non avessimo ben in mente le pesantissime conseguenze sociali delle sue politiche, l’annuncio di Renzi di voler mettere al centro della campagna proprio l’Europa, nel momento in cui nessun ruolo effettivo al tavolo dell’Unione è stato in questi anni giocato, dal PD e dai suoi governi, nel creare le condizioni per una necessaria drastica inversione di rotta. La rete di riferimenti che il segretario PD sta costruendo in queste settimane parla chiaro: interlocutori privilegiati in Europa sono il presidente Macron, e la sua proposta di una più strutturata governance neoliberale delle istituzioni comunitarie, e Albert Rivera, leader della formazione spagnola Ciudadanos, populisti neo-conservatori e nazionalisti. Nel segno degli interessi di pochi e della illusoria conservazione dell’esistente, primo e decisivo fattore nell’attuale crisi del sogno e del progetto europeo.

Non è perciò causale che l’idea di un’Europa democratica per i diritti e la giustizia sociale – come anche Piero Grasso e Rossella Muroni hanno recentemente ricordato – occupi un posto centrale nella piattaforma programmatica di Liberi E Uguali. Alle attuali derive si tratta di reagire non rinunciando allo spazio europeo, ma rifondandolo su basi democratiche, attraverso il protagonismo delle cittadine e dei cittadini europei e del loro Parlamento. Creare le condizioni per l’avvio di un vero e proprio processo costituente verso una “federazione europea”, scala minima per affrontare le grandi sfide del nostro tempo, cambiamenti climatici, inequità sociali, migrazioni. 

Da subito un’Europa diversa dall’attuale potrebbe essere protagonista della creazione di un New Deal continentale, con l’obiettivo di realizzare quelle condizioni materiali di stabilizzazione e ripresa economica, che consentano lo sviluppo di un grande piano europeo d’investimenti in infrastrutture socialmente utili e in politiche energetiche e industriali di riconversione ecologica del modello produttivo. Affiancato alla conquista di un Welfare europeo, che sia fondato su una coerente fiscalità continentale, capace di assicurare l’equa tassazione della speculazione finanziaria e delle imprese multinazionali, e più elevati standard sociali per tutti.

Un’Europa all’interno della quale gli strumenti esistenti, quale il Fondo Salva Stati, possano essere piegati a una politica di condivisione dei rischi dei debiti sovrani; un’Europa nella quale il surplus oltre il 6% del Pil della bilancia commerciale venga sanzionato così come avviene per il deficit eccessivo del bilancio pubblico; un’Europa nella quale la Banca Centrale (BCE) assuma, come la Fed americana, il ruolo di prestatore di ultima istanza e l’obiettivo di combattere disoccupazione e precarietà, oltre che l’inflazione. In questa prospettiva le politiche di Quantitative Easing non vanno dismesse (come minacciano i banchieri tedeschi), ma rilanciate e riorientate dal circuito bancario e finanziario a una funzione di risarcimento e redistribuzione sociale; gli stessi attuali profitti della BCE devono essere utilizzati per finanziare misure di Welfare e contribuire a rafforzare il ruolo della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) in un ambizioso piano di riconversione produttiva e infrastrutturale.

Serve dunque un’Europa che abbandoni la strada della austerità e del Fiscal compact, tenendo fuori dal calcolo del deficit le spese per la crescita, gli investimenti e il welfare (la cosiddetta golden rule). Che il vincolo del 3 per cento sia una gabbia insostenibile lo dicono ormai (proprio ieri) anche 14 economisti mainstream, consigliando il suo superamento ai governi di Francia e Germania. Per perseguire con più coerenza l’obiettivo della golden rule a livello europeo, noi proponiamo di riscrivere da subito l’art. 81 della nostra Costituzione, introducendo questa regola al posto del pareggio di bilancio. Serve poi un’Europa in cui sia garantito il principio della libera circolazione delle persone, e le direttive in materia di lavoro e diritti sociali, fin qui incardinate sul principio del Paese d’origine, siano riscritte in riferimento al principio di territorialità, dando tutele certe alla “vecchia” e nuova migrazione interna nel continente.

Serve un’Europa che definisca una politica estera condivisa, sappia parlare con voce sola sul piano globale e sia protagonista autorevole nella promozione di iniziative multilaterali di dialogo, pace e cooperazione internazionale sugli scenari dell’attuale “disordine planetario”. Altro che missioni militari, come quella votata ieri da PD e Forza Italia per difendere, armi alla mano in Niger, l’uranio dell’industria nucleare francese e continuare l’inumana guerra contro i più deboli! Serve invece un’Europa che si doti di una comune politica delle migrazioni e dell’asilo, improntata a principi di solidarietà e di rispetto dei diritti umani fondamentali; rigetti quegli accordi che (come nel caso di Turchia e Libia) hanno esternalizzato la gestione dei flussi a paesi dove tali diritti non sono rispettati; stabilisca canali legali d’immigrazione; riformi i Regolamenti Dublino sulla base della risoluzione approvata dal Parlamento europeo; investa in programmi d’inclusione e integrazione sociale cooperando con i governi nazionali e locali.

Movimenti transnazionali – ad esempio DiEM25 -, sindacati, organizzazioni della società civile hanno da tempo indicato quali soluzioni concrete e innovative possano dare sostanza a quel cambiamento profondo e strutturale sempre più necessario in Europa. Per questo indichiamo con nettezza in un più forte ruolo del prossimo Parlamento italiano, per una radicale riforma degli attuali Trattati dell’Unione, una delle nostre priorità.

Non siamo i soli a farlo in Europa. All’interno delle storiche famiglie politiche progressiste, nella Sinistra Europea, tra i Verdi, in settori crescenti tra gli stessi Socialisti, si stanno moltiplicando quanti guardano a questa prospettiva. Forze politiche nuove emergono intorno a questi obiettivi. Con molti di loro ci stiamo da tempo confrontando e ci confronteremo nelle prossime settimane. Ad esempio con il Labour di Jeremy Corbyn. O con Podemos di Pablo Iglesias.

Hanno infatti ragione Renzi, Rivera e Macron, quando parlano della necessità di creare una forza politica transnazionale in Europa. Ma loro, gli “estremisti di centro”, intendono farlo in nome della conservazione e degli interessi di pochi. Noi invece siamo già impegnati a costruire la confluenza di quelle forze sociali e politiche, di sinistra, progressiste e ambientaliste, che questa Europa la vogliono cambiare sul serio. Per i molti e per la giustizia sociale.

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Contro il governo dei ricchi

“Non si è mai raggiunta una tale concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi, dal 1905 in poi”.

Non lo dice Nicola Fratoianni, per una volta. Lo certifica la banca privata Ubs, preoccupata dalle conseguenze politiche e sociali di una così profonda disuguaglianza nella distribuzione di ricchezze nel mondo e all’interno dei paesi. 

Mai come nel 2016 i ricchi del pianeta hanno festeggiato, tanto che appena 1542 super ricchi hanno complessivamente raggiunto una ricchezza di 6 mila miliardi di dollari. E cioè, insieme, questi super ricchi valgono due volte tutta la ricchezza prodotta in un anno dalla Gran Bretagna, un paese che sta nel G7, fra le più importanti e floride economie mondiali.

Da più di 100 anni non si verificavano condizioni così diseguali e così vantaggiose per chi ha già tanti, tanti soldi. Il perché è molto semplice comprenderlo: i sistemi economici dei paesi più floridi prevedono continue regalie ai grandi sistemi d’impresa, mentre ci sono altri paesi nel mondo che consentono di nascondere enormi capitali, senza che nessun tipo di procura nazionale o internazionale possa accedervi e fare una semplice operazione di giustizia sociale e redistributiva. 

Lo dice da anni Sinistra Italiana in Italia, come lo dicono tutte le altre forze della Sinistra alternativa in Europa, che è non più rinviabile una radicale riforma della tassazione e della redistribuzione della ricchezza e del lavoro. Ci sono quasi 100 milioni di persone nella sola Europa in condizione di povertà o a rischio povertà: la dimensione degli squilibri sta tutta in queste cifre.

E pure, il blocco unico delle larghe intese in Europa e nel mondo, continua a proporre soluzioni che avvantaggiano i più ricchi, le grandi imprese, i leoni della globalizzazione senza regole.

Nell’Italia che si avvicina alle elezioni politiche, da un lato s’impone la visione di Matteo Salvini e del blocco storico della destra, sostenuto da “autorevole” stampa e da centri studi “disinteressati”, che propongono l’imbroglio della flat tax, ovvero un’aliquota fiscale unica, con la promessa di risparmio per i ceti più deboli. Peccato che se i ceti più deboli risparmiano 10, quelli più ricchi rimettono nelle proprie tasche 1.000. Una progressività fiscale al contrario, per cui dal principio costituzionale secondo cui “chi ha di più contribuisce di più”, si passa al “chi ha di più, risparmia di più”. Lo dico chiaro e netto, non facciamoci fregare! Quelle quattro lire che un operaio o un impiegato potrebbe risparmiare con la flat tax di Salvini non tornano nelle sue tasche, ma nelle tasche dei più ricchi, dei suoi stessi datori di lavoro, e l’operaio potrebbe ritrovarsi a non avere più l’ambulanza a disposizione se serve, o la scuola statale gratuita per i suoi figli.

Dall’altro lato, quello del Pd, con i suoi 3 governi in 5 anni, abbiamo assistito a misure che hanno consentito un trasferimento di ricchezza impressionante dal pubblico alle tasche del sistema d’impresa senza alcuna redistribuzione ai cittadini più in difficoltà. A questo sono serviti i quasi 30 miliardi spesi dal sistema pubblico per le decontribuzioni delle assunzioni. A questo sono serviti pure i tanti e ripetuti condoni fiscali di questi anni, conditi da depenalizzazioni e ogni tipo di regalo per i milionari nostrani. Una misura su tutte, molto simbolica? Se hai un’utilitaria paghi il bollo, se hai uno yacht non paghi la tassa di possesso.

Ci hanno trasformato in una plutocrazia, un governo dei ricchi.

L’ultima e definitiva sterzata sta provando a darla Mr. Trump in queste ore negli Stati Uniti. Il paladino delle emissioni nocive in atmosfera, il nume tutelare del ritorno al carbone e al petrolio, sta lavorando a una riforma fiscale con importanti tagli alle aliquote dei guadagni delle imprese, che porterebbe nelle tasche degli imprenditori circa 700 miliardi di dollari, secondo una stima del Tax Policy Center. E non si comprende bene, secondo quanto riferito da Paul Krugman, quali sarebbero le conseguenze per la middle class americana, che sarà costretta a sostenere anche indirettamente questo ennesimo regalo a chi non ne ha bisogno.

Perché è questo che deve definitivamente essere chiaro: qualunque regalo a chi ha già rendita, ricchezza e possedimenti, è sempre fatto sulla pelle di chi fa fatica, di chi ha poco, di chi è costretto a lavorare per poter vivere.

Ora che gli allarmi sulla concentrazione di ricchezze vengono lanciati persino dalle banche private (qualche mese fa l’aveva fatto anche il Fondo Monetario Internazionale…), il blocco unico di destra-sinistra della plutocrazia definirà ancora noi degli estremisti minoritari?

Una Sinistra che vuole davvero guardare al futuro deve avere ben chiaro che la radicale redistribuzione delle ricchezze è una delle emergenze più importanti da affrontare e mettere in chiaro, in un programma basilare per il governo della società e del paese.

Per questo, Sinistra italiana è impegnata da molti mesi sul tema e ha detto con estrema chiarezza che è un fatto di buon senso redistribuire ricchezze. C’è bisogno di una patrimoniale, come di una riforma fiscale che faccia diventare il nostro sistema di tassazione realmente progressivo, aumentando le aliquote massime, per coloro che hanno di più e che hanno usufruito della crisi per continuare ad arricchirsi, sulla pelle di lavoratori dipendenti, pensionati e piccoli lavoratori autonomi.

Senza un programma di questo tipo, senza una prospettiva di Sinistra di questo tipo, rimarremo imprigionati nel governo dei più ricchi.