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Intecs de L’Aquila, una storia semplice quanto assurda

Nel 2017 la ex Intecs de L’Aquila licenzia tutti per presunta “infungibilità del sito”.
Il tribunale da torto all’azienda e annulla il licenziamento collettivo ma ormai il sito è chiuso e i lavoratori sono senza stipendio, ma anche senza NASPI né indennità di nessun tipo.
E oltre il danno, la beffa. I lavoratori hanno crediti nei confronti dell’azienda che non paga, e oltre 10.000 euro di debiti a testa nei confronti dell’INPS. Inoltre stanno restituendo le tasse sospese dal 2009 per il terremoto.
Mentre la ex INTECS, che ha debiti verso lo Stato, può accedere alle svariate forme di condono messe a disposizione dal governo Salvini – Di Maio. La radice delle ingiustizie in questo paese sta tutta qui.
Sono invisibili questi lavoratori. Non ne parla nessuno e il Ministero dello Sviluppo Economico non risponde alle loro lettere e richieste di aiuto.
Licenziati, gabbati, terremotati e presi in giro.

Ho depositato una interrogazione al Ministero, vediamo se si svegliano…

articoli

Grazie di tutto, Maestro

Sentiremo molto la mancanza di Andrea Camilleri. Il racconto verace, sincero, appassionato di una Sicilia senza tempo, ha conquistato tutto il Paese, e senza rinunciare alla complessità di un dialetto che se pur locale, ha avuto la forza di diventare comprensibile, universale e imporsi con la dignità di una vera e propria lingua. Una lezione, l’ennesima del Maestro, sulla potenza della cultura e del messaggio, sulla capacità globale degli elementi del locale.

Ci mancherà il Commissario Montalbano, nei libri come negli immancabili lunedì in Rai (una delle più felici intuizioni della TV di Stato). Un irregolare servitore dello Stato, con il sacro fuoco della giustizia e sempre pronto ad assumersi la responsabilità di disobbedire a procedure, regolamenti e leggi, quando queste gli impedivano di svolgere il proprio compito e raggiungere l’obiettivo primario del riparare a un torto, a un delitto, all’ingiustizia.

Montalbano era lo sguardo di Camilleri sulle cose della vita e spesso sul nostro Paese. Più volte il Commissario è uscito dalla sua dimensione senza tempo per incrociare l’attualità, per regalarci un punto di vista sui fatti del mondo.
È accaduto, per esempio, quando un incredulo Montalbano commentava le atrocità commesse dagli apparati dello Stato ai danni dei manifestanti del G8 di Genova.

Non per indossare i panni di un giovane Fratoianni, ma da uomo dello Stato che sentiva su di sé le ingiustizie commesse e consapevole della necessità di recuperare la dignità e l’onorabilità delle forze dell’ordine. Il messaggio fu chiaro e dirompente.

Con altrettanta forza e lucidità ha scritto sulle tratte della prostituzione, sui migranti, sui rapporti incestuosi e malati fra mafia e politica, con naturalezza e con quella capacità di indagare nel profondo i meccanismi regolatori delle cose di questa terra che rendevano la comprensione immediata, empatica.

Era questo Andrea Camilleri. Un intellettuale che non ha mai voluto rinunciare al suo impegno a sinistra, a dire la sua con forza. Un campione di vendite che non ha mai temuto per la sua carriera da 30 milioni di copie vendute e ha sempre avuto il coraggio di dichiararsi.

Figlio del tempo che ha vissuto, che con il suo mondo ha avuto un rapporto controverso, mai vissuto con la prudenza delle posizioni mutevoli per compiacere il potente di turno. E per questo scomodo per tanti, che negli anni non hanno lesinato attacchi o sottovalutazioni delle sue denunce, della sua arte.

Lo ricordo in prima fila su molte vicende dirimenti dell’attualità: sul conflitto di interessi che inquina da anni la politica italiana, sui diritti dei diseredati, sulla giustizia sociale, sulla battaglia per la salvezza della Grecia dalle grinfie dell’austerity europea (fu pure fra i primi firmatari della lista l’Altra Europa con Tsipras), sui temi ambientali. E poi le ultime vicende sui migranti, sulla chiusura dei porti, con un’intervista che ha fatto molto rumore, in cui più volte scandiva “Non in mio nome”.

Il Maestro è stato nel mondo, nello stesso modo in cui il suo Montalbano si immergeva nel mare di fronte di casa. Che ci fosse sereno o minacciasse tempesta, per concedersi una pausa di riflessione durante indagini complicate o per scrollarsi di dosso felice le fatiche di un caso risolto, Montalbano ha attraversato in lungo e in largo quello scorcio di mare.

E così ha fatto Camilleri, senza negarsi mai. Ci mancherà il suo racconto, il suo punto di vista, la biografia tagliente ma sempre benevola di un Paese ora impaurito e ossessionato.

Grazie di tutto, Maestro.

interviste

Migranti? Alcune battaglie si combattono anche se non portano voti

Una mia intervista al sito Mar dei Sargassi

Parlamentare di LeU, Nicola Fratoianni è uno dei politici che nelle scorse settimane è salito sulla Sea-Watch 3, la nave dell’ONG alla quale è stato impedito di attraccare per ben 18 giorni. Recentemente, è stato autore di un duro attacco nei confronti del Ministro Salvini durante una seduta in Parlamento che ha portato alla bagarre in aula tra esponenti di maggioranza ed esponenti di minoranza. Già Segretario di Sinistra Italiana, si è dimesso dopo la sconfitta alle ultime Elezioni Europee alle quali si è presentato con la lista La Sinistra che ha raggiunto l’1.74% dei voti, non superando la soglia di sbarramento.

Mettiamo un attimo da parte le polemiche di questi giorni e pensiamo ai veri protagonisti della vicenda Sea-Watch 3, i migranti. Ha potuto, per quello che le condizioni permettevano, confrontarsi con loro per capire come stessero, cosa pensassero di questa storia e se prima di partire immaginassero a cosa sarebbero andati incontro?

«Prima di partire immaginavano solo di scappare dall’inferno libico dopo dei viaggi più che allucinanti. Sicuramente non immaginavano un ulteriore calvario al quale sono stati sottoposti per 18 giorni dalle autorità italiane, mentre la cosa normale era quella di farli sbarcare per poi trattare con l’Europa per una ricollocazione. Queste persone non capivano perché venissero trattate in questo modo, dato che l’unica loro “colpa” era quella di essere state salvate da un naufragio o dal rischio, anche peggiore, di essere catturate dalle motovedette che noi (il governo, ndr) abbiamo gentilmente regalato ai libici».

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A Tsipras il nostro ringraziamento. Per averci provato, fino in fondo. Hanno vinto una battaglia, non la guerra. Non è ancora finita

Alexi Tsipras resta uno dei protagonisti degli ultimi anni della politica europea. Nonostante la sconfitta elettorale, Tsipras ha raggiunto comunque un risultato importante, maturato in solitudine.
Come in solitudine ha provato a sfidare l’Europa della Troika, degli interessi finanziari e del controllo ossessivo sul debito.
Nei primi mesi del suo governo, quando la battaglia si fece cruenta, i socialisti europei governavano in Francia e in Italia. E hanno avuto l’occasione di mettere in discussione i dogmi dei trattati, se solo avessero voluto fare fronte comune con Alexis e con Syriza. E invece no. Hanno preferito il rigore di Merkel e dei paesi del nord, lasciando la Grecia sola, con una cravatta stretta annodata al collo. Quell’occasione di cambiamento resta per il momento unica nella storia recente dell’Europa unita e non è un caso se i protagonisti di quegli anni hanno pagato un prezzo elevato, come dimostrano i dati elettorali successivi.
Ad Alexis va il nostro ringraziamento. Per averci provato, fino in fondo. Hanno vinto una battaglia, non la guerra. Non è ancora finita.

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Grazie Carola

Manette manette.

Lo aveva gridato e ripetuto ancora in questi lunghissimi 17 giorni il Ministro del Disordine. Lui e chi, in una rincorsa macabra e violenta, aveva chiesto di andare oltre, augurandosi perfino l’affondamento della Sea Watch3.

Le manette sono arrivate. Il mostro e il suo corpo sono stati esposti, a favor di telecamere alle prime luci dell’alba. Le guerre hanno bisogno di prigionieri. E in questa guerra senza esclusione di colpi contro le Ong,  Carola rappresenta uno scalpo necessario per dare fiato al coro cattivo e urlato degli odiatori seriali.

Dopo 17 giorni infiniti questa giovane donna che non urla e non odia ha deciso che era arrivato il momento di concludere il salvataggio di quei migranti. Di condurli in porto perché è lì, in un porto sicuro e da nessuna altra parte, che un salvataggio o un caso SAR per dirla in modo più preciso si conclude.

A lei e a tutto l’equipaggio della Sea Watch va ancora di più il mio ringraziamento e il mio rispetto. La sua determinazione tranquilla è quella di chi guarda alle cose con semplicità. Senza inutili retoriche su l’eroismo. E se guardi a questa vicenda in modo semplice, senza il velo unto della propaganda, tutto si fa chiaro. A cominciare dalle questioni fondamentali.

Come è possibile che il nostro Paese continui a chiedere e a lavorare attivamente affinché i migranti vengano ricondotti in Libia quando tutti sanno, compreso il Ministro degli Esteri che lo ha nuovamente ribadito che la Libia non ha porti sicuri?

Tutta questa vicenda come molte altre simili a questa nasce e si sviluppa in un quadro di illegalità di cui le nostre Istituzioni sono pienamente responsabili.

E poi è semplicissimo vedere come trattenere decine di persone così a lungo in mare (mentre ogni giorno altro migranti sbarcano in quel porto e in altri del nostro Paese) sia irragionevole, oltre che immorale e cinico.

Nella vicenda che si è conclusa con lo sbarco dei migranti e con l’arresto di Carola non c’è nulla di normale. Se non la scelta di chi come Sea Watch, Mediterranea, Open Arms e altre organizzazioni si organizza per salvare la vita di persone che altrimenti continuerebbero ad ingigantire quello che è già da tempo il più grande cimitero a cielo aperto del mondo.

In questa vicenda non c’entra nulla la cosiddetta difesa dei confini. E nemmeno l’assenza di un Europa che andrebbe misurata, più che sulla contabilità delle ricollocazioni, sulla assenza drammatica di una politica strutturale di fronte ad un fenomeno strutturale. Diviene chiaro che questa guerra vive e si nutre di un impressionante rovesciamento di senso, si cambia il significato delle parole.

Se solidarietà diventa sinonimo di colpa, o di reato, allora i solidali divengono in un colpo criminali. I peggiori criminali.

In 17 giorni il nostro Governo ha impiegato enormi risorse, uomini e mezzi per fare guerra a questi pericolosi criminali. È in questo quadro, assurdo e indecente, che dobbiamo leggere l’ultimo tassello di questa storia.

Questa notte mentre la Sea Watch si dirigeva verso il porto una motovedetta della Guardia di Finanza ha prima intimato l’alt, per poi ormeggiare all’unica banchina disponibile per cercare di impedire l’attracco della nave. Tutto è accaduto in pochi minuti, mentre la manovra era in corso. Ed è in quel momento che tra la Sea Watch (molto più grande) e la motovedetta c’è stato un contatto. La fiancata della nave ha stretto quella della motovedetta verso la banchina.

Per fortuna nessuno, a cominciare dal personale della GdF si è fatto male. Io non sono un esperto di manovre portuali. Sono certo però che nessuno, e tantomeno Carola, ha deciso o anche solo pensato di speronare la motovedetta. Non so se ci siano stati errori di valutazione nella manovra in quel caso del tutto involontari.

So però, che anche questa situazione si sarebbe potuta evitare. Bastava risolvere subito questa vicenda nel modo più semplice. Dando un porto sicuro, e magari dicendo grazie a chi salva vite, esercitando un ruolo di supplenza nei confronti di quelle istituzioni, italiane ed Europee, che hanno smesso di farlo.

Salvini dice di provare pena per me e per i parlamentari che erano a bordo. Non si preoccupi. Io stanotte dormirò tranquillo perché ho fatto ciò che ritenevo giusto e necessario. E domattina mi sveglierò pensando al fatto che non dobbiamo permettere che su questa vicenda cali l’attenzione.

 Alle 5,30 del mattino si è conclusa felicemente la vicenda dei naufraghi salvato dalla Sea Wacht3, ora dobbiamo batterci e sperare che si chiuda felicemente la vicenda di chi ha fatto sì che quelle donne e quegli uomini non morissero in mare.

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Caso Lotti, il giudizio non spetta (solo) alla magistratura

Metto subito i piedi nel piatto, perché la questione è grave e non accetta mezze misure.

Il giudizio sul caso di Luca Lotti che incontrava i magistrati per discutere di nomine e di collocazioni dei magistrati nelle diverse procure, non spetta alla magistratura e agli organi inquirenti. E chi pensa di poter derubricare il tutto solo attraverso la lente del “reato”, si sbaglia di grosso e non coglie la portata della gravità della situazione.

Lo stesso protagonista della vicenda, nelle sue dichiarazioni con cui si autosospende dal Partito Democratico, insiste nel ribadire la sua innocenza giuridica rispetto ai fatti. E la medesima linea di comunicazione e di pensiero stanno esprimendo molti suoi colleghi di partito, in un tentativo bislacco di una difesa d’ufficio che non ha nulla di serio. E anzi, al contrario, io credo che quelle difese, quel ribadire che Lotti non abbia commesso nessun reato, non fa altro che aggravare il quadro politico della situazione. Il richiamo al garantismo diventa così la furbata pelosa di un pezzo di ceto politico, piuttosto che il valore alto e fondamentale,  garantito dalla Costituzione a tutte le persone che si trovano temporaneamente sottoposte a un giudizio da parte della magistratura e degli inquirenti.

In questa vicenda, pertanto, il giudizio è tutto politico. Come è tutto politico il giudizio sul modo con cui Lotti si autosospende, instillando dubbi sulle qualità morali di altri importanti organi dello Stato, persino minacciando rivelazioni sulle alte cariche dello Stato. A tal proposito, se è davvero certo di ciò che ha da dire, lo faccia e si rechi in una qualsiasi Procura della Repubblica, altrimenti diventa l’ennesimo atto di destabilizzazione degli equilibri già fragilissimi della nostra democrazia.

Il punto politico è chiaro e su questo la politica è obbligata a prendere posizione: a che titolo un deputato della Repubblica, ex ministro, uomo di potere, intrattiene rapporti con magistrati, per stabilire gli equilibri in seno al Consiglio Superiore della Magistratura?

A che titolo la politica si interessa delle nomine all’interno delle procure italiane?

E’ normale che la politica intervenga in maniera così pesante e scomposta su un potere che dovrebbe essere autonomo e separato da quello legislativo? E’ normale che un politico, già indagato da una Procura dello Stato, intervenga per influenzare e stabilire sostituzioni e nomine in quella stessa Procura? E’ lecito anche soltanto incontrarsi per “esprimere opinioni” in un contesto di quel tipo, nottetempo, come se si trattasse di una scampagnata o di una cena fra amici?

La mia risposta a tutte queste domande è no. Nella maniera più assoluta. E se Lotti con le sue dichiarazioni volesse lasciare intendere che “così fan tutti” e “così si fa da anni”, io dico in maniera chiara e netta che probabilmente sono un ingenuo, ma non me lo sono mai nemmeno sognato di aprire interlocuzioni di questo tipo con gli organi di governo della magistratura italiana.

Ribadisco, se ha elementi che riguardano altri esponenti di altri partiti politici, del passato e del presente, faccia ciò che ciascun cittadino modello dovrebbe fare, piuttosto che adeguarsi al sistema, denunci!

Per tutti gli altri, invece, il compito è semplice: esprimere un giudizio politico e adottare gli atti conseguenti. Servono parole e atti netti perché questa è una faccenda che chiama in causa la credibilità delle nostre istituzioni, perché entra nel cuore pulsante del rapporto di fiducia fra Stato e cittadini, e cioè l’organizzazione della giustizia. Ogni silenzio, ogni difesa d’ufficio, ogni professione di presunto garantismo non fa altro che alimentare la sfiducia e terremotare i fragili equilibri del nostro Paese. Lo dico in particolar modo agli esponenti del Partito Democratico, al suo segretario. Perché se in questa vicenda esiste una ragione di Stato, la si trova proprio nella difesa delle autonomie e dell’indipendenza dei poteri definite dal dettato costituzionale.

E di fronte a questa, non c’è ragione di partito che tenga.