articoli

Al fianco di Franco, licenziato perché ammalato

Nel marzo 2017 Franco Minutiello è stato licenziato dalla Teknoservice di Piossasco, in Piemonte, perché ammalato di Parkinson. Secondo l’azienda non c’erano più, nello stabilimento, mansioni adeguate alle sue condizioni di salute. Una tragedia nella tragedia.
Il 9 luglio scorso il Tribunale del Lavoro di Ivrea ha dichiarato il licenziamento illegittimo e ha ordinato all’azienda di reintegrare Franco e di restituirgli gli stipendi arretrati. Ma quella sentenza è rimasta lettera morta perché fino ad oggi l’operaio non ha riavuto né il posto di lavoro né gli stipendi arretrati.
Per questo ho presentato, insieme a Federico Fornaro, una interrogazione al governo, per chiedere un intervento deciso nei confronti di quelle aziende, troppe, che non attuano in tempi brevi o addirittura rifiutano di attuare le sentenze dei giudici del lavoro. Chiederemo risposta fino al reintegro di Franco, perché abbia la tranquillità e la giustizia che merita.

Uncategorized

I principi di ragionevolezza, uguaglianza e la Costituzione non sono optional

La Corte Costituzionale conferma un principio che dovrebbe essere ovvio, e che doveva essere ovvio anche per chi ha costretto gli italiana a sopportare gli effetti del Jobs Act : licenziare senza causa un lavoratore assunto da un mese o da vent’anni è uguale, perché la dignità non è questione di anzianità.

I principi di ragionevolezza e di uguaglianza oltre al dettato costituzionale non sono optional. Solo il Pd poteva non rendersene conto.

Ora c’è solo una cosa da fare, e il M5S dovrebbe ascoltarci a differenza di quanto ha fatto nei mesi scorsi serve ripristinare l’ articolo 18 per tutte e tutti.

Uncategorized

Alla trasmissione DiMartedì a La7 ho parlato di pensioni con la Fornero…

Va cambiata la riforma Fornero in maniera radicale, perché è inaccettabile tenere al lavoro le persone fino a 70 anni e costringendo i giovani a stare a casa fino a 40 anni, a campare a malapena con le pensioni dei nonni.
Ieri a DiMartedì è andata in scena una discussione sulla riforma Fornero. Sentite cosa ho detto e cosa mi ha risposto Elsa Fornero…
Buona visione.

Di Martedì, Fratoianni su riforma Fornero

Va cambiata la riforma Fornero in maniera radicale, perché è inaccettabile tenere al lavoro le persone fino a 70 anni e costringendo i giovani a stare a casa fino a 40 anni, a campare a malapena con le pensioni dei nonni.Ieri a DiMartedì è andata in scena una discussione sulla riforma Fornero. Sentite cosa ho detto e cosa mi ha risposto Elsa Fornero… Buona visione.

Pubblicato da Nicola Fratoianni su Mercoledì 26 settembre 2018

articoli

Salvini rischia di fare un favore alle mafie

Finalmente il ministro dell’Interno interviene sul tema mafia! E sapete come?

Nella bozza del decreto sicurezza prevede che i beni confiscati alle mafie possano essere venduti all’asta ai privati, se non vengono utilizzati dagli enti locali. Ma si omette di specificare che gli enti locali non hanno un centesimo a disposizione e che la difficoltà di riutilizzare i beni confiscati alle mafie dipendono proprio dall’indisponibilità economica dei Comuni e degli Enti locali.

Avesse voluto fare un’operazione che per davvero contrastava la criminalità organizzata e consentiva alle comunità locali di riappropriarsi di spazi di legalità e di riutilizzare i beni a fini sociali e di sviluppo, avrebbe dovuto semplicemente mettere qualche milione di euro a disposizione dei comuni e organizzare il riutilizzo dei beni.

E invece no.

Propone un enorme regalo ai privati, che rischia di trasformarsi in un vantaggio alle organizzazioni criminali che potranno così riacquistare i beni che gli vengono confiscati, attraverso i diversi prestanome di cui le mafie dispongono e che molto spesso si infiltrano anche in fondazioni, enti bancari, grandi agenzie immobiliari.

Davvero un occhio di riguardo alla sicurezza.

Uncategorized

L’ex An Valditara a capo dipartimento Università. Un vero capolavoro del governo del cambiamento

Ormai pare certo che il governo del cambiamento nominerà a Capo del Dipartimento Università del Miur l’ex senatore di An Valditara, relatore della famigerata Riforma Gelmini del governo Berlusconi. Un altro capolavoro del M5S che regala ai responsabili dei tagli e delle politiche disastrose sulla scuola il futuro della formazione superiore del nostro Paese. Davvero vivissimi complimenti!

articoli

Di Genova resta una foto, un modellino e un salotto

Avevo scritto all’indomani della tragedia che il ponte Morandi crollato a Genova era la fotografia della storia degli ultimi 30 anni del nostro Paese: la favoletta raccontata per anni che il privato era meglio del pubblico, con i regali elargiti alle grandi aziende che hanno privatizzato i profitti e socializzato le perdite. E i disastri.

E non mi stupisce, ma rattrista che sulle macerie di quel ponte in queste settimane si sia innescata una guerra furibonda, nelle istituzioni e nella politica, solo alla ricerca di un qualche riflettore o passaggio tv.

Il solito salotto, i soliti modellini, le solite facce.

Questo è tutto ciò che resta dopo “trenta” giorni dal disastro di Genova.

Dichiarazioni roboanti, dichiarazioni di guerra all’accumulazione di guadagni a scapito delle persone, promesse di rivoluzione. Nelle ore immediatamente successive alla tragedia le parole del governo correvano veloci addirittura la revoca della concessione. Ricordate il presidente del Consiglio che afferma, non aspetteremo i tempi della giustizia? Si parlava addirittura di nazionalizzazione.

E, devo dirlo, davanti al dramma del crollo e a tutto quello che quel crollo ha scoperchiato sul terreno del rapporto tra pubblico e privato, affermazioni in buona parte condivisibili. Almeno dal mio punto di vista. Ma dopo le parole ci sono i fatti.

E nei fatti, non c’è ancora un commissario, non c’è alcuna decisione su chi costruirà, con quali soldi e cosa.

Non c’è alcuna certezza sul destino degli sfollati. Non c’è nemmeno la revoca.

Resta una foto ricordo, con un modellino e un salotto.

Un film già visto fin troppe volte.

articoli

Morire su un motorino per 20 euro…

Qualche giorno fa, nel silenzio della politica, si è consumata l’ennesima tragedia sul lavoro.

Un giovane di 29 anni, a Pisa, la mia città, è morto schiantandosi con il suo motorino, al secondo giorno di prova per una piccola azienda di ristorazione, per i quali consegnava cibo a domicilio attraverso lo stesso pub o tramite un sito terzo.

Maurizio Cammillini, questo il nome del giovane, avrebbe fatto qualunque cosa pur di pagarsi l’affitto di casa ed evitare di pesare sulla famiglia o sulla rete di amici che aveva. Secondo i racconti della sorella, “qualunque cosa e a qualunque costo”. Il manifesto drammatico di un’intera generazione, più che la condizione di Maurizio, che non poteva permettersi nemmeno un minuto di ritardo fra una consegna e l’altra, pena il posto di lavoro tanto desiderato.

È quello che accade e che vivono ogni giorno milioni di giovani di questo paese, cresciuti con l’idea che devono adattarsi, che devono dare sempre di più per vedersi riconfermato uno straccio di contratto a tempo determinato. Che è meglio non rivendicare un bel nulla, altrimenti “ne trovo altri cento come te, disposti a lavorare”.

Giovani più o meno formati che vivono con la convinzione di avere una costante tara nelle proprie capacità e di non essere sufficientemente “performanti”. Come un treno di gomme da Formula 1. Quando si usurano le cambi.

Sono storie di cui buona parte della politica non sa nulla. Fino a che non accade un disastro e allora si fa luce, si indaga, ci si addentra nella vita quotidiana e si scopre che il giorno prima, ad esempio, a Maurizio erano stati tolti 3 euro dalla sua paga di 20 euro giornaliere (20 euro, ripeto, 20 euro …), perché aveva consegnato una pizza in ritardo.

Si scopre che era in prova, ma senza uno straccio di contratto. Insomma lavorava in nero.

Si scopre che non solo è tornato con violenza il lavoro a cottimo, dopo anni e anni di battaglie furiose di quelli con le tute blu alle catene di montaggio, ma che è persino l’unica modalità con cui migliaia di giovani oggi lavorano in Italia.

Se consegni in tempo, se vendi, se chiudi qualche contratto al telefono, se rendi per come intendo io, ti pago (poco), altrimenti ti tolgo soldi.

Altro che “lavoretti”, come li chiama chi da questi “lavoretti” fa lauti guadagni. C’è un mondo ormai che si muove in queste condizioni. Senza diritti, senza reddito, senza alcun riconoscimento di status. Sono le vittime della nuova frontiera dell’economia, i fantasmi della gig economy.

Non sono lavoratori autonomi, come vorrebbero far credere i proprietari delle piattaforme. Ci sono algoritmi che ne comandano tempi di lavoro, di consegna e di vita. E a poco serve trincerarsi dietro la non obbligatorietà per i lavoratori di accettare di fare consegne per una o più giornate. Perché se ti rifiuti non hai un minimo salariale a pararti e perché se non sei presente, l’algoritmo ti cancella dalle opzioni. Quindi o lavori, o sparisci.

Recentemente è stato approvato dal governo il cosiddetto “decreto dignità“, che non modifica in nulla la situazione dei lavoratori della gig economy, oltre ad essere molto blando sul contrasto alla precarietà dei contratti di lavoro.

È ripreso ieri il tavolo che il Mise aveva aperto nei mesi scorsi con le parti datoriali e le organizzazioni sindacali per provare a regolamentare il settore della gig economy. Un tavolo che procede troppo lentamente, la situazione non può attendere oltre, se non vogliamo continuare a leggere di storie come quella di Maurizio.

Di Maio faccia un decreto e legiferi a riguardo. E serve un contratto nazionale di categoria, che stabilisca diritti e riconosca ai “fantasmi della gig economy” lo status di lavoratori subordinati. Con tutte le tutele del caso.

Noi offriremmo la più ampia collaborazione, perché un’intera generazione smetta di sentirsi costretta a fare “qualunque cosa, a qualunque costo”. Perché spesso il costo diventa troppo salato. E inaccettabile.

articoli

La nostra battaglia resta sempre quella della riduzione del tempo di lavoro senza che venga intaccato il salario

Chiaro e secco.
Concordo con la proposta di chiusura dei centri commerciali nelle domeniche e nei giorni festivi.
È una battaglia che abbiamo portato avanti in questi anni, nei territori, al fianco dei lavoratori che con la liberalizzazione degli orari di apertura fatta dal governo Monti (e sostenuta da quasi tutta la politica) hanno visto ridursi i loro spazi di libertà, senza nemmeno aver visto crescere il proprio reddito.
I lavoratori hanno conosciuto solo una riduzione della propria libertà, dei propri diritti e un peggioramento delle qualità della vita.
Se la proposta arriverà in Parlamento la valuteremo attentamente e se ben fatta la sosterremo.
Il nostro obiettivo, la nostra battaglia resta sempre quella della riduzione del tempo di lavoro per le persone, senza che venga intaccato il salario.
Riprendiamoci ciò che ci è stato tolto.

articoli

I servizi pubblici essenziali non possono essere la rendita garantita per pochi

Il ponte crollato a Genova, con le sue nefaste conseguenza, è la fotografia della storia degli ultimi 30 anni del nostro Paese. La favoletta raccontata per anni che il privato era meglio del pubblico, i regali elargiti alle grandi aziende che hanno privatizzato i profitti e socializzato le perdite. E i disastri.

Mi stupisce pure che sulle macerie di quel ponte, e di un bel pezzo delle vicende d’Italia, si sia innescata una guerra furibonda alla ricerca delle responsabilità politiche, che in realtà sono ben distribuite fra tutti i soggetti in campo. Fra chi ha direttamente privatizzato, chi ha concesso beni pubblici a esclusivo appannaggio dei privati, chi non ha controllato, chi come Matteo Salvini ha votato per rendere sempre più vantaggiose quelle concessioni, e chi ancora oggi rivendica le “privatizzazioni ben fatte” degli anni precedenti.

Ricordo, a tal proposito, il discorso di insediamento da Presidente del Consiglio di Matteo Renzi alla Camera dei Deputati, che rivendicava come tratto distintivo della sua visione politica, cito testualmente, “la madre di tutte le privatizzazioni, quella del Nuovo Pignone”. Pur non essendo stato lui direttamente coinvolto nella cosa per motivi anagrafici, Renzi sceglieva nel 2014 di parlare di una privatizzazione “ben fatta”, a suo dire.

Uncategorized

Spero che tutto questo serva a inquietare le coscienze comode

Video salvataggio migranti

Questo è solo un pezzo del video del salvataggio che abbiamo fatto questa notte, con la Open Arms. Sentirete che le persone dicono chiaramente di non riportarli in Libia, perché li picchiano e li ammazzano. La Libia con cui l'Italia intrattiene rapporti e cui l'Europa ha affidato il compito di polizia, altro che soccorso. Spero che tutto questo serva a inquietare le coscienze comode, poltronare e ipocrite di qualcuno.

Pubblicato da Nicola Fratoianni su Giovedì 2 agosto 2018

Questo è solo un pezzo del video del salvataggio che abbiamo fatto con la Open Arms.
Sentirete che le persone dicono chiaramente di non riportarli in Libia, perché li picchiano e li ammazzano.
La Libia con cui l’Italia intrattiene rapporti e cui l’Europa ha affidato il compito di polizia, altro che soccorso.
Spero che tutto questo serva a inquietare le coscienze comode, poltronare e ipocrite di qualcuno.