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Asso28: la politica sui migranti dell’Italia si decide sulle piattaforme petrolifere?

C’è un fatto incontrovertibile, per altro confermato dall’armatore della Asso28: per la prima volta una nave battente bandiera italiana ha effettuato un respingimento collettivo. E cioè ha riportato delle persone in un luogo insicuro senza che fosse possibile verificare se abbiano o meno diritto allo status di rifugiato, ovvero se scappino o meno da guerre e torture.

Un precedente grave, come confermato da UNHCR e da altre organizzazioni che si occupano di diritti umani. È anche la dimostrazione che Salvini è un bugiardo quando afferma che il governo è pronto a far fronte al dovere di accogliere chi scappa dalle guerre e da morte certa. Ci dica Salvini: chi restituirà questo diritto a coloro che sono stati ingiustamente riportati in Libia? 
Non basta: da chi è partito l’ordine del respingimento? 
Non è ancora chiaro. Il capitano dello Asso28 in un primo momento ha affermato di aver ricevuto indicazioni dai libici, poi ha ritrattato, parlando chiaramente di una comunicazione arrivata dalla piattaforma petrolifera per cui lavorano, e cioè una piattaforma di proprietà di una join venture tra Eni e la società petrolifera libica Noc.

Non si comprende bene a quale titolo i dirigenti di una piattaforma petrolifera fornirebbero comunicazioni di questo tipo, sostituendosi ai governi e al lavoro dei ministeri.
ENI intanto smentisce il suo coinvolgimento e rimanda la palla nel campo della Libia.
Qualcuno deve delle spiegazioni ai cittadini italiani, non vi pare?
Il governo italiano, i libici, gli armatori ci dicano chi e come ha gestito l’operazione. Ci spieghino perché tutte queste contraddizioni tra la ricostruzione, gli audio che abbiamo ascoltato e le informazioni che a noi sono state date direttamente dalla Asso28.

Siamo già di fronte ad un caso di violazione di leggi che esistono per proteggere esseri umani, ed è molto grave. Se in più l’ordine di violare queste norme fosse partito davvero da una piattaforma petrolifera la vicenda diventerebbe agghiacciante e getterebbe un’ombra pesante (l’ennesima) sul ruolo di una certa industria economica nel Mediterraneo e in Africa.
Aspettiamo risposte.

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Diario di bordo dalla Open Arms. Così una nave italiana ha violato il diritto internazionale

26 luglio

Intorno alle 12 chi sta di guardia avvista qualcosa in mare. La prima impressione è quella che si tratti di un corpo. Scendiamo con un gommone. Vado anche io. Per fortuna è un falso allarme. Quello che avevano visto galleggiare era la carcassa di una pecora. Quando sulle navi che le trasportano qualcuna si ammala, non è infrequente che venga buttata in mare. Tiriamo un sospiro di sollievo.

A quel punto con uno dei due gommoni in acqua viene calato anche l’altro e decisa una esercitazione. Prima una prova per individuare e raggiungere il più velocemente possibile un obiettivo. Poi si passa al cento piedi. È un grande tubolare galleggiante che, trainato dai gommoni consente di trascinare in mare molte persone attaccate alle corde che lo circondano lateralmente. Diventa uno strumento particolarmente utile quando ci sono molte persone in mare e non basta lo spazio sui gommoni.

Torniamo a bordo dopo due ore. Stanchi. La giornata prosegue con la rotta di pattugliamento. Stiamo effettuando da due giorni una specie di serpentina tra Tripoli e Kohms. Ho letto su questo un tweet di uno di questi campioni con il profilo pieno di bandierine italiane che tra l’ironico e il polemico mi chiede se stiamo facendole vasche. Gli rispondo qui: sì, stiamo facendo quello che serve. Pattugliare un’area di mare per cercare di incrociare barche in difficoltà. È non è molto divertente. Del resto, da quando la solidarietà è diventata per alcuni un reato, tutto è più difficile.

La giornata scorre con la solita routine. L’unica novità è che la cuoca non si sente bene. Mi sono offerto di sostituirla.

A giudicare dalla faccia dell’equipaggio non è andata troppo male.

27 Luglio

Si è alzato il vento. Continuiamo a navigare. E io continuo a cucinare. Oggi pranzo e cena. Cucinare mi è sempre piaciuto. Farlo nella cucina di una nave come questa, mentre vai su e giù è un po’ più complicato. Ma qualcuno deve farlo. E anche quando non succede nulla di particolare sulla nave non si sta mai troppo fermi. In particolare i tre macchinisti. A loro va una ammirazione particolare. Alicia, Manuel e Diego che è l’ufficiale di macchina e ha la mia stessa età. Passano tutta la giornata e la notte nella sala macchine. A turno. Calore, umidità e rumore. Ma senza il loro lavoro non si può navigare. Una porzione più grande a chi la chiede è sempre disponibile.

28 Luglio

Siamo davanti alla Tunisia. Sul limite delle 24 miglia. La sveglia è suonata alle 4:00. Il capitano ha chiamato il primo ufficiale della Sarost 5 e Riccardo l’MRCC tunisino. Siamo qui per prestare supporto e soccorso all’equipaggio e ai 40 migranti che, ormai da 17 giorni, aspettano un porto di sbarco. Non hanno avuto disponibilità dalla Tunisia, né dall’Italia né da Malta. Ci sono due donne incinte e un ferito. Stanno finendo i viveri. Alle 6:30 siamo in attesa di una autorizzazione per andare a bordo con il personale medico, viveri, e medicine.

Sono le 7:34 e arriva l’autorizzazione. Cominciamo ad avvicinarci. Il primo ufficiale si prepara ad issare la bandiera tunisina non appena entrati nelle 12 miglia.

In coperta si prepara il materiale. Acqua, barrette energetiche e pigiami sono le prime cose. Sulla Open Arms abbiamo un ecografo. La dottoressa lo porterà a bordo della Sarost5 per visitare le donne incinte.

Sono le 14:25. Siamo da 5 ore ancorati a due miglia dalla Sarost 5 ma le autorità non ci autorizzano a salire a bordo per prestare assistenza. Pare che sia in arrivo la Mezzaluna rossa tunisina. Nel frattempo Ester, una ragazza dell’equipaggio, sta male. Ha la febbre molto alta da due giorni. E non migliora. Forse una infezione. La dottoressa ha deciso di chiedere una estrazione. Cioè un aiuto perché possa essere spostata a terra per ricevere cure appropriate. Stiamo decidendo di dirigerci verso Malta. Sono 18 ore di navigazione.

29 Luglio

Arriviamo al punto stabilito (15 miglia dalla costa – Malta non ci autorizza ad entrare nelle acque territoriali) intorno alle 9. Dopo una quarantina di minuti arriva la barca della guardia costiera maltese. L’evacuazione di Ester e di Albert che la accompagna dura pochi minuti. Lo salutiamo e ringraziamo i militari che si allontanano. Una rapida manovra di inversione di rotta e torniamo indietro. L’obbiettivo è ancora una volta Zarzis. Vogliamo andare a sincerarci che lo sbarco dei 40 migranti della Sarost 5, promesso in giornata dal capo del governo tunisino, sia effettivamente avvenuto. In fondo, dopo il nostro arrivo ieri mattina e le pressioni perché ci consentissero un intervento, la situazione incredibile di uno stallo durato 18 giorni si è finalmente sbloccata. O almeno così dicono le dichiarazioni ufficiali. Nel frattempo ha ricominciato a volare il Colibrì. Si tratta di un aereo di una ong francese che da molti giorni era bloccato a Lampedusa. Non trovava nessuno che gli facesse rifornimento! L’appoggio dell’aereo rende tutto diverso. È chiaro che in questo modo la possibilità di avvistamento di eventuali barconi aumenta sensibilmente. Dunque, tappa a Zarzis e poi di nuovo verso la cosiddetta Sar zone Libica.

30 Luglio

Sono le 7:30 e da due ore siamo di nuovo vicino alla Sarost 5. I migranti, nonostante gli annunci, sono ancora lì. Abbiamo chiesto nuovamente il permesso di andare a bordo. La mezzaluna rossa è salita ma non ha fatto neanche una ecografia alle due donne incinte. Non hanno mezzi. Noi abbiamo un ecografo portatile. Per ora nessuna risposta. Rispetto a ieri, ad ora, non ci consentono nemmeno di entrare nelle 12 miglia. Nel frattempo si è avvicinato un piccolo peschereccio tunisino. Ci offrono del pesce. In cambio nutella e mezza stecca di sigarette. Ci chiedono cosa facciamo. Quando capiscono che siamo una nave umanitaria sorridono. Ci dicono, mentre si allontanano che ci chiameranno se avvistano barconi. Stabiliamo un canale VHS. Il mondo è migliore di come sembra.

Alle 10:13 ora italiana arriva l’autorizzazione ad entrare nelle acque territoriali tunisine. Aspettiamo ancora risposte sulla possibilità di salire a bordo della Sarost5.

Sembra incredibile ma gli stessi che ci avevano autorizzato ad entrare fini alle 4 miglia e ad ancorare ora negano l’autorizzazione. Togliamo l’ancora e ci prepariamo a tornare al limite delle 12 miglia.

Alle 12:45 ora italiana riceviamo sul sistema NAVTEX un messaggio dal MRCC maltese che rilancia un messaggio di MRCC italiano che comunica la presenza di un Rubber Boat con 120 persone a bordo a nord di Sabrata. Siamo a 73 miglia di distanza. Partiamo subito. Col mare calmo e a circa 11 nodi sono quasi sette ore di navigazione.

Dal colibrì ci hanno appena comunicato le coordinate di tre barconi. Anche la prima comunicazione sul sistema NAVTEX (quella che da Malta rilancia un messaggio delle autorità italiane) arriva grazie al colibrì, ma sulle altre imbarcazioni segnalate dall’aereo non riceviamo informazioni dal sistema NAVTEX. Non arrivano dall’Italia che probabilmente ha contattato solo i libici. E soprattutto non arriva nulla dai libici che dovrebbero diramare un avviso con lo stesso sistema, visto che dovrebbero essere impegnati in operazioni di soccorso. Da qui si capisce cosa significhi far coordinare a Tripoli la ricerca e il soccorso in una SAR Zone così vasta.

Alle 15:16, poco dopo la comunicazione, chiamiamo l’MRCC italiano per riferire e ricevere eventuali indicazioni. Nel frattempo a bordo si preparano i ribh (le imbarcazioni veloci). È probabile che vengano lanciati prima del nostro arrivo nel punto in cui prevediamo si trovino i barconi tra alcune ore.

Da Roma rispondono di non preoccuparsi perché ci sono i libici. In realtà il colibrì non li ha visti. In ogni caso comunichiamo che stiamo facendo rotta sulle coordinate indicate. Da 20 minuti cerchiamo di metterci in contatto con i libici. Usiamo i 4 numeri che risultano dal sistema NAVTEX e confermati da Malta. Due non funzionano. Sembrano inesistenti. Uno non risponde. L’ultimo risponde ma da l’altro capo del telefono nessuno parla inglese…

Alle 15:56 decidiamo di lanciare il ribh entro un ora e mezzo da adesso.

Alle 17:40 circa i libici si fanno vivi. Prima con la radio, poi con una mail. Dicono di essere già in zona e in azione. Apprezzano il nostro aiuto ma, scrivono, non serviamo. Memori di come è andata a finire l’ultima volta, continuiamo ad andare nella direzione in cui presumiamo si trovino i gommoni.

Alle 17:50 partono i due ribh. Ci precederanno al punto verso cui navighiamo. Se non troveranno nulla si dirigeranno a nord, lungo la rotta presunta dei gommoni. Quello che sta succedendo è incredibile se non lo vedessi in prima persona. I libici dichiarano di aver risolto tutti gli eventi di soccorso segnalati da Roma. Tre gommoni. Diverse centinaia di persone. Uno di questi è stato risolto dalla Asso 28. Si tratta di una nave che batte bandiera Italiana. La abbiamo appena chiamata. Ha recuperato 108 migranti a bordo di un gommone bianco. Ha ricevuto l’ordine di portarli a Tripoli. Lo stanno facendo. Si tratta di un respingimento collettivo. Stanno portando delle persone in un porto che non è considerato come porto sicuro.

Mentre scrivo, leggo le dichiarazioni del Presidente della Camera dei Deputati Fico sulla Libia. Bene. Ma alle dichiarazioni seguano gli atti.

È un’altra, l’ennesima, violazione della legge. Degli altri gommoni non abbiamo notizie. Continuiamo a pattugliare con i due gommoni in mare.

Alle 20:30 i nostri gommoni sono ancora in mare. Stiamo puntando a nord ovest. Seguiamo l’avvistamento di una piccola imbarcazione di legno con 35 persone a bordo. Intanto sta calando il buio.

I ribh rientrano dopo le 22:00. Sono stati in mare quasi 5 ore. Ma proseguire le ricerche di notte diventa davvero proibitivo. All’alba si ricomincia.

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Diario di bordo dalla Open Arms

22 Luglio

L’aereo atterra a Palma di Mallorca con un po’ di ritardo. Uscito dall’aeroporto, intorno alle 16, chiamo Riccardo Gatti, il capo missione. Durante quella precedente, comandava la Astral su cui erano imbarcati Erasmo Palazzotto, Marc Gasol e Annalisa Camilli. Mi spiega come raggiungere la nave. Salgo su un taxi e mi avvio.

Arrivo alla Open Arms intorno alle 16:45.

Il vento alza la polvere sul molo, al Dique de L’Oeste. Salgo a bordo. Mi portano subito a fare un rapido giro della nave che un tempo, tra le altre cose, è stata anche un mezzo dei bomberos (i vigili del fuoco). Il tempo di completare gli ultimi preparativi, degli abbracci con i volontari che sbarcano dopo l’ultima missione, la 47, e poi via. Lasciamo il molo e poco dopo siamo fuori dal porto.

È cominciata la missione 48 della Proactiva Open Arms. Ogni missione è una cosa a se stante. Al ritorno si chiude una pratica e se ne apre un’altra. È necessario per dare ordine al lavoro, per tutelare i membri dell’equipaggio e definire, rispetto alle singole missioni, gli ambiti di eventuali responsabilità. Il Capitano di questa missione è sottoposto ad indagine. La guerra contro le Ong la fanno anche così.

Siamo appena partiti e il lavoro procede con un suo ordine. La squadra dei soccorritori mette ordine tra i materiali e distribuisce le dotazioni personali più importanti. La prima è costituita da un giubbotto salvagente molto particolare. Un tubolare leggero che passa intorno al collo e con due cinghie sotto alle gambe e che, mi dicono, si gonfia al contatto con l’acqua. Se cadi in mare ti tiene su. Ma non è ingombrante quando ti devi muovere a bordo come per gli altri giubbotti. Poi la “divisa”: due magliette, due paia di pantaloncini, un frontale. Una lucetta che si fissa sulla fronte con una fascia elastica e che serve a muoversi sulla nave durante la notte. Quando è buio e le luci sono spente.

Comincio a conoscere gli altri. Il personale medico è costituito da due dottoresse. Entrambe italiane. Giovanna e Marina. L’anno scorso hanno passato 8 mesi sulle navi nel mediterraneo.

Marina è stata molte volte in Africa. Tra queste in Sierra Leone per l’ebola. Sono loro che si sono prese cura di Josefa dopo il salvataggio. E sì, le hanno anche messo lo smalto alle unghie. Perché la cura non è solo medicalizzazione. È anche umanità, affetto, rispetto e relazione. Spiega a me e a Valerio, un free lance romano che lavora per AP, come ci si comporta di fronte alle più frequenti patologie che si incontrano dopo un salvataggio. E come riconoscerle. Malattie respiratorie (il più delle volte legate al freddo e all’umidità), le ustioni chimiche che ti portano via la pelle come se fosse un guanto. Si producono quando stai per molto tempo a contatto con i combustibili, nella stiva dei barconi o in acqua dove galleggia la nafta dopo un naufragio. È necessario spogliare subito le persone, lavarle abbondantemente e dotarle di vestiti puliti. O in mancanza di questi, delle coperte termiche. Per capirci quelle che fuori sembrano d’oro. Sono efficaci, a patto che avvolgano un corpo nudo e asciutto. Mentre parla sorride. Ha un tono e parole rassicuranti. “Quando non è strettamente necessario, cerco di non usare i guanti. Stringere la mano o fare una carezza a mani nude è un’altra cosa. Stabilire un contatto conta molto. Abbiamo a che fare con persone traumatizzate”. Cura. Appunto.

Ora è il momento di stabilire i turni.

Ognuno deve sempre sapere cosa deve fare. Così, se qualcosa non va, sappiamo con chi prendercela mi dice, sorridendo, il capo missione. Ci sono tre squadre di quattro persone. Due formate da tre soccorritori e un giornalista. Oltre a Valerio a bordo c’è Juan, un fotografo della Reuters. 55 anni, di origine Argentina che vive e lavora a Madrid. Poi la mia, con Riccardo Gatti e le due dottoresse. I turni ruotano. Un giorno “limpieza“ (pulizia di tutti gli spazi comuni, bagni, corridoi e ponte), quello seguente cucina. Il terzo riposo. Ogni giorno però, sei ore a testa di guardia. A gruppi di tre. Il mio è quello che va dalle 6 alle 9 del mattino e dalle 18 alle 21 della sera.

È arrivata l’ora della cena. La prima a bordo. Riso e un curry di verdure. Alle 22 sono a letto. Si balla e all’inizio fatico a prendere le misure della mia cuccetta. Quella di sopra in un letto a castello.

23 Luglio

Alle sei arrivo sul ponte e Ricardo, l’ufficiale che ha guidato nella notte, mi spiega che abbiamo ballato perché c’era “mare di fondo” (un onda lunga e vecchia che residua da una situazione di vento precedente).

Mi mostra gli strumenti fondamentali, il radar, la radio, il sistema di navigazione. Guardandolo si capisce che tra dove siamo e il sud della Sardegna ci sono 20 ore di navigazione. Intanto il sole è sorto. E illumina una piccola nave. Piena di umanità. Alle 10:00 Riccardo ha un collegamento con Agorà. Poco prima mi aveva raccontato di essere nato in un piccolo paese lombardo, vicino a Pontida. Ci viene da ridere. Arriva la telefonata. Lui risponde con calma. Parole semplici. “No guardi, non ci interessa replicare a Salvini”. Il ministro della propaganda e del cinismo ha appena rilanciato il suo carico di insulti e veleno contro ong e “buonisti”, come li chiama lui. Che poi, se noi siamo buonisti e se essere buonisti è un titolo di demerito, evidentemente a lui piace essere un “cattivista”. Riccardo continua: “La nostra non è una battaglia politica. Facciamo solo ciò che abbiamo sempre fatto. Andiamo dove c’è bisogno di noi. A salvare la vita di chi rischia di perderla.”

Niente di più politico. E potente. Quando finisce cominciamo a parlare. C’è Marc, il capitano. Mi arrangio con il mio, quasi inesistente, spagnolo. Marc non è un attivista. Ma stando qui si è fatto un’idea. È lui che mi parla della scelta fatta dopo il salvataggio di Josefa e il ritrovamento dei cadaveri di un bambino e di un’altra donna. Andare in Spagna, rifiutare la proposta di Catania, avanzata dal Governo solo dopo 10 ore. Ore piene di insulti. E di minacce. Le ore della Fake News. Salvini pronuncia quella parola pochi minuti dopo la diffusione delle immagini. Immagini di morte. Le immagini della sua colpa e della colpa del governo Italiano, del suo collega, il cittadino Toninelli. Stanno trascinando nella vergogna un intero Paese. Porti chiusi. Marc (42 anni) lo dice in modo semplice e diretto: “Noi non ci fidiamo. Se cambia la situazione noi torniamo. Se cambiasse la situazione in Libia andremmo anche lì. In fondo, l’obbiettivo finale, è non dover andare più in mare. A fare quello che facciamo. Dovrebbero farlo le istituzioni, gli Stati. Non noi. A noi tocca una supplenza.”

Già. Ha ragione. In fondo è così semplice da capire. L’Italia, il mio Paese, lo faceva. Mare Nostrum si chiamava la missione. Voluta dal Governo Letta a cui io facevo opposizione, ma che, su questo punto, ebbe la forza e la dignità di reagire dopo la catastrofe del 3 ottobre 2013 davanti alle coste di Lampedusa.

Poi quella missione è stata cancellata. E Salvini non era ancora arrivato. Poi hanno fatto accordi con la Libia, con un governo che non controlla nemmeno l’intera città di Tripoli. E hanno trasformato gli scafisti in carcerieri. Nel frattempo avevano bombardato i barconi. Ecco perché ora usano gommoni cinesi che si rompono dopo poche ore. Altro che “Pull Factor” degli aiuti. Poi hanno imposto il “codice di condotta” alle Ong per impedirne sostanzialmente il lavoro ed è cominciata una impressionante campagna di delegittimazione. Su cui è prontamente salito Di Maio. “Le Ong sono Taxi del mare” disse. Una vergogna. Ma anche allora Salvini non c’era. Furono i governi Renzi prima e Gentiloni poi a fare tutto questo. Col ruolo decisivo dell’allora Ministro Minniti.

Poi Salvini è arrivato davvero. Gli avevano aperto le porte e steso un tappeto rosso. E ha fatto Salvini. È andato oltre.

Anche per questo sono qui. Perché la Costituzione ci dice che le funzioni pubbliche vanno esercitate con disciplina e onore. E, allora, di fronte ad un Governo che ogni giorno calpesta l’onore di un intero Paese esercitando il potere di lasciar morire persone che potrebbero essere salvate, bisogna pur fare qualcosa.

24 luglio

Durante le guardie si prende nota di ogni comunicazione tra le varie autorità costiere e i natanti, per capire cosa accade e in ogni caso per avere traccia di tutto ciò che succederà e ogni due ore viene inviata una mail alla MRCC di Roma per comunicare data, orario e coordinate. Alla Marina Spagnola la stessa mail viene inviata due volte al giorno. Alle 10 di mattina e alle 22 della sera.

Dopo la guardia c’è il turno di cucina. In realtà non cuciniamo (e la cosa mi dispiace perché cucinare è una cosa che amo fare), ma è necessario apparecchiare per i due turni di mensa. Attorno al tavolo riescono a mangiare al massimo 11 persone e noi siamo in 19. Alla fine, dopo aver mangiato anche noi è il momento di lavare i piatti e pulire cucina e sala da pranzo. Quello che colpisce è che c’è sempre qualcuno che, pur non avendo alcun obbligo, si offre di aiutare. E nessuno dimentica mai di sorridere e ringraziare. Probabilmente è necessario se si vuole convivere in un ambiente che ti costringe ad una promiscuità continua.

Nel pomeriggio due ore di esercitazioni. Prima una anti incendio. Poi quella di abbandono della barca. Il Capitano ci spiega che è necessario imparare almeno le nozioni fondamentali. Che durante una emergenza possono diventare decisive. Dopo la fine si discute di come è andata mentre i due pompieri provano l’equipaggiamento da indossare in caso di interventi particolari. Sono le 20 e la cena stasera comincia un po’ più tardi. Da oggi occhi aperti e un clima più teso durante i turni di guardia. Siamo ancora a 200 miglia dalla zona SAR di fronte alla Libia. Ma già qui, di fronte alle coste tunisine non è infrequente incrociare barconi e gommoni di migranti. A un certo punto vediamo una nave che non è segnalata dagli strumenti. Saliamo sul pennone dove c’è un binocolo più potente. Il marinaio esperto guarda e dice: pescano tonni…intanto ho agganciato le celle telefoniche tunisine. E sono riuscito a chiamare casa, finalmente.

25 Luglio

La mattina comincia con un delfino. Ne vedremo altri nel corso della giornata. Ma il primo, un grosso esemplare ci salta intorno per un bel po’. Attraversa la linea di navigazione da destra a sinistra più volte. Sotto la prua. E Salta. E sembra che si giri in acqua per guardarti e salutare. Corro a fargli una foto per mandarla a mio figlio.

Intorno alle 15 dopo quasi 72 ore di navigazione ininterrotta, siamo arrivati nella zona SAR libica. Fino ad adesso nessun avvistamento e nessuna comunicazione rilevante intercettata dalla radio. Solo qualche peschereccio e qualche barca di avvoltoi. Mi spiegano che capita spesso di vederne. Sono piccole imbarcazioni che escono per pescare ma cercano, tra una battuta e l’altra, qualche gommone vuoto da rivendere. In fondo, chiosa Riccardo Gatti, si tratta soltanto di poveracci. Altri disperati. Adesso operare qui è più difficile.

Prima era MRRC di Roma a chiamare e inviare le coordinate per orientare le ong. Ora, mi dicono, non accade più. Spetta ai libici, come vuole il governo italiano. Ma cosa fanno i Libici, come operano e come intendono il soccorso lo abbiamo visto con la vicenda drammatica del salvataggio del 17 luglio. Durante la missione 47 della Open Arms e della Astral, dove era imbarcato Erasmo Palazzotto. La verità è che i Libici non sono attrezzati e soprattutto che quando intercettano una barca che fugge dalle loro coste, quello che fanno, anche senza lasciar persone in mare, non si chiama salvataggio ma cattura. Qui c’è una questione fondamentale. Chi parla di fermare, azzerare, impedire gli sbarchi, aggiungendo che si tratta del solo modo di evitare la morte in mare, non ha alcun interesse per la vita di chi fugge. Per la loro storia, individuale e unica. Non per nulla le convenzioni internazionali, proibiscono come un crimine il respingimento collettivo. Ma soprattutto, non fa i conti con una verità semplice da capire, se capire resta un obbiettivo. Le partenze, almeno quelle che prevedono il rischio molto concreto di perdere la vita propria e di quanto si ha di più caro come un figlio o una figlia, si fermano se si azzerano le ragioni che ti spingono ad una scelta tanto disperata. E quelle ragioni hanno un nome. Che spesso fa rima con Occidente e dunque anche con Italia. Si chiamano guerra (magari combattuta con bombe e armi vendute anche da noi), persecuzione, ma anche fame. Povertà assoluta. Assenza di qualsiasi prospettiva di futuro. Ci penso mentre ricomincia il mio turno di guardia. Quello serale. Mi hanno insegnato ad usare il binocolo per guardare l’orizzonte. E il mare, questo mare nostro, è bellissimo e grande. Di una grandezza che cogli solo se ci stai in questo modo. Pensare di chiuderlo, trasformarlo in un enorme cimitero a cielo aperto, è un crimine contro l’umanità. La storia. Le culture millenarie che lo circondano. Chi è complice, chi non trova il modo di reagire, ne risponderà. Davanti alla Storia.

26 Luglio

Sveglia alle 5:30. Alle 6 comincia il turno di guardia. Salgo sul ponte e mi accorgo che siamo quasi fermi. Ricardo Sandoval mi spiega che andiamo a 3 nodi. È la velocità di pattugliamento. Sul radar abbiamo alla nostra destra un piccolo puntino. Stiamo aspettando per capire se “entra”. Se si dirige verso di noi. Cioè verso nord, verso le coste dell’Europa. Navighiamo poco oltre le 24 miglia. È il limite di sicurezza. Il nuovo limite. 12 miglia sono la distanza che misura le acque territoriali vere e proprie. Entro le 24 però, lo stato frontaliero può esercitare una serie di diritti, tra cui quello di costringerti a seguire in porto le proprie unità. E con i Libici i rapporti non sono buoni. Prima era tutto diverso. Interventi e salvataggi si svolgevano anche molto più vicino alle coste. Vicino. Se cadi in mare e non sai nuotare, un miglio diventa già una distanza insormontabile. Difficile, per la verità, anche se sai nuotare. Stiamo discutendo della possibilità di mandare una lancia. Sono gommoni veloci con cui si effettua la fase più immediata e complessa del salvataggio. Arrivano rapidamente nel punto sensibile e, se trovano persone, le riportano a bordo della nave, che, nel frattempo, può avvicinarsi.

Mentre scrivo avvistiamo una nave della guardia costiera libica. Si muove parallelamente a noi…

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È il momento di unire le forze che vogliono un cambio radicale di questa Europa

Le prossime elezioni europee rappresentano un passaggio decisivo per l’Europa, per l’Italia e, in modo ancora più marcato, per la sinistra. Visto il quadro, si potrebbe dire che le elezioni europee del 2019 determineranno in maniera forse permanente il percorso delle forze politiche, la loro riorganizzazione e il loro posizionamento.

L’Europa, la definizione del suo futuro, diventeranno, di fatto, il terreno di battaglia e di discussione fra le diverse forze. Finalmente.

La tenuta sociale e politica dell’Europa dipende dalla capacità che avranno le forze politiche della Sinistra di determinare un cambio di rotta radicale sul terreno economico, della politica monetaria, della natura della Banca Centrale Europea e del suo ruolo rispetto ai paesi e ai loro debiti sovrani.

O l’Europa cambia, o rischia la rottura.

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La ministra Trenta annuncia no stop F35 e aumento spese militari. Qual è il vero volto del M5S?

Quella che vedete in foto è la Ministra alla difesa Elisabetta Trenta, del M5S. Nella sua prima intervista alla rivista statunitense Defense News ha dichiarato che:

– Il governo non ha alcuna intenzione di eliminare né ridurre l’acquisto degli F35;
– il governo intende aumentare le spese militari fino al 2% del PIL, come richiesto dalla NATO (quindi un raddoppio rispetto ad oggi, con una spesa militare in vertiginosa crescita).
– Il governo chiede l’appoggio degli USA per una missione in Niger (la stessa che aveva pianificato il governo Gentiloni e contro cui il M5S si era opposto, insieme a noi);
– ha chiesto, infine, a John Bolton (consigliere per la sicurezza USA) una mano ad assumere la leadership in Libia, per contrastare la presenza francese, con particolare attenzione alla “questione petrolio” (a proposito di “aiutiamoli a casa loro”).

A questo punto io vorrei davvero capire qual è il vero volto del Movimento 5 Stelle? Si sono abituati presto a disattendere ciò che avevano detto e contestato agli altri negli anni scorsi?
Qui c’è l’articolo in inglese —> goo.gl/j3NGKT

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La mia interrogazione al ministro dell’Istruzione sugli insegnanti con diploma magistrale

Caso dei diplomati magistrali in Parlamento

Ci sono decine di migliaia di insegnanti con diploma magistrale, che per effetto di una sentenza rischiano o di essere licenziati, o di non poter accedere alle graduatorie. Sono persone che hanno svolto un ruolo fondamentale per la scuola statale in questi anni, persone di cui il servizio pubblico si è servito e che oggi rischiano l'espulsione. Effetto dello svilimento del ruolo della scuola pubblica. Ho portato il caso in Parlamento, ma la risposta del Ministro Bussetti è stata lacunosa. Condivido il giudizio che molti di voi mi hanno scritto in privato. L'unico impegno espresso da Bussetti è stato quello del rispetto delle sentenze e una sospensione del problema per 4 mesi. Noi continueremo a fare molta attenzione a ciò che accadrà e a proporre soluzioni puntuali.

Pubblicato da Nicola Fratoianni su Mercoledì 4 luglio 2018

 

Ci sono decine di migliaia di insegnanti con diploma magistrale, che per effetto di una sentenza rischiano o di essere licenziati, o di non poter accedere alle graduatorie. Sono persone che hanno svolto un ruolo fondamentale per la scuola statale in questi anni, persone di cui il servizio pubblico si è servito e che oggi rischiano l’espulsione. Effetto dello svilimento del ruolo della scuola pubblica.

Ho portato il caso in Parlamento, ma la risposta del Ministro Bussetti è stata lacunosa. Condivido il giudizio che molti di voi mi hanno scritto in privato.
L’unico impegno espresso da Bussetti è stato quello del rispetto delle sentenze e una sospensione del problema per 4 mesi.
Noi continueremo a fare molta attenzione a ciò che accadrà e a proporre soluzioni puntuali.

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La strada per la dignità è ancora molto, molto lunga

Il Decreto dignità è timido. Troppo timido. Considerando gli annunci mi sarei aspettato qualche deciso passo in avanti in più.
Innanzitutto, contrariamente a quanto detto, purtroppo non si tocca il Jobs Act: l’unica modifica sta nell’aver aumentato l’indennità a favore di chi viene licenziato senza giusta causa. Ma l’idea che si possa licenziare quando ti pare, rimane tutta intatta, visto che non si interviene sulla reintroduzione dell’articolo 18, a garanzia dei lavoratori.

Per altro, l’aumento dell’indennità si scarica principalmente sulle piccole e medie imprese italiane, visto che se una grande azienda decide di licenziare, pagare qualcosa in più per liberarti di un lavoratore è come bere acqua fresca.

Sull’introduzione della causale per i contratti precari, che il decreto Poletti aveva eliminato, va detto che, seppur corretto in punta di principio, così come realizzato, e cioè dopo i primi 12 mesi di contratto, è praticamente inutile. Per una ragione molto semplice: quasi l’80% dei contratti precari dura un anno o meno. Per le aziende che non vogliano introdurre la causale, è sufficiente far ruotare i lavoratori e continuare ad assumere con una scadenza di un anno appena. Cioè tutto prosegue così com’è.

Interverrò sul decreto durante il dibattito parlamentare, cercando di introdurre ciò che manca e chiedendo più coraggio a Di Maio, se davvero ha intenzione di dichiarare guerra alla precarietà. Quello che non si può fare, è contrastare questo decreto rivendicando il ruolo mortifero del Jobs Act e del Decreto Poletti, come sta facendo il PD. Non imparano mai…
La strada per la dignità è ancora molto, molto lunga.

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Non basta un restyling al Pd, ci vuole il coraggio di azzerare tutto

Come prima, più di prima e come se nulla fosse. Dopo la bruciante sconfitta delle ultime ore il Partito Democratico rilancia l’idea del fronte repubblicano come argine all’avanzata della destra peggiore di questo paese.

A parte Calenda, leggo anche Maurizio Martina che propone per le elezioni europee un fronte che va da Macron a Tsipras, il diavolo e l’acqua santa. Vuol dire non aver compreso fino in fondo la natura dei problemi, che hanno a che fare con la mancanza di un profilo chiaro e netto. Per buttarla in medicina, sarebbe come se si pretendesse di curare l’ammalato inoculando massicce dosi della malattia che lo ha colpito.

Non consapevoli, o forse sì (e questo sarebbe grave), che il ritorno di una certa destra è stato spianato, preparato e apparecchiato proprio da chi ha di fatto realizzato il programma della destra in questi anni.

Bisogna dirlo con coraggio: si perde dove non si ha il coraggio di azzerare, dove si pensa che siano sufficienti restyling e maquillage, dove si ripropongono progetti già bocciati, con protagonisti fallimentari.

Si perde dove manca la definizione di un’alternativa vera e ci si abbandona ad accordicchi mordi e fuggi, a improbabili “union sacrée” all’italiana, o a vecchie formule arrangiate con qualche candidato tirato fuori alla bisogna, senza storia (o con una storia pesante…), buone a prendere qualche manciata di voti, ma che scontano poi immediatamente tutte le difficoltà di un’azione di governo lenta, incerta, inconcludente, quando non contraria ai principi fondamentali della sinistra.

I cittadini se ne accorgono, e si vedono i risultati. Si vince, invece, dove quel coraggio c’è e dove si imbocca la strada dell’alternativa, senza paura