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Caso Lotti, il giudizio non spetta (solo) alla magistratura

Metto subito i piedi nel piatto, perché la questione è grave e non accetta mezze misure.

Il giudizio sul caso di Luca Lotti che incontrava i magistrati per discutere di nomine e di collocazioni dei magistrati nelle diverse procure, non spetta alla magistratura e agli organi inquirenti. E chi pensa di poter derubricare il tutto solo attraverso la lente del “reato”, si sbaglia di grosso e non coglie la portata della gravità della situazione.

Lo stesso protagonista della vicenda, nelle sue dichiarazioni con cui si autosospende dal Partito Democratico, insiste nel ribadire la sua innocenza giuridica rispetto ai fatti. E la medesima linea di comunicazione e di pensiero stanno esprimendo molti suoi colleghi di partito, in un tentativo bislacco di una difesa d’ufficio che non ha nulla di serio. E anzi, al contrario, io credo che quelle difese, quel ribadire che Lotti non abbia commesso nessun reato, non fa altro che aggravare il quadro politico della situazione. Il richiamo al garantismo diventa così la furbata pelosa di un pezzo di ceto politico, piuttosto che il valore alto e fondamentale,  garantito dalla Costituzione a tutte le persone che si trovano temporaneamente sottoposte a un giudizio da parte della magistratura e degli inquirenti.

In questa vicenda, pertanto, il giudizio è tutto politico. Come è tutto politico il giudizio sul modo con cui Lotti si autosospende, instillando dubbi sulle qualità morali di altri importanti organi dello Stato, persino minacciando rivelazioni sulle alte cariche dello Stato. A tal proposito, se è davvero certo di ciò che ha da dire, lo faccia e si rechi in una qualsiasi Procura della Repubblica, altrimenti diventa l’ennesimo atto di destabilizzazione degli equilibri già fragilissimi della nostra democrazia.

Il punto politico è chiaro e su questo la politica è obbligata a prendere posizione: a che titolo un deputato della Repubblica, ex ministro, uomo di potere, intrattiene rapporti con magistrati, per stabilire gli equilibri in seno al Consiglio Superiore della Magistratura?

A che titolo la politica si interessa delle nomine all’interno delle procure italiane?

E’ normale che la politica intervenga in maniera così pesante e scomposta su un potere che dovrebbe essere autonomo e separato da quello legislativo? E’ normale che un politico, già indagato da una Procura dello Stato, intervenga per influenzare e stabilire sostituzioni e nomine in quella stessa Procura? E’ lecito anche soltanto incontrarsi per “esprimere opinioni” in un contesto di quel tipo, nottetempo, come se si trattasse di una scampagnata o di una cena fra amici?

La mia risposta a tutte queste domande è no. Nella maniera più assoluta. E se Lotti con le sue dichiarazioni volesse lasciare intendere che “così fan tutti” e “così si fa da anni”, io dico in maniera chiara e netta che probabilmente sono un ingenuo, ma non me lo sono mai nemmeno sognato di aprire interlocuzioni di questo tipo con gli organi di governo della magistratura italiana.

Ribadisco, se ha elementi che riguardano altri esponenti di altri partiti politici, del passato e del presente, faccia ciò che ciascun cittadino modello dovrebbe fare, piuttosto che adeguarsi al sistema, denunci!

Per tutti gli altri, invece, il compito è semplice: esprimere un giudizio politico e adottare gli atti conseguenti. Servono parole e atti netti perché questa è una faccenda che chiama in causa la credibilità delle nostre istituzioni, perché entra nel cuore pulsante del rapporto di fiducia fra Stato e cittadini, e cioè l’organizzazione della giustizia. Ogni silenzio, ogni difesa d’ufficio, ogni professione di presunto garantismo non fa altro che alimentare la sfiducia e terremotare i fragili equilibri del nostro Paese. Lo dico in particolar modo agli esponenti del Partito Democratico, al suo segretario. Perché se in questa vicenda esiste una ragione di Stato, la si trova proprio nella difesa delle autonomie e dell’indipendenza dei poteri definite dal dettato costituzionale.

E di fronte a questa, non c’è ragione di partito che tenga.

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Il Sud destinato a lenta morte programmata per le scelte scellerate della politica

Dalle colonne del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia polemizza con la politica che ha dimenticato il Sud Italia. Lo fa a partire da un fatto di cronaca, ovvero dal dibattito generato dalle parole di due giovani cantanti neomelodici a un programma Rai, sulla criminalità organizzata, sulla magistratura, sui valori.

I due giovani simpatizzavano (usiamo un eufemismo) per la mafia e Galli della Loggia stigmatizza il fatto adducendo come spiegazione che “ormai il Sud è quello”, visto che è stato abbandonato dallo Stato. Ci sono due verità nel ragionamento di Galli della Loggia e una provocazione che io credo però del tutto infondata.

È vero che la politica ha abbandonato il Mezzogiorno e che in questo è stata aiutata dal mantra costruito ad arte anche da certa stampa (George Lakoff lo chiamerebbe “frame”), ovvero che al Sud si sperpera, che la colpa dell’arretratezza economica è dei meridionali, che la povertà è responsabilità della classe dirigente, che il Sud non è pronto alle magnifiche sorti progressive della globalizzazione perché legato al piccolo mondo antico, e così via.

Una serie infinita di luoghi comuni, vere e proprie fesserie, ripetute per anni, che hanno finito per legittimare le scelte politiche dei vari governi, riscopertisi improvvisamente “leghisti”, incapaci di sviluppare un discorso pubblico, politico e istituzionale sull’Italia unita. Un discorso sul Paese.

Come è ovvio, quindi, non sono per nulla d’accordo con l’argomentazione che il Sud sia quello dei cantanti neomelodici, perché così non è. Ci sono sacche di cultura (o subcultura), come è naturale che sia e come accade anche nelle gigantesche periferie delle grandi città italiane ed europee, a ogni latitudine. Ma è pure vero che di fronte a questi signori che inneggiano alle pistole e alle rivoltelle, e pure in totale assenza dello Stato, cresce da sempre un contropotere vero, concreto, nelle diverse esperienze sociali che si occupano di strappare i territori più in difficoltà a quello che sembra un destino ineluttabile.

Pensate al ruolo fondamentale degli insegnanti, in certe scuole di frontiera, in cui è già una vittoria fare in modo che i ragazzi stiano a scuola. Situazioni in cui la voglia di mollare tutto è forte, ma più forte è la vocazione per la professione. Ci sono esperienze così, ce ne sono tante in tanti comuni e vanno valorizzate.

Ma non voglio focalizzarmi sulla polemica con l’editoralista. Piuttosto mi interessa ribadire con forza ciò che da anni diciamo, spesso inascoltati, ovvero che il Sud è stato destinato ad una lenta morte programmata, dalle scelte scellerate della politica. Scelte che già in questi anni stanno mostrando effetti drammatici, come lo spopolamento di intere aree geografiche e la fuga di giovani studenti universitari, o addirittura di ricercatori, che dopo aver completato la formazione negli atenei del Mezzogiorno, sono costretti a perseguire i propri percorsi di vita fuori, per inseguire un qualche progetto di ricerca con borsa.

La demolizione del Sud si muove da anni lungo due assi: da un lato il costante taglio di risorse per i servizi, per le infrastrutture, per le opere pubbliche, per la sanità e per la formazione. Dall’altro, la mancanza di un disegno complessivo sulla vocazione e sul destino del Sud, che per altro, richiederebbe un’idea chiara sul destino dell’Italia, a meno che non si voglia tornare all’impero austroungarici… e visti i tempi e i dibattiti (anche su quell’obbrobrio chiamato autonomia differenziata) potrebbe anche essere.

In sostanza si scommette sul fallimento del Sud, determinandone il fallimento con le scelte. Sulla diseguale distribuzione delle risorse fra le diverse aree geografiche del Paese e fra i cittadini di diverse regioni, ho scritto più volte e ho denunciato i fatti anche all’interno del Parlamento. Una diseguale distribuzione che con i disegni di secessione dei ricchi che ha in testa Salvini, può solo peggiorare.

Ma ciò che più mi preoccupa è la mancanza di un’idea complessiva sul destino italiano, che nasconde in sé, credo, anche la ragione per cui non esistano praticamente più i cosiddetti “partiti nazionali”.

Scrive bene Galli della Loggia che bisognerebbe considerare la peculiare collocazione geografica e geopolitica del Sud (e dell’Italia), protesa nel Mare Mediterraneo e con la schiena rivolta ad est. Ma l’unica preoccupazione della politica rispetto al Mare Mediterraneo risiede nella guerra alle Ong che salvano le vite in mare. Nessun ragionamento, per esempio, viene fatto sui prossimi ingressi nell’area euro dei Paesi balcanici; nessun ragionamento viene proposto su quale debba essere la principale vocazione del Sud in un’epoca di economia globalizzata e con un pesante impulso alla deindustrializzazione di molte aree del Paese, che si riversa con più forza e maggiori drammi proprio sul Sud e sulla vita dei suoi cittadini.

Forse l’unica idea partorita è quella di fare del Sud il luogo in cui si possono “consumare” i soldi della propria pensione, viste le defiscalizzazioni proposte in manovra. Un po’ poco per un’area che perde decine di migliaia di giovani ogni anno. Eppure ci sarebbe da fare.

Proprio la centralità mediterranea del Sud dovrebbe indurre a ragionare su piattaforme logistiche per l’Europa, sulla necessità di investimenti infrastrutturali importanti, sulla costruzione di distretti produttivi a filiera, che valorizzino l’agroalimentare, evitando che il profitto finisca nelle mani della grande distribuzione organizzata.

E inoltre, un ragionamento serio sul futuro richiede un investimento importante sulla formazione, sulla cultura, sulla ricerca pubblica. Ci sono oasi produttive ad alta capacità tecnologica in questo Sud e penso in particolare al distretto della meccatronica in Puglia. Ma necessita di maggiore relazione e maggiore forza trainante da parte delle Università e della ricerca pubblica. E quindi necessita di maggiore risorse.

Queste sono solo alcune idee di un futuro possibile e possono essercene molte altre. Il punto è voler affrontare il tema e non avere pregiudizi ideologici sul Sud, come purtroppo qualcuno al governo dimostra di avere da molti, troppi anni.

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Salviamo il Sistema Sanitario pubblico del nostro Paese

Salviamo il Sistema Sanitario Nazionale pubblico. Subito. Tutti i numeri sulla più grande opera pubblica mai realizzata in Italia ci raccontano da anni di come quasi tutta la politica intenda smantellare pezzo per pezzo l’assistenza pubblica e universale, portarla al minimo delle forze, per poi gridare alla fine del sistema pubblico e trasferire tutto sul privato. E purtroppo i segnali per il futuro non sembrano rosei.

I numeri si conoscevano già, ma la fondazione GIMBE ha contribuito a fare chiarezza con il suo quarto rapporto. Negli ultimi 10 anni sono stati tagliati la bellezza di quasi 40 miliardi di euro dal sistema pubblico. Il mantra è stato quello di tagliare sulla “spesa inutile”.

Chiacchiere! Innanzitutto perché non è una spesa. E in secondo luogo perché non è inutile visto che nel frattempo la spesa privata è cresciuta quasi in egual misura. Inutile per chi, quindi? Certamente inutile per gli estremisti del profitto sulla pelle delle persone. Quelli per cui tutto deve avere un prezzo, e per cui i diritti sono correlati alla capacità di spesa di ciascuno.

Più sei ricco, più hai diritti, che in realtà sono privilegi. Tutti gli altri si arrangino. Il Sistema Sanitario Nazionale è stato e continua a essere un investimento. Il nostro più importante investimento collettivo sul futuro, dal momento che l’Italia ha la mortalità più bassa al mondo per malattie oncologiche e cardiovascolari, perché il nostro sistema non guarda il tuo conto in banca, se hai un problema.

Un investimento collettivo, costruito mattone su mattone in anni di lavoro e di sacrifici di tutti, messo oggi a rischio da chi, invece, vorrebbe che la salute diventasse un investimento privato. Aumentano i fondi di investimento privati, le assicurazioni sanitarie integrative e si sta lentamente tornando alle cosiddette mutue, e cioè il diritto alla salute legato a un contratto di lavoro.

E mentre la politica taglia sul Fondo Sanitario Nazionale, mentre lamenta la mancanza di fondi per assumere medici e infermieri, stanzia comunque diversi miliardi per coprire le spese delle polizze private.

È il solito gioco che si svolge da anni per provare a delegittimare il sistema pubblico a tutti i livelli: faccio tagli, creo difficoltà gestionali, mi straccio le vesti per la mancanza di risorse, mentre foraggio il sistema privato e spingo i cittadini con maggiori possibilità economiche a fare scelte differenti.

Se non si interviene subito a bloccare questa deriva, confermata per altro dalle recenti carte del governo Conte, che minaccia un ulteriore taglio di 3.5 miliardi di euro per il prossimo biennio per ragioni di finanza pubblica, l’esito sarà nefasto per milioni di cittadini italiani.

Noi siamo pronti a qualunque tipo di iniziativa per bloccare ulteriori tagli. E dico di più: un’alternativa credibile, un serio progetto di governo per l’Italia del futuro, non può che partire da qui. Dall’urgenza di restituire al Sistema Sanitario Nazionale risorse economiche e umane adeguate.

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Mi dimetto da segretario di SI. Serve discussione e riflessione seria ed ampia. Ma non è il tempo di tornare a casa o di lasciare l’impegno

Ho rassegnato le dimissioni da segretario nazionale di Sinistra Italiana.  La campagna elettorale delle elezioni europee de La Sinistra ha prodotto un contributo di idee interessante e profondo. Ha avuto il merito di porre con forza alcuni temi su scala europea: la ridistribuzione della ricchezza, la lotta per l’uguaglianza, i diritti.  Dalla campagna elettorale è emersa anche con forza, dal basso, a volte il dispiacere, a volte il fastidio per la frammentazione delle proposte di Sinistra. E questo è un tema vero. Entro la pausa estiva verrà convocata l’assemblea nazionale del partito per avviare la fase congressuale. A Claudio Grassi, presidente di SI, il compito di istruire questo percorso.

È una frammentazione a volte davvero inspiegabile e prima delle elezioni europee abbiamo provato con ogni sforzo ad aggregare una proposta unitaria che si riconoscesse nella cultura della sinistra ed ecologista europea.  Rimane lì il tema, sul campo.  E io voglio continuare a dare sul campo il mio contributo per la riunificazione delle proposte, che abbiano connotati di chiarezza, radicalità e credibilità. E il mio primo contributo è rassegnare le dimissioni da segretario del partito. Spero che sia utile a stimolare una riflessione collettiva, seria, senza sconti, che non pensi di trovare scorciatoie di nessun tipo.

Non è tempo di tornare a casa. Non è tempo di lasciare l’impegno. Non è tempo di rinchiudersi.  Io ci sono, con determinazione e forza.  Nei dibattiti, nelle lotte, nei presidi. Nulla è immutabile. Bisogna avere spirito, costanza e determinazione. Qualità che ho trovato nei compagni e nelle compagne che in questi mesi hanno lavorato e ci hanno aiutato. Andiamo avanti.

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Sulla Certosa di Trisulti revocata a Bannon abbiamo vinto, ma mancano risposte

C’era una volta, in una fredda giornata di dicembre, una piccola comunità, fra i rigogliosi colli ciociari, che aveva deciso di manifestare contro gli uomini ricchissimi e potenti della destra mondiale, capitanati da Steve Bannon e il cardinale Burke, che avevano sottratto loro uno dei luoghi simbolo del territorio, la Certosa di Trisulti. Nessuno aveva dato credito a un gruppo di qualche centinaio di “camminatori” che chiedevano legalità, rispetto della storia del territorio e della democrazia. Nessuno pensava che avrebbero potuto battere la corazzata degli estremisti neri dei dollari e del crocifisso.

E oggi invece abbiamo scoperto che è possibile far saltare il quadro, anche quando sembra impossibile. Il Ministero dei Beni Culturali infatti oggi ha avviato l’iter per la revoca della concessione della Certosa di Trisulti alla fondazione Dignitatis Humanae Institute. Quella fredda mattina del dicembre io ero con loro, durante la marcia. Mi sono messo a disposizione, ho svolto il mio ruolo da parlamentare, ho presentato atti alla Camera e ho marciato più di una volta da Collepardo a Trisulti.

Abbiamo vinto, ma resta più di qualche domanda su questa vicenda. Come sia stato possibile, per esempio, che il Ministero guidato da Franceschini abbia assegnato il bene alla DHI in palese violazione di quanto richiesto dal bando. Le ragioni della revoca dell’assegnazione, illustrate oggi dal sottosegretario Vacca, ricalcano precisamente le domande che ho più volte posto in Parlamento. Le stesse domande che per più di un anno e mezzo i comitati locali avevano inutilmente rivolto alle Istituzioni. La DHI non aveva personalità giuridica, non aveva fra i suoi scopi statutari la valorizzazione del patrimonio pubblico, ma solo finalità privatistiche e politiche, non aveva alcuna esperienza pregressa nella gestione di patrimoni pubblici e culturali.

E per di più, l’associazione è persino inadempiente sui pagamenti e sugli investimenti previsti per la ristrutturazione dell’immobile. Per non parlare poi delle ultime rivelazioni su documenti bancari provenienti da Gibilterra. Sono contento si sia iniziato a far luce e che un bene pubblico di questo Paese possa venir restituito alla collettività e ai cittadini italiani. Ma resta la domanda: come hanno potuto assegnare allora quel bene a Steve Bannon e ai suoi amici, visto ciò che si leggeva sin dall’inizio dalle carte?

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La decisione del Mibac su revoca concessione Certosa di Trisulti a Bannon è vittoria della legalità

L’avvio dell’iter di revoca della concessione dell’abbazia di Trisulti alla fondazione di Steve Bannon è una bellissima notizia.
È una vittoria della legalità, del buonsenso e delle popolazioni di quel territorio che si erano viste scippate un bene comune di cosi inestimabile importanza e bellezza.

Ed è una vittoria di quei comitati locali che non si sono arresi e hanno lottato per un anno e mezzo. Noi che siamo stati fra i primi ad averli sostenuti, siamo fieri ed orgogliosi di questa battaglia.
Rimane solo l’amarezza per il fatto che se anche altri ci avessero creduto prima, non si sarebbe perso così tanto tempo e l’Abbazia non si troverebbe nelle condizioni precarie in cui oggi si trova.
Ora l’urgenza è salvare questo patrimonio inestimabile, recuperare il tempo perduto e rendere a quelle popolazioni e a quel territorio la Certosa di Trisulti.

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Non siamo stati percepiti come utili a fermare le destre, non chiudiamoci fra noi

«La nostra proposta è stata schiantata dal richiamo al voto utile». Per Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana, l’analisi della sconfitta della lista La Sinistra, nata dopo il deragliamento di un’altra lista, Liberi e uguali, è amara. «Più in profondità, questa fase politica è stata segnata dalla polarizzazione di uno scontro. E in questo scontro il bisogno di difendersi dall’onda nera ha prevalso su tutto il resto. Un racconto a cui tutti abbiamo contribuito e che ha portato i cittadini a votare dove sembrava più forte la possibilità di fare resistenza.

L’onda nera non c’è?
C’è, c’è. E ha messo in secondo piano i contenuti necessari per recidere le radici su cui quell’onda ha costruito la sua forza. Ma, sia chiaro, questo non ci assolve.

Dare la colpa al ‘voto utile’ non è autoassolversi dai limiti della vostra proposta?
È il contrario. Gli elettori hanno scelto chi sentivano più efficace per fermare le destre. Ci hanno considerati insufficienti e poco credibili. Poi ci sono altri elementi, la costruzione tardiva della lista per esempio, ma non credo che questo sia il punto.

Davate l’impressione degli stessi ceti politici che si rimescolano, dalla Sinistra Arcobaleno a L’Altra Europa a Leu?
Magari, nel 2014 abbiamo preso il 4 per cento. Ma certo, il tema del mancato ricambio e rinnovamento c’è. Ma non è centrale. È paradossale un risultato così proprio mentre nel paese si avverte un risveglio democratico.

Lei è stato un protagonista della lista, per alcuni suoi compagni sembrava il leader. Troppo?
In questa campagna ho messo tutte le mie energie, fino all’ultima goccia. Come tutti e tutte. Non è bastato. Quando si è trattato di ammettere la sconfitta ci ho messo la faccia.

Il 9 giugno ci sarà l’assemblea della lista. Altre volte le spaccature sono arrivate proprio dopo il voto. Quale sarà la proposta di Si per il futuro della lista?
Sinistra Italiana ha riunito la segreteria, sabato terrà la direzione. Decideremo insieme. Io andrò all’assemblea: è doveroso ragionare sul futuro. Abbiamo di fronte una stagione complicata e un percorso lungo, dobbiamo riconquistare un insediamento sociale nel paese, fin qui ci siamo dispersi in sperimentazioni generose ma evanescenti. La frammentazione della sinistra, dai Verdi a noi al Prc a Possibile, l’Altra Europa, Diem, Dema, èViva e le esperienze civiche, va superata. È percepita come insopportabile. Anche se questa lista ha provato a costruire la più larga unità. Proverò a dare un contributo. Ma non basta. Il voto ci pone un’altra questione: collocare lo sforzo di ricomposizione e rigenerazione dentro la costruzione di un’alternativa alle destre. Il nodo non può essere più aggirato. Non possiamo chiuderci fra noi dicendo che abbiamo ragione ma non ci hanno capiti. Senza rinunciare ai nostri valori e contenuti, occorre dichiararsi pienamente coinvolti dalla richiesta che viene dal paese: costruire un’alternativa a una destra che raggiunge il 50 per cento e in cui la destra radicale sta sul 40.

Dal 2 per cento al 50 mancano 48 punti. A chi si rivolge?
A tutti quelli che sono oggi interessati a costruire un’alternativa a questa destra. Rispetto l’entusiasmo del Pd, non lo contesto perché ho il senso della misura, ma se immagina un’alternativa concreta non può limitarsi alla riproposizione di schemi vecchi. Tanto meno il centrosinistra. Serve rivolgersi ai 5 Stelle e favorirne il cambio di prospettiva. Per tirarlo dentro questo campo.

Riaprire un dialogo con il Pd dopo gli anni del freddo? Come?
Costruendo uno spazio di discussione in una prospettiva diversa. Perché questa alternativa abbia gambe serve un lavoro sociale per riconquistare tutti quelli che sono andati a destra e che hanno smesso di votare. Serve mettere mano ai nodi su cui il centrosinistra è stato sconfitto. Non pretendo che il programma sia il nostro. Ma si devono porre al centro i diritti e le libertà, lo dico a M5S. E i diritti sociali, il lavoro, la distribuzione della ricchezza, la protezione di chi non ce la fa, e questo lo dico al Pd. Altrimenti anche le forme più larghe di coalizione sono inefficaci. Guardiamo al Piemonte: un’alleanza larghissima, ma ugualmente non competitiva. Lavoriamo su una piattaforma, su parole nuove. L’exploit di Bartolo (il medico di Lampedusa, ndr) vorrà ben dire qualcosa.

C’è stato anche l’exploit di Calenda, però.
Sarebbe persino una buona notizia se nascesse una forza centrista. Ognuno fa il suo mestiere e organizza pezzi di società. I contenitori di tutto e il contrario di tutto non funzionano.

Quindi lei potrebbe dialogare anche con Calenda?
Se il tema è la costruzione di un’alternativa la discussione si fa tra diversi. Ma non si può immaginare un’alternativa continuando a inseguire l’avversario sul suo stesso terreno.

Per il Prc la pregiudiziale anti Pd sembrerebbe un dato acquisito.
Sarebbe un errore se fosse così. Lo dico qui e lo dirò all’assemblea del 9 giugno. Non ho cambiato giudizio sul Pd e sui suoi governi. Ma non possiamo non misurarci con la realtà. Non sto proponendo di affrontare la questione riducendola soltanto a un problema di alleanze. Ripeto: il centrosinistra, non c’è più, serve uno schema nuovo.

Lei si dimette?
A questa domanda risponderò alla direzione del partito. È un dovere comunicare le mie scelte innanzitutto davanti agli organismi dirigenti e alla mia comunità politica. “

(Intervista al Manifesto a cura di Daniela Preziosi)

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Ogni eurodeputato eletto a sinistra è un eurodeputato tolto alla destra

Ultimo giorno di campagna elettorale. Prima della chiusura a Roma ho partecipato al video forum di Repubblica.it. Se volete potete riascoltare cosa ho detto.

Europa, governo, sinistra: videoforum con Nicola Fratoianni

Elezioni europee, governo bloccato, futuro della sinistra. Il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni ospite del videoforum di Repubblica TV. In studio Stefano Cappellini

Posted by la Repubblica on Friday, 24 May 2019

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Se la riduzione dell’orario di lavoro fa rima con clima

 

Se la politica avesse in mente il futuro, al primo posto della propria agenda ci sarebbe una parola su tutte: la parola clima. Il cambiamento climatico è il crocevia del nostro tempo, e di quello a venire. Ha in sé un potere sovrano, più dell’economia, ancor più della stessa finanza, un potere che esercita su tutti i viventi, indistintamente.

E invece continua a essere colpevolmente assente dalle politiche e dalle azioni dei governi di ogni parte del pianeta, assente dal dibattito elettorale europeo, se mai di dibattito sia lecito parlare. Assente nel nostro paese, nel quale domina incontrastata la narrazione della paura dell’altro e dell’avvenuta abolizione delle povertà, usate entrambe come quotidiana retorica del governo del cambiamento, quando la realtà dei fatti imporrebbe il cambiamento del governo, per iniziare almeno a voltare pagina.

L’ultimo segnale che occorre fare qualcosa ci arriva da una ricerca di un gruppo di studio britannico Autonomy pubblicata sul quotidiano The Guardian nella quale si dimostra come le persone in tutta Europa dovranno lavorare drasticamente meno ore per evitare un riscaldamento climatico disastroso.

Le scoperte sono basate sui dati dell’OCSE e delle Nazioni Unite sulle emissioni di gas serra. Will Stronge, il direttore di Autonomy, ha affermato che la ricerca ha evidenziato la necessità di includere riduzioni dell’orario di lavoro come parte degli sforzi per affrontare l’emergenza climatica:

“Diventare una società verde e sostenibile richiederà un certo numero di strategie – una settimana lavorativa più breve è solo una di queste, ha detto. Questo documento e l’altra ricerca nascente nel campo dovrebbero darci un sacco di spunti di riflessione quando consideriamo quanto sia urgente un Green New Deal e come dovrebbe essere”.

Il riferimento è chiaramente alla politica espressa dai principali partiti, di oggi e di ieri, del peso delle loro enormi responsabilità. Responsabilità che travalicano la politica stessa, e assumono sempre di più una valenza etica, dal momento che una politica incapace di agire nel rispetto del pianeta toglie futuro a ciascun individuo.

Prima, evocando come apocalittici coloro i quali avevano per tempo messo in guardia dagli sconvolgimenti di natura planetaria cui si sarebbe andati incontro a causa del cambiamento climatico. Ora, confinando la gigantesca questione climatica a predica della domenica, ogni volta conclusa con indicazioni generiche, nessuna delle quali giunge alla radice del problema, come si deduce scorrendo i programmi dei partiti, per non dire del contratto di governo tra Lega e Cinque Stelle.

Alla radice del problema, giungono invece nel frattempo, per strade diverse, altri soggetti, cui va il merito di portare alla coscienza individuale e collettiva una diversa narrazione del tempo presente e di come andare consapevolmente incontro a quello futuro, una narrazione alternativa.

La comunità scientifica internazionale, sempre più impegnata nell’analisi e nella ricerca; l’azione dell’attuale Papa, che di fronte alla terra ferita evoca la necessità e l’urgenza di una conversione ecologica; l’ampio movimento internazionale di giovani e giovanissimi, Friday for Future, messo in moto dall’azione di protesta di Greta Thunberg dinanzi al colpevole silenzio dei governanti in materia di riscaldamento globale.

In sintonia con molte delle analisi e delle proposte di questi differenti soggetti si muove il Manifesto per il clima prodotto dalla GUE – il raggruppamento politico della sinistra al Parlamento Europeo, cui aderisce Sinistra Italiana – frutto del lavoro svolto in questa legislatura e impegno per quella che inizierà dopo il voto del prossimo 26 maggio.

Il cambiamento climatico è il crocevia del nostro tempo per il fatto che da qui passano, e a esso si connettono, i crescenti conflitti geopolitici, i movimenti migratori, le modificazioni strutturali del lavoro umano, gli assetti del territorio, la grande e planetaria questione della fame e della qualità del cibo, dunque dell’agricoltura, dell’energia, della salute e dell’istruzione.

Soltanto l’ignavia di quelle classi dirigenti che concepiscono la politica come pratica del consenso per l’esercizio del potere nel tempo presente, in una totale assenza di prospettiva futura, porta a non considerare il peggioramento delle condizioni di vita di ciascun essere vivente come diretta, e inedita, conseguenza del fatto di non porre il clima come la nuova sfida per la specie umana.

Ma proprio l’entità della questione climatica, capace di evocare insieme il comune destino umano e il senso di futuro del pianeta, impone di affrontarla nell’unico modo in cui è ancora possibile risolverla: andando alla radice dei nodi, dei grovigli, cioè delle ingiustizie e delle diseguaglianze, prodotte da un modello di sviluppo sociale e di consumo che occorre rapidamente riconvertire.

E conversione è allora la chiave che apre la prospettiva a un diverso modello di relazioni economiche, produttive, di consumo; un’organizzazione della società nella quale il territorio e la partecipazione risultano i fattori decisi per un cambiamento reale, concreto, delle condizioni di vita delle persone. La conversione non si costruisce praticando scorciatoie, aggiustamenti dell’esistente.

Proprio perché risulta, nei fatti, un cambio di paradigma, come indicano gli scienziati che analizzano il mutamento climatico e le sue rovinose conseguenze in tempi sempre più prossimi, comporterà inevitabilmente una fase di passaggio, di transizione, tra vecchio e nuovo. Il definitivo abbandono delle fonti energetiche fossili e l’approdo a quelle rinnovabili, è uno degli snodi necessari di questo passaggio.

Ricordo per esempio che in Italia ci sono ancora ben 18 miliardi di euro all’anno di incentivi all’utilizzo delle fonti fossili di energia. Se questi incentivi venissero cancellati, con quei soldi si potrebbe mettere in campo un grande piano per il potenziamento del trasporto pubblico su ferro, per l’efficientamento energetico e cosi via.

Come lo è senz’altro la green economy, laddove mette in campo una ricerca e una pratica di opportunità di mercato, e conseguentemente di un profitto più distribuito, sul terreno di una produzione di merci a un minore impatto ambientale.

Dunque il progetto di una conversione ecologica dell’attuale modello sociale e di vita delle persone si può senz’altro combinare con quelle differenti iniziative che vanno incontro ad una transizione tra vecchio e nuovo, tra adesso e dopo. Ma essa, a differenza di tutte queste, comporta la messa in discussione dell’assetto odierno dei poteri globali, incentrati sul predominio della finanza internazionale, che più s’estende e più fa crescere diseguaglianze sociali e territoriali.

Un altro paradigma, appunto, un modello di vita e di rapporti sociali alternativo a quello oggi esistente, ecco la radicalità della conversione ecologica come va posta oggi.

Essa è l’esatto opposto di un cambiamento sociale ed economico imposto dall’alto, col bastone del comando. Esige una conoscenza diffusa, interdisciplinare, un insieme di saperi espressione della diversità dei territori, del limite e dell’uso delle loro risorse.

E un capitolo nuovo, e strategico, di queste risorse è proprio quello che deriva dalla valorizzazione e trasformazione degli scarti e dei rifiuti prodotti da questo attuale sistema incentrato sullo spreco dissipativo come risvolto delle diseguaglianze redistributive. La risposta vincente alla globalizzazione centralizzata non è quella tra sovranismo monetario e nazionalistico e un indistinto processo comunitario europeo, come non lo è quella tra protezionismo da una parte e liberalizzazione dall’altra.

Ognuna di queste strade conduce a un simile esito, speculare l’uno all’altro: lasciare intatti i meccanismi di fondo di una selvaggia competizione economica che mentre accresce indistintamente la produzione di merci contrappone tra di loro i lavoratori, vecchi e nuovi, escludendoli dai processi di produzione e di consumo, in un gioco dell’oca mondiale che risulta ogni volta a somma zero: per uno solo che vince, tutti gli altri soccombono.

L’alternativa radicale che indica la conversione è prima di ogni altra cosa quella di mettere in capo alle comunità locali processi e dinamiche partecipative in grado di realizzare rapporti diretti tra produttori e consumatori, superando quei poteri d’intermediazione di un mercato guidato dalla logica del minor costo del lavoro e dell’illimitata libertà d’inquinamento.

È un processo, che nella sua necessaria gradualità, chiama in causa ciascun comparto sociale: le imprese produttive nei diversi comparti dell’agricoltura, dell’edilizia, dell’alimentare, dell’assetto idrogeologico; le reti entro cui i beni prodotti si realizzano e si mettono in circolazione; le strutture dislocate nei diversi territori; le istituzioni come gli ordinamenti giuridici.

E dunque la politica, che a sua volta necessita di una riconversione capace di porre al centro la pratica inclusiva dei legami sociali, dell’autonomia delle persone e delle comunità in un agire condiviso, mettendo all’angolo quel “pensiero unico” su cui si fonda l’attuale globalizzazione di mercati e capitali, che esclude ogni reale protagonismo soggettivo e comunitario relegandoci nell’individualismo solitario e impotente.

Questo ci dice la scienza alle prese con l’analisi sul campo del cambiamento climatico; questo indica papa Francesco nella sua enciclica che rimane uno dei punti più alti di riflessione e di proposta su scala mondiale; questo intende Greta interpretando il modo di sentire dei giovanissimi che non intendono affatto rinunciare al futuro delle loro vite appena cominciate. E questo proponiamo noi sentendoci, nella nostra piena autonomia di soggetto intento a costruire una soggettività politica della sinistra in Italia e in Europa, in una più che buona compagnia.