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Diario di bordo dalla Open Arms

22 Luglio

L’aereo atterra a Palma di Mallorca con un po’ di ritardo. Uscito dall’aeroporto, intorno alle 16, chiamo Riccardo Gatti, il capo missione. Durante quella precedente, comandava la Astral su cui erano imbarcati Erasmo Palazzotto, Marc Gasol e Annalisa Camilli. Mi spiega come raggiungere la nave. Salgo su un taxi e mi avvio.

Arrivo alla Open Arms intorno alle 16:45.

Il vento alza la polvere sul molo, al Dique de L’Oeste. Salgo a bordo. Mi portano subito a fare un rapido giro della nave che un tempo, tra le altre cose, è stata anche un mezzo dei bomberos (i vigili del fuoco). Il tempo di completare gli ultimi preparativi, degli abbracci con i volontari che sbarcano dopo l’ultima missione, la 47, e poi via. Lasciamo il molo e poco dopo siamo fuori dal porto.

È cominciata la missione 48 della Proactiva Open Arms. Ogni missione è una cosa a se stante. Al ritorno si chiude una pratica e se ne apre un’altra. È necessario per dare ordine al lavoro, per tutelare i membri dell’equipaggio e definire, rispetto alle singole missioni, gli ambiti di eventuali responsabilità. Il Capitano di questa missione è sottoposto ad indagine. La guerra contro le Ong la fanno anche così.

Siamo appena partiti e il lavoro procede con un suo ordine. La squadra dei soccorritori mette ordine tra i materiali e distribuisce le dotazioni personali più importanti. La prima è costituita da un giubbotto salvagente molto particolare. Un tubolare leggero che passa intorno al collo e con due cinghie sotto alle gambe e che, mi dicono, si gonfia al contatto con l’acqua. Se cadi in mare ti tiene su. Ma non è ingombrante quando ti devi muovere a bordo come per gli altri giubbotti. Poi la “divisa”: due magliette, due paia di pantaloncini, un frontale. Una lucetta che si fissa sulla fronte con una fascia elastica e che serve a muoversi sulla nave durante la notte. Quando è buio e le luci sono spente.

Comincio a conoscere gli altri. Il personale medico è costituito da due dottoresse. Entrambe italiane. Giovanna e Marina. L’anno scorso hanno passato 8 mesi sulle navi nel mediterraneo.

Marina è stata molte volte in Africa. Tra queste in Sierra Leone per l’ebola. Sono loro che si sono prese cura di Josefa dopo il salvataggio. E sì, le hanno anche messo lo smalto alle unghie. Perché la cura non è solo medicalizzazione. È anche umanità, affetto, rispetto e relazione. Spiega a me e a Valerio, un free lance romano che lavora per AP, come ci si comporta di fronte alle più frequenti patologie che si incontrano dopo un salvataggio. E come riconoscerle. Malattie respiratorie (il più delle volte legate al freddo e all’umidità), le ustioni chimiche che ti portano via la pelle come se fosse un guanto. Si producono quando stai per molto tempo a contatto con i combustibili, nella stiva dei barconi o in acqua dove galleggia la nafta dopo un naufragio. È necessario spogliare subito le persone, lavarle abbondantemente e dotarle di vestiti puliti. O in mancanza di questi, delle coperte termiche. Per capirci quelle che fuori sembrano d’oro. Sono efficaci, a patto che avvolgano un corpo nudo e asciutto. Mentre parla sorride. Ha un tono e parole rassicuranti. “Quando non è strettamente necessario, cerco di non usare i guanti. Stringere la mano o fare una carezza a mani nude è un’altra cosa. Stabilire un contatto conta molto. Abbiamo a che fare con persone traumatizzate”. Cura. Appunto.

Ora è il momento di stabilire i turni.

Ognuno deve sempre sapere cosa deve fare. Così, se qualcosa non va, sappiamo con chi prendercela mi dice, sorridendo, il capo missione. Ci sono tre squadre di quattro persone. Due formate da tre soccorritori e un giornalista. Oltre a Valerio a bordo c’è Juan, un fotografo della Reuters. 55 anni, di origine Argentina che vive e lavora a Madrid. Poi la mia, con Riccardo Gatti e le due dottoresse. I turni ruotano. Un giorno “limpieza“ (pulizia di tutti gli spazi comuni, bagni, corridoi e ponte), quello seguente cucina. Il terzo riposo. Ogni giorno però, sei ore a testa di guardia. A gruppi di tre. Il mio è quello che va dalle 6 alle 9 del mattino e dalle 18 alle 21 della sera.

È arrivata l’ora della cena. La prima a bordo. Riso e un curry di verdure. Alle 22 sono a letto. Si balla e all’inizio fatico a prendere le misure della mia cuccetta. Quella di sopra in un letto a castello.

23 Luglio

Alle sei arrivo sul ponte e Ricardo, l’ufficiale che ha guidato nella notte, mi spiega che abbiamo ballato perché c’era “mare di fondo” (un onda lunga e vecchia che residua da una situazione di vento precedente).

Mi mostra gli strumenti fondamentali, il radar, la radio, il sistema di navigazione. Guardandolo si capisce che tra dove siamo e il sud della Sardegna ci sono 20 ore di navigazione. Intanto il sole è sorto. E illumina una piccola nave. Piena di umanità. Alle 10:00 Riccardo ha un collegamento con Agorà. Poco prima mi aveva raccontato di essere nato in un piccolo paese lombardo, vicino a Pontida. Ci viene da ridere. Arriva la telefonata. Lui risponde con calma. Parole semplici. “No guardi, non ci interessa replicare a Salvini”. Il ministro della propaganda e del cinismo ha appena rilanciato il suo carico di insulti e veleno contro ong e “buonisti”, come li chiama lui. Che poi, se noi siamo buonisti e se essere buonisti è un titolo di demerito, evidentemente a lui piace essere un “cattivista”. Riccardo continua: “La nostra non è una battaglia politica. Facciamo solo ciò che abbiamo sempre fatto. Andiamo dove c’è bisogno di noi. A salvare la vita di chi rischia di perderla.”

Niente di più politico. E potente. Quando finisce cominciamo a parlare. C’è Marc, il capitano. Mi arrangio con il mio, quasi inesistente, spagnolo. Marc non è un attivista. Ma stando qui si è fatto un’idea. È lui che mi parla della scelta fatta dopo il salvataggio di Josefa e il ritrovamento dei cadaveri di un bambino e di un’altra donna. Andare in Spagna, rifiutare la proposta di Catania, avanzata dal Governo solo dopo 10 ore. Ore piene di insulti. E di minacce. Le ore della Fake News. Salvini pronuncia quella parola pochi minuti dopo la diffusione delle immagini. Immagini di morte. Le immagini della sua colpa e della colpa del governo Italiano, del suo collega, il cittadino Toninelli. Stanno trascinando nella vergogna un intero Paese. Porti chiusi. Marc (42 anni) lo dice in modo semplice e diretto: “Noi non ci fidiamo. Se cambia la situazione noi torniamo. Se cambiasse la situazione in Libia andremmo anche lì. In fondo, l’obbiettivo finale, è non dover andare più in mare. A fare quello che facciamo. Dovrebbero farlo le istituzioni, gli Stati. Non noi. A noi tocca una supplenza.”

Già. Ha ragione. In fondo è così semplice da capire. L’Italia, il mio Paese, lo faceva. Mare Nostrum si chiamava la missione. Voluta dal Governo Letta a cui io facevo opposizione, ma che, su questo punto, ebbe la forza e la dignità di reagire dopo la catastrofe del 3 ottobre 2013 davanti alle coste di Lampedusa.

Poi quella missione è stata cancellata. E Salvini non era ancora arrivato. Poi hanno fatto accordi con la Libia, con un governo che non controlla nemmeno l’intera città di Tripoli. E hanno trasformato gli scafisti in carcerieri. Nel frattempo avevano bombardato i barconi. Ecco perché ora usano gommoni cinesi che si rompono dopo poche ore. Altro che “Pull Factor” degli aiuti. Poi hanno imposto il “codice di condotta” alle Ong per impedirne sostanzialmente il lavoro ed è cominciata una impressionante campagna di delegittimazione. Su cui è prontamente salito Di Maio. “Le Ong sono Taxi del mare” disse. Una vergogna. Ma anche allora Salvini non c’era. Furono i governi Renzi prima e Gentiloni poi a fare tutto questo. Col ruolo decisivo dell’allora Ministro Minniti.

Poi Salvini è arrivato davvero. Gli avevano aperto le porte e steso un tappeto rosso. E ha fatto Salvini. È andato oltre.

Anche per questo sono qui. Perché la Costituzione ci dice che le funzioni pubbliche vanno esercitate con disciplina e onore. E, allora, di fronte ad un Governo che ogni giorno calpesta l’onore di un intero Paese esercitando il potere di lasciar morire persone che potrebbero essere salvate, bisogna pur fare qualcosa.

24 luglio

Durante le guardie si prende nota di ogni comunicazione tra le varie autorità costiere e i natanti, per capire cosa accade e in ogni caso per avere traccia di tutto ciò che succederà e ogni due ore viene inviata una mail alla MRCC di Roma per comunicare data, orario e coordinate. Alla Marina Spagnola la stessa mail viene inviata due volte al giorno. Alle 10 di mattina e alle 22 della sera.

Dopo la guardia c’è il turno di cucina. In realtà non cuciniamo (e la cosa mi dispiace perché cucinare è una cosa che amo fare), ma è necessario apparecchiare per i due turni di mensa. Attorno al tavolo riescono a mangiare al massimo 11 persone e noi siamo in 19. Alla fine, dopo aver mangiato anche noi è il momento di lavare i piatti e pulire cucina e sala da pranzo. Quello che colpisce è che c’è sempre qualcuno che, pur non avendo alcun obbligo, si offre di aiutare. E nessuno dimentica mai di sorridere e ringraziare. Probabilmente è necessario se si vuole convivere in un ambiente che ti costringe ad una promiscuità continua.

Nel pomeriggio due ore di esercitazioni. Prima una anti incendio. Poi quella di abbandono della barca. Il Capitano ci spiega che è necessario imparare almeno le nozioni fondamentali. Che durante una emergenza possono diventare decisive. Dopo la fine si discute di come è andata mentre i due pompieri provano l’equipaggiamento da indossare in caso di interventi particolari. Sono le 20 e la cena stasera comincia un po’ più tardi. Da oggi occhi aperti e un clima più teso durante i turni di guardia. Siamo ancora a 200 miglia dalla zona SAR di fronte alla Libia. Ma già qui, di fronte alle coste tunisine non è infrequente incrociare barconi e gommoni di migranti. A un certo punto vediamo una nave che non è segnalata dagli strumenti. Saliamo sul pennone dove c’è un binocolo più potente. Il marinaio esperto guarda e dice: pescano tonni…intanto ho agganciato le celle telefoniche tunisine. E sono riuscito a chiamare casa, finalmente.

25 Luglio

La mattina comincia con un delfino. Ne vedremo altri nel corso della giornata. Ma il primo, un grosso esemplare ci salta intorno per un bel po’. Attraversa la linea di navigazione da destra a sinistra più volte. Sotto la prua. E Salta. E sembra che si giri in acqua per guardarti e salutare. Corro a fargli una foto per mandarla a mio figlio.

Intorno alle 15 dopo quasi 72 ore di navigazione ininterrotta, siamo arrivati nella zona SAR libica. Fino ad adesso nessun avvistamento e nessuna comunicazione rilevante intercettata dalla radio. Solo qualche peschereccio e qualche barca di avvoltoi. Mi spiegano che capita spesso di vederne. Sono piccole imbarcazioni che escono per pescare ma cercano, tra una battuta e l’altra, qualche gommone vuoto da rivendere. In fondo, chiosa Riccardo Gatti, si tratta soltanto di poveracci. Altri disperati. Adesso operare qui è più difficile.

Prima era MRRC di Roma a chiamare e inviare le coordinate per orientare le ong. Ora, mi dicono, non accade più. Spetta ai libici, come vuole il governo italiano. Ma cosa fanno i Libici, come operano e come intendono il soccorso lo abbiamo visto con la vicenda drammatica del salvataggio del 17 luglio. Durante la missione 47 della Open Arms e della Astral, dove era imbarcato Erasmo Palazzotto. La verità è che i Libici non sono attrezzati e soprattutto che quando intercettano una barca che fugge dalle loro coste, quello che fanno, anche senza lasciar persone in mare, non si chiama salvataggio ma cattura. Qui c’è una questione fondamentale. Chi parla di fermare, azzerare, impedire gli sbarchi, aggiungendo che si tratta del solo modo di evitare la morte in mare, non ha alcun interesse per la vita di chi fugge. Per la loro storia, individuale e unica. Non per nulla le convenzioni internazionali, proibiscono come un crimine il respingimento collettivo. Ma soprattutto, non fa i conti con una verità semplice da capire, se capire resta un obbiettivo. Le partenze, almeno quelle che prevedono il rischio molto concreto di perdere la vita propria e di quanto si ha di più caro come un figlio o una figlia, si fermano se si azzerano le ragioni che ti spingono ad una scelta tanto disperata. E quelle ragioni hanno un nome. Che spesso fa rima con Occidente e dunque anche con Italia. Si chiamano guerra (magari combattuta con bombe e armi vendute anche da noi), persecuzione, ma anche fame. Povertà assoluta. Assenza di qualsiasi prospettiva di futuro. Ci penso mentre ricomincia il mio turno di guardia. Quello serale. Mi hanno insegnato ad usare il binocolo per guardare l’orizzonte. E il mare, questo mare nostro, è bellissimo e grande. Di una grandezza che cogli solo se ci stai in questo modo. Pensare di chiuderlo, trasformarlo in un enorme cimitero a cielo aperto, è un crimine contro l’umanità. La storia. Le culture millenarie che lo circondano. Chi è complice, chi non trova il modo di reagire, ne risponderà. Davanti alla Storia.

26 Luglio

Sveglia alle 5:30. Alle 6 comincia il turno di guardia. Salgo sul ponte e mi accorgo che siamo quasi fermi. Ricardo Sandoval mi spiega che andiamo a 3 nodi. È la velocità di pattugliamento. Sul radar abbiamo alla nostra destra un piccolo puntino. Stiamo aspettando per capire se “entra”. Se si dirige verso di noi. Cioè verso nord, verso le coste dell’Europa. Navighiamo poco oltre le 24 miglia. È il limite di sicurezza. Il nuovo limite. 12 miglia sono la distanza che misura le acque territoriali vere e proprie. Entro le 24 però, lo stato frontaliero può esercitare una serie di diritti, tra cui quello di costringerti a seguire in porto le proprie unità. E con i Libici i rapporti non sono buoni. Prima era tutto diverso. Interventi e salvataggi si svolgevano anche molto più vicino alle coste. Vicino. Se cadi in mare e non sai nuotare, un miglio diventa già una distanza insormontabile. Difficile, per la verità, anche se sai nuotare. Stiamo discutendo della possibilità di mandare una lancia. Sono gommoni veloci con cui si effettua la fase più immediata e complessa del salvataggio. Arrivano rapidamente nel punto sensibile e, se trovano persone, le riportano a bordo della nave, che, nel frattempo, può avvicinarsi.

Mentre scrivo avvistiamo una nave della guardia costiera libica. Si muove parallelamente a noi…

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È il momento di unire le forze che vogliono un cambio radicale di questa Europa

Le prossime elezioni europee rappresentano un passaggio decisivo per l’Europa, per l’Italia e, in modo ancora più marcato, per la sinistra. Visto il quadro, si potrebbe dire che le elezioni europee del 2019 determineranno in maniera forse permanente il percorso delle forze politiche, la loro riorganizzazione e il loro posizionamento.

L’Europa, la definizione del suo futuro, diventeranno, di fatto, il terreno di battaglia e di discussione fra le diverse forze. Finalmente.

La tenuta sociale e politica dell’Europa dipende dalla capacità che avranno le forze politiche della Sinistra di determinare un cambio di rotta radicale sul terreno economico, della politica monetaria, della natura della Banca Centrale Europea e del suo ruolo rispetto ai paesi e ai loro debiti sovrani.

O l’Europa cambia, o rischia la rottura.

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La ministra Trenta annuncia no stop F35 e aumento spese militari. Qual è il vero volto del M5S?

Quella che vedete in foto è la Ministra alla difesa Elisabetta Trenta, del M5S. Nella sua prima intervista alla rivista statunitense Defense News ha dichiarato che:

– Il governo non ha alcuna intenzione di eliminare né ridurre l’acquisto degli F35;
– il governo intende aumentare le spese militari fino al 2% del PIL, come richiesto dalla NATO (quindi un raddoppio rispetto ad oggi, con una spesa militare in vertiginosa crescita).
– Il governo chiede l’appoggio degli USA per una missione in Niger (la stessa che aveva pianificato il governo Gentiloni e contro cui il M5S si era opposto, insieme a noi);
– ha chiesto, infine, a John Bolton (consigliere per la sicurezza USA) una mano ad assumere la leadership in Libia, per contrastare la presenza francese, con particolare attenzione alla “questione petrolio” (a proposito di “aiutiamoli a casa loro”).

A questo punto io vorrei davvero capire qual è il vero volto del Movimento 5 Stelle? Si sono abituati presto a disattendere ciò che avevano detto e contestato agli altri negli anni scorsi?
Qui c’è l’articolo in inglese —> goo.gl/j3NGKT

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La mia interrogazione al ministro dell’Istruzione sugli insegnanti con diploma magistrale

Caso dei diplomati magistrali in Parlamento

Ci sono decine di migliaia di insegnanti con diploma magistrale, che per effetto di una sentenza rischiano o di essere licenziati, o di non poter accedere alle graduatorie. Sono persone che hanno svolto un ruolo fondamentale per la scuola statale in questi anni, persone di cui il servizio pubblico si è servito e che oggi rischiano l'espulsione. Effetto dello svilimento del ruolo della scuola pubblica. Ho portato il caso in Parlamento, ma la risposta del Ministro Bussetti è stata lacunosa. Condivido il giudizio che molti di voi mi hanno scritto in privato. L'unico impegno espresso da Bussetti è stato quello del rispetto delle sentenze e una sospensione del problema per 4 mesi. Noi continueremo a fare molta attenzione a ciò che accadrà e a proporre soluzioni puntuali.

Pubblicato da Nicola Fratoianni su Mercoledì 4 luglio 2018

 

Ci sono decine di migliaia di insegnanti con diploma magistrale, che per effetto di una sentenza rischiano o di essere licenziati, o di non poter accedere alle graduatorie. Sono persone che hanno svolto un ruolo fondamentale per la scuola statale in questi anni, persone di cui il servizio pubblico si è servito e che oggi rischiano l’espulsione. Effetto dello svilimento del ruolo della scuola pubblica.

Ho portato il caso in Parlamento, ma la risposta del Ministro Bussetti è stata lacunosa. Condivido il giudizio che molti di voi mi hanno scritto in privato.
L’unico impegno espresso da Bussetti è stato quello del rispetto delle sentenze e una sospensione del problema per 4 mesi.
Noi continueremo a fare molta attenzione a ciò che accadrà e a proporre soluzioni puntuali.

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La strada per la dignità è ancora molto, molto lunga

Il Decreto dignità è timido. Troppo timido. Considerando gli annunci mi sarei aspettato qualche deciso passo in avanti in più.
Innanzitutto, contrariamente a quanto detto, purtroppo non si tocca il Jobs Act: l’unica modifica sta nell’aver aumentato l’indennità a favore di chi viene licenziato senza giusta causa. Ma l’idea che si possa licenziare quando ti pare, rimane tutta intatta, visto che non si interviene sulla reintroduzione dell’articolo 18, a garanzia dei lavoratori.

Per altro, l’aumento dell’indennità si scarica principalmente sulle piccole e medie imprese italiane, visto che se una grande azienda decide di licenziare, pagare qualcosa in più per liberarti di un lavoratore è come bere acqua fresca.

Sull’introduzione della causale per i contratti precari, che il decreto Poletti aveva eliminato, va detto che, seppur corretto in punta di principio, così come realizzato, e cioè dopo i primi 12 mesi di contratto, è praticamente inutile. Per una ragione molto semplice: quasi l’80% dei contratti precari dura un anno o meno. Per le aziende che non vogliano introdurre la causale, è sufficiente far ruotare i lavoratori e continuare ad assumere con una scadenza di un anno appena. Cioè tutto prosegue così com’è.

Interverrò sul decreto durante il dibattito parlamentare, cercando di introdurre ciò che manca e chiedendo più coraggio a Di Maio, se davvero ha intenzione di dichiarare guerra alla precarietà. Quello che non si può fare, è contrastare questo decreto rivendicando il ruolo mortifero del Jobs Act e del Decreto Poletti, come sta facendo il PD. Non imparano mai…
La strada per la dignità è ancora molto, molto lunga.

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Non basta un restyling al Pd, ci vuole il coraggio di azzerare tutto

Come prima, più di prima e come se nulla fosse. Dopo la bruciante sconfitta delle ultime ore il Partito Democratico rilancia l’idea del fronte repubblicano come argine all’avanzata della destra peggiore di questo paese.

A parte Calenda, leggo anche Maurizio Martina che propone per le elezioni europee un fronte che va da Macron a Tsipras, il diavolo e l’acqua santa. Vuol dire non aver compreso fino in fondo la natura dei problemi, che hanno a che fare con la mancanza di un profilo chiaro e netto. Per buttarla in medicina, sarebbe come se si pretendesse di curare l’ammalato inoculando massicce dosi della malattia che lo ha colpito.

Non consapevoli, o forse sì (e questo sarebbe grave), che il ritorno di una certa destra è stato spianato, preparato e apparecchiato proprio da chi ha di fatto realizzato il programma della destra in questi anni.

Bisogna dirlo con coraggio: si perde dove non si ha il coraggio di azzerare, dove si pensa che siano sufficienti restyling e maquillage, dove si ripropongono progetti già bocciati, con protagonisti fallimentari.

Si perde dove manca la definizione di un’alternativa vera e ci si abbandona ad accordicchi mordi e fuggi, a improbabili “union sacrée” all’italiana, o a vecchie formule arrangiate con qualche candidato tirato fuori alla bisogna, senza storia (o con una storia pesante…), buone a prendere qualche manciata di voti, ma che scontano poi immediatamente tutte le difficoltà di un’azione di governo lenta, incerta, inconcludente, quando non contraria ai principi fondamentali della sinistra.

I cittadini se ne accorgono, e si vedono i risultati. Si vince, invece, dove quel coraggio c’è e dove si imbocca la strada dell’alternativa, senza paura

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Serve legge per vietare finanziamenti aziende a partiti. Pronta proposta di legge, Parlamento la approvi

E’ necessaria una legge che vieti in modo assoluto a qualunque impresa o società che abbia rapporti con la pubblica amministrazione di finanziare in qualsiasi modo la politica: lo dicevo esattamente un anno fa, dopo l’ennesimo scandalo di imprenditori che finanziavano partiti per avere appalti. A leggere oggi le cronache siamo di nuovo daccapo…

Nei prossimi giorni ripresenteremo quella proposta di legge, e ci auguriamo che il Parlamento la approvi al più presto. Sarebbe uno strumento utile per intervenire a monte su fenomeni corruttivi che si ripresentano con impressionante regolarità.

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Sui migranti governo banditesco, ma il Pd ha aperto strada a deriva di destra

 

La mia intervista a Fanpage.it dove ho parlato di migranti e di Flat Tax. Ma anche del futuro possibile della sinistra in Italia ho ribadito che se Liberi e Uguali si infilerà in una discussione incentrata sulle alleanze allora non farà molta strada se invece sceglie di aprirsi alle nuove forme della partecipazione ed a scelte e svolte radicali allora potremmo dare un contributo.