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A Sesto Fiorentino hanno sgomberato il campo Rom. Senza ruspe e rispettando i diritti. Grazie Lorenzo

Da oggi Sesto Fiorentino non ha più un campo rom

Una giornata storica: da oggi, dopo 35 anni, Sesto Fiorentino non ha più un campo rom.Non ruspe o demagogia, ma intelligenza e umanità.Un altro importante impegno preso con la città mantenuto ✅

Posted by Lorenzo Falchi on Tuesday, 12 November 2019

In molti lo conoscete, quello in video è il nostro Lorenzo Falchi, il Sindaco di Sesto Fiorentino.
Dopo 35 anni è riuscito a chiudere il campo rom di Sesto ieri, senza clamori, senza ruspe, senza chiacchiere, ma con un lavoro di inclusione e accoglienza silenzioso, con l’individuazione di soluzioni abitative per 75 persone, che ha avuto effetto.
Loro ruspe e violenza, noi intelligenza e umanità.
Grazie Lorenzo

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Il no del sindaco di Piombino alla cittadinanza onoraria alla senatrice Segre

Che in una città come Piombino, medaglia d’oro al Valor Militare per una delle prime battaglie della Resistenza contro i nazisti, il sindaco di FdI si metta ad urlare, come ha fatto ieri, che la proposta della cittadinanza onoraria a Liliana Segre è una provocazione, dà l’idea di come siamo messi in questo Paese.
Parole banali ma al contempo terribili, che evidentemente nascondono semplicemente la nostalgia mai dimenticata per il Ventennio.
Una ragione in più per sostenere la proposta dell’opposizione di sinistra in quella città contro chi vuole offuscare la Memoria del nostro passato.
A questo punto però forse sarebbe opportuno e giusto che invece di Fratelli d’Italia si chiamassero Fascisti d’Italia.
Ps: gentile sindaco, Liliana Segre è senatrice a vita, non deputata come lei l’ha definita.
Studiare la storia recente e passata fa sempre bene a qualunque età…

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Balotelli, razzismo e Ilva. Ci prova sempre Salvini

Ci prova sempre Salvini. E forse quasi sempre ci riesce, visti i sondaggi. Prova a distogliere l’attenzione dalle cose vere e le mescola con le bugie, le credenze.
L’ultima frase, potente, è “vale 10 volte di più un operaio dell’ILVA che Balotelli”.
Che tradotto significa “è inutile perdere tempo a parlare di un calciatore miliardario bambino viziato e del razzismo, quando c’è il dramma degli operai dell’ILVA in corso che rischiano il lavoro”.

Grande idea! In un colpo solo Salvini liscia il pelo al razzista, lo protegge e contemporaneamente accarezza l’immaginario della sinistra, facendo credere che lui si occupa e preoccupa del lavoro e degli operai.
C’è però un punto che va analizzato: rispetto agli episodi di razzismo che stanno accadendo, non è di Balotelli che si parla, ma del Paese. Non è di Balotelli calciatore che si discute, ma di Balotelli con la pelle nera, nato in Italia e discriminato. Potremmo parlare di Liliana Segre, finita sotto scorta.
Potremmo parlare del bambino di 10 anni che durante la partita Desio – Sovicese, appena tre giorni fa, si è sentito urlare “negro di merda” dalla mamma di un bimbo che giocava nella squadra avversaria.
Oppure dei cori discriminatori della curva della Roma nei confronti dei napoletani, o dei veronesi contro i leccesi qualche settimana fa. I temi sono sempre i soliti, se non sei negro sei terrone e il Vesuvio deve eruttare per ingoiarsi tutta Napoli.
Ecco, quanto vale un bambino di 10 anni? Quanto valgono il suo orgoglio, la sua serenità?

Non è di Balotelli che si parla, quindi, ma del veleno che sta corrodendo le vene di questo paese impaurito.
Non ci casco, Salvini. A te degli operai non frega nulla, visto per altro che l’unica tua proposta è dare carta bianca al padrone Arcelor Mittal, che vuole mandare a casa 5.000 operai.

Non ci casco, considerando come da ministro hai impedito ai lavoratori della Lukoil di Siracusa di protestare, perché la proprietà dell’azienda è dei russi….
Non ci casco. Continueremo a batterci e a raccontare verità.

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Parole chiare: quello di Arcelor Mittal è un ricatto

 

Noi abbiamo sempre ritenuto un errore lo scudo penale e alla proprietà dell’azienda era chiaro sin dai primi di settembre che si sarebbe proceduto a eliminare una clausola dell’accordo, siglato dai governi precedenti, che garantiva ad Arcelor un privilegio, sulla pelle di lavoratori e cittadini di Taranto.
Perché hanno deciso di rescindere ora il contratto, e soprattutto, quali condizioni ulteriori e peggiorative chiedono al governo per proseguire con la produzione?
Lo scopriremo presto, ma mi pare evidente che ancora una volta si provi a prendere per il collo le istituzioni e la politica, per piegarle agli interessi privati.
A questo punto, se è vero che l’acciaio è un asset fondamentale per la strategia produttiva del Paese, e se è vero che la città di Taranto e i lavoratori dell’Ilva meritano di vivere in condizioni di tutela rispetto agli effetti della produzione, è giunto il momento che sia lo Stato a farsi carico della vicenda, con decisione e tempestività.
Si assuma il controllo della fabbrica e si faccia ciò che chiediamo, inascoltati, dal 2012: una valutazione dell’impatto e del rischio sanitario, per verificare quali siano le migliori tecnologie esistenti e quali siano i livelli di produzione compatibili con il diritto alla salute della città.
Nessun privato avrà come obiettivo la salute pubblica, visto che è già dimostrato che si tende a massimizzare i profitti, in barba a tutto il resto.
Tocca allo Stato decidere, se smettere con la produzione di acciaio, o nazionalizzare la produzione e fare tutto ciò che occorre per il rispetto della città.
Ps: Salvini che fa il sovranista e sta già con il cappello in mano davanti ad una multinazionale, per fargli fare quello che vuole sulla pelle di operai e cittadini è ridicolo, oltre che dannoso.

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Emergenza casa, 1 miliardo di euro nelle casse di Cassa Depositi e Prestiti

Grazie a una nostra interrogazione abbiamo scoperto che c’è 1 miliardo di euro nelle casse di Cassa Depositi e Prestiti, disponibile da molti anni per l’edilizia popolare e mai utilizzati, per contenziosi e litigi fra Regioni e Comuni.
Un patrimonio derivante da fondi ex Gescal, composto dai contributi di centinaia di lavoratori del programma Ina-Casa.

È assurdo nel Paese con oltre 50.000 sfratti all’anno e con 650.000 famiglie in graduatoria per un alloggio popolare. Poi accadono guerre fra poveri, occupazioni e sgomberi forzati, quando basterebbe utilizzare le risorse che ci sono per rimettere a posto il patrimonio edilizio esistente e dare risposte immediate a chi aspetta un tetto da troppi, troppi anni.

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Sulla lotta all’evasione fiscale sto con Conte

Sulla lotta all’evasione sto con il presidente Conte. In tutta onestà non capisco come si possa considerare secondario o non urgente un tema che ha a che fare con il futuro del nostro Paese, con la sostenibilità economica e con la tenuta sociale.

Le forze politiche continuano a balbettare in maniera incomprensibile, oppure si attestano in difesa della libera circolazione del contante, come se utilizzare 3mila euro in contanti sia un insopprimibile diritto di libertà.

Ma ci rendiamo conto che viviamo nel Paese dei 190 miliardi di euro di evasione l’anno e di un condono ogni tre anni? Basta, non se ne può più. E non ne possono più i cittadini onesti di contribuire al funzionamento dei servizi anche per coloro che si sottraggono dal compito e fanno scappare via i soldi.

Non ne possono più gli operai di sapere dall’Istat che un gioielliere o il loro datore di lavoro o un professionista affermato, dichiarano allo Stato meno di loro, ogni anno.

Le argomentazioni che Pd, M5S e Italia Viva stanno usando per bloccare una lotta fondamentale sono francamente incomprensibili e speciose. E francamente non comprendo come il M5S possa da un lato chiedere il carcere per i grandi evasori (giustamente, aggiungo, visto che una evasione è un furto) e dall’altro opporsi all’abbassamento da 3.000 a 1.000 dei pagamenti in contanti.

Per altro si fa confusione rispetto ai pagamenti elettronici e alle commissioni bancarie. Vanno rimesse a posto un po’ di questioni, perché altrimenti si fa ‘ammuina’ e non ci si capisce più nulla.

Il pagamento elettronico deve diventare la norma in un Paese che guarda al futuro, così come accade ormai da tempo in molti altri Paesi europei. Certo è che vanno eliminate le commissioni bancarie per ogni pagamento, altrimenti è evidente che ci guadagnano le banche da un provvedimento simile. Visto che su questo siamo tutti d’accordo, mi chiedo, a questo punto: cosa si aspetta a convocare i vertici dell’ABI per risolvere una volta per tutte questa storia?

E però, la vicenda del pagamento elettronico non ha nulla a che fare con l’abbassamento della soglia del contante utilizzabile per i pagamenti. Insomma, smettiamola di prenderci in giro e di prendere in giro gli italiani: chi è che ha la necessità di pagare un acquisto importante, come è un acquisto da oltre 1.000 euro, solo con il contante? Per oltre il 90% degli italiani gli acquisti oltre i 1.000 euro avvengono pochissime volte in un anno, sulla base del reddito disponibile. Di che parliamo?

E’ evidente che dietro questa storia della libertà di utilizzo del contante per acquisti importanti si nasconde, quindi, un messaggio subdolo ma chiaro, che l’irresponsabilità di certa politica ha sempre lanciato al Paese, per allisciarne il pelo e solleticare i peggiori istinti: ovvero, fate quello che vi pare, contribuire al buon andamento dello Stato è sbagliato e fa anche un po’ “sfigato” pagare correttamente tutto ciò che c’è da pagare.

E’ questo messaggio che bisogna cambiare, subito. E’ l’impianto culturale che ha portato l’evasione a 190 miliardi l’anno che va cambiato alla radice. Bisogna avere il coraggio di dire che le tasse sono un investimento pubblico sul futuro, sapendo che se tutti pagassero ciò che devono sarebbe davvero possibile abbassarle. Perché senza la contribuzione generale non avremo più ospedali pubblici, ambulanze, scuole.

O un governo che invoca la discontinuità trova questo coraggio e imposta una vera e propria rivoluzione culturale, oppure non riuscirà a trasformare la società, nel senso dell’equità e della giustizia sociale. Che poi è ciò che davvero manca in questo Paese.

Coraggio, quindi, presidente Conte. Proviamo a fare questa rivoluzione.

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Migranti, trafficante libico al tavolo del governo. Chiediamo chiarezza

Ho scritto insieme al collega Matteo Orfini una lettera al Presidente del Copasir, Raffaele Volpi, per chiedere di fare chiarezza sui rapporti tra i servizi segreti italiani e il trafficante di essere umani Bija in seguito a diverse inchieste giornalistiche.

La lettera indirizzata a Volpi si basa in primo luogo su un’inchiesta realizzata da Nello Scavo e pubblicata sul quotidiano Avvenire lo scorso 4 ottobre, in cui si ricostruisce attraverso delle foto un incontro avvenuto nel maggio 2017 al Cara di Mineo. Nelle immagini si vedono dei funzionari italiani insieme a una delegazione del governo libico riconosciuto dalla comunità internazionale. Obiettivo della riunione sarebbe stato lo studio di un modello di gestione dell’accoglienza da replicare in Libia. Fra i delegati di Tripoli si vede anche Abd Al-Rahman al Milad, un individuo conosciuto anche come al-Bija.

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Grazie, dott. Gasbarrini, per quello che fa e per quello che dice

Lui è il Dott. Alessandro Gasbarrini, chirurgo che per primo al mondo ha effettuato un trapianto di vertebre, all’Ospedale Rizzoli di Bologna, dopo 12 ore di intervento.
Oggi il Dott. Gasbarrini rilascia una intervista a Repubblica in cui dice molto chiaramente che la sanità pubblica è l’unico luogo in cui è possibile fare ricerca e innovare. Un intervento come quello che ha fatto lui non l’avrebbero fatto in un ospedale privato, perché costa troppo. Ha rinunciato a guadagnare molto, molto di più in una qualunque struttura privata, per poter continuare ad avere la libertà di ricerca e di cura, stando nel sistema pubblico.
Gasbarrini ha ragione. Il nostro compito è continuare a lottare per difendere e migliorare con ogni mezzo il sistema sanitario nazionale italiano, che è uno dei migliori al mondo. Magari si potrebbe pensare di gratificare meglio le tante eccellenze che lavorano nei nostri ospedali e che vivono la professione come una missione.

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Lavoratori meritano riconoscimento, il Governo ci sta lavorando

Stamattina sono stato con le lavoratrici degli appalti nelle scuole.

Dopo anni di precariato e scarsi diritti chiedono, come è sacrosanto, che venga riconosciuto il loro lavoro e la possibilità di rientrare nella internalizzazione prevista dalle leggi.

Lo scorso governo non ha previsto sufficienti spazi per tutti i 16.000 lavoratori. Noi proveremo a correggere gli errori precedenti. Non ci fermiamo.