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Se la riduzione dell’orario di lavoro fa rima con clima

 

Se la politica avesse in mente il futuro, al primo posto della propria agenda ci sarebbe una parola su tutte: la parola clima. Il cambiamento climatico è il crocevia del nostro tempo, e di quello a venire. Ha in sé un potere sovrano, più dell’economia, ancor più della stessa finanza, un potere che esercita su tutti i viventi, indistintamente.

E invece continua a essere colpevolmente assente dalle politiche e dalle azioni dei governi di ogni parte del pianeta, assente dal dibattito elettorale europeo, se mai di dibattito sia lecito parlare. Assente nel nostro paese, nel quale domina incontrastata la narrazione della paura dell’altro e dell’avvenuta abolizione delle povertà, usate entrambe come quotidiana retorica del governo del cambiamento, quando la realtà dei fatti imporrebbe il cambiamento del governo, per iniziare almeno a voltare pagina.

L’ultimo segnale che occorre fare qualcosa ci arriva da una ricerca di un gruppo di studio britannico Autonomy pubblicata sul quotidiano The Guardian nella quale si dimostra come le persone in tutta Europa dovranno lavorare drasticamente meno ore per evitare un riscaldamento climatico disastroso.

Le scoperte sono basate sui dati dell’OCSE e delle Nazioni Unite sulle emissioni di gas serra. Will Stronge, il direttore di Autonomy, ha affermato che la ricerca ha evidenziato la necessità di includere riduzioni dell’orario di lavoro come parte degli sforzi per affrontare l’emergenza climatica:

“Diventare una società verde e sostenibile richiederà un certo numero di strategie – una settimana lavorativa più breve è solo una di queste, ha detto. Questo documento e l’altra ricerca nascente nel campo dovrebbero darci un sacco di spunti di riflessione quando consideriamo quanto sia urgente un Green New Deal e come dovrebbe essere”.

Il riferimento è chiaramente alla politica espressa dai principali partiti, di oggi e di ieri, del peso delle loro enormi responsabilità. Responsabilità che travalicano la politica stessa, e assumono sempre di più una valenza etica, dal momento che una politica incapace di agire nel rispetto del pianeta toglie futuro a ciascun individuo.

Prima, evocando come apocalittici coloro i quali avevano per tempo messo in guardia dagli sconvolgimenti di natura planetaria cui si sarebbe andati incontro a causa del cambiamento climatico. Ora, confinando la gigantesca questione climatica a predica della domenica, ogni volta conclusa con indicazioni generiche, nessuna delle quali giunge alla radice del problema, come si deduce scorrendo i programmi dei partiti, per non dire del contratto di governo tra Lega e Cinque Stelle.

Alla radice del problema, giungono invece nel frattempo, per strade diverse, altri soggetti, cui va il merito di portare alla coscienza individuale e collettiva una diversa narrazione del tempo presente e di come andare consapevolmente incontro a quello futuro, una narrazione alternativa.

La comunità scientifica internazionale, sempre più impegnata nell’analisi e nella ricerca; l’azione dell’attuale Papa, che di fronte alla terra ferita evoca la necessità e l’urgenza di una conversione ecologica; l’ampio movimento internazionale di giovani e giovanissimi, Friday for Future, messo in moto dall’azione di protesta di Greta Thunberg dinanzi al colpevole silenzio dei governanti in materia di riscaldamento globale.

In sintonia con molte delle analisi e delle proposte di questi differenti soggetti si muove il Manifesto per il clima prodotto dalla GUE – il raggruppamento politico della sinistra al Parlamento Europeo, cui aderisce Sinistra Italiana – frutto del lavoro svolto in questa legislatura e impegno per quella che inizierà dopo il voto del prossimo 26 maggio.

Il cambiamento climatico è il crocevia del nostro tempo per il fatto che da qui passano, e a esso si connettono, i crescenti conflitti geopolitici, i movimenti migratori, le modificazioni strutturali del lavoro umano, gli assetti del territorio, la grande e planetaria questione della fame e della qualità del cibo, dunque dell’agricoltura, dell’energia, della salute e dell’istruzione.

Soltanto l’ignavia di quelle classi dirigenti che concepiscono la politica come pratica del consenso per l’esercizio del potere nel tempo presente, in una totale assenza di prospettiva futura, porta a non considerare il peggioramento delle condizioni di vita di ciascun essere vivente come diretta, e inedita, conseguenza del fatto di non porre il clima come la nuova sfida per la specie umana.

Ma proprio l’entità della questione climatica, capace di evocare insieme il comune destino umano e il senso di futuro del pianeta, impone di affrontarla nell’unico modo in cui è ancora possibile risolverla: andando alla radice dei nodi, dei grovigli, cioè delle ingiustizie e delle diseguaglianze, prodotte da un modello di sviluppo sociale e di consumo che occorre rapidamente riconvertire.

E conversione è allora la chiave che apre la prospettiva a un diverso modello di relazioni economiche, produttive, di consumo; un’organizzazione della società nella quale il territorio e la partecipazione risultano i fattori decisi per un cambiamento reale, concreto, delle condizioni di vita delle persone. La conversione non si costruisce praticando scorciatoie, aggiustamenti dell’esistente.

Proprio perché risulta, nei fatti, un cambio di paradigma, come indicano gli scienziati che analizzano il mutamento climatico e le sue rovinose conseguenze in tempi sempre più prossimi, comporterà inevitabilmente una fase di passaggio, di transizione, tra vecchio e nuovo. Il definitivo abbandono delle fonti energetiche fossili e l’approdo a quelle rinnovabili, è uno degli snodi necessari di questo passaggio.

Ricordo per esempio che in Italia ci sono ancora ben 18 miliardi di euro all’anno di incentivi all’utilizzo delle fonti fossili di energia. Se questi incentivi venissero cancellati, con quei soldi si potrebbe mettere in campo un grande piano per il potenziamento del trasporto pubblico su ferro, per l’efficientamento energetico e cosi via.

Come lo è senz’altro la green economy, laddove mette in campo una ricerca e una pratica di opportunità di mercato, e conseguentemente di un profitto più distribuito, sul terreno di una produzione di merci a un minore impatto ambientale.

Dunque il progetto di una conversione ecologica dell’attuale modello sociale e di vita delle persone si può senz’altro combinare con quelle differenti iniziative che vanno incontro ad una transizione tra vecchio e nuovo, tra adesso e dopo. Ma essa, a differenza di tutte queste, comporta la messa in discussione dell’assetto odierno dei poteri globali, incentrati sul predominio della finanza internazionale, che più s’estende e più fa crescere diseguaglianze sociali e territoriali.

Un altro paradigma, appunto, un modello di vita e di rapporti sociali alternativo a quello oggi esistente, ecco la radicalità della conversione ecologica come va posta oggi.

Essa è l’esatto opposto di un cambiamento sociale ed economico imposto dall’alto, col bastone del comando. Esige una conoscenza diffusa, interdisciplinare, un insieme di saperi espressione della diversità dei territori, del limite e dell’uso delle loro risorse.

E un capitolo nuovo, e strategico, di queste risorse è proprio quello che deriva dalla valorizzazione e trasformazione degli scarti e dei rifiuti prodotti da questo attuale sistema incentrato sullo spreco dissipativo come risvolto delle diseguaglianze redistributive. La risposta vincente alla globalizzazione centralizzata non è quella tra sovranismo monetario e nazionalistico e un indistinto processo comunitario europeo, come non lo è quella tra protezionismo da una parte e liberalizzazione dall’altra.

Ognuna di queste strade conduce a un simile esito, speculare l’uno all’altro: lasciare intatti i meccanismi di fondo di una selvaggia competizione economica che mentre accresce indistintamente la produzione di merci contrappone tra di loro i lavoratori, vecchi e nuovi, escludendoli dai processi di produzione e di consumo, in un gioco dell’oca mondiale che risulta ogni volta a somma zero: per uno solo che vince, tutti gli altri soccombono.

L’alternativa radicale che indica la conversione è prima di ogni altra cosa quella di mettere in capo alle comunità locali processi e dinamiche partecipative in grado di realizzare rapporti diretti tra produttori e consumatori, superando quei poteri d’intermediazione di un mercato guidato dalla logica del minor costo del lavoro e dell’illimitata libertà d’inquinamento.

È un processo, che nella sua necessaria gradualità, chiama in causa ciascun comparto sociale: le imprese produttive nei diversi comparti dell’agricoltura, dell’edilizia, dell’alimentare, dell’assetto idrogeologico; le reti entro cui i beni prodotti si realizzano e si mettono in circolazione; le strutture dislocate nei diversi territori; le istituzioni come gli ordinamenti giuridici.

E dunque la politica, che a sua volta necessita di una riconversione capace di porre al centro la pratica inclusiva dei legami sociali, dell’autonomia delle persone e delle comunità in un agire condiviso, mettendo all’angolo quel “pensiero unico” su cui si fonda l’attuale globalizzazione di mercati e capitali, che esclude ogni reale protagonismo soggettivo e comunitario relegandoci nell’individualismo solitario e impotente.

Questo ci dice la scienza alle prese con l’analisi sul campo del cambiamento climatico; questo indica papa Francesco nella sua enciclica che rimane uno dei punti più alti di riflessione e di proposta su scala mondiale; questo intende Greta interpretando il modo di sentire dei giovanissimi che non intendono affatto rinunciare al futuro delle loro vite appena cominciate. E questo proponiamo noi sentendoci, nella nostra piena autonomia di soggetto intento a costruire una soggettività politica della sinistra in Italia e in Europa, in una più che buona compagnia.

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