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La manovra del cappio al collo

Sono lontani i tempi dei festeggiamenti sul balcone di Palazzo Chigi, nonostante Di Maio sostenga ancora oggi che c’è da festeggiare per l’accordo maturato con l’Europa. Più vicini mi sembrano, invece, i tempi delle manovre economiche alla Monti e alla Renzi.

L’Europa continua a vestire l’abito di guardiana del deficit e dei parametri economici, che servono esclusivamente ai bilanci dei mercati finanziari, mentre il bilancio delle vite delle persone segna perdite importanti da almeno un decennio.

E il “governo del popolo” ne esce con le ossa rotte e la credibilità azzerata. Altro che manovra del popolo, questa è una manovra del cappio al collo. Una sconfitta. Una sconfitta, innanzitutto, sui saldi di deficit: dal 2,4% si è passati al 2,04%, mentre persino l’austero governo dei professori guidati da Mario Monti era riuscito in piena crisi a strappare una manovra al 3% di deficit.

Inoltre, una sconfitta politica, visto che il governo Salvini-Di Maio aveva annunciato fuoco e fiamme, appoggiandosi al fronte dei paesi nazionalisti di destra (dall’Ungheria di Orban in giù), proprio quelli che per primi li hanno mollati rivendicando garanzie insostenibili per l’Italia. A riprova che c’è sempre uno più nazionalista di te, che deve far prevalere il suo interesse nazionale, a scapito, se necessario, di quello degli amici.

Ma quel che è peggio, è che questa manovra getta ancora una volta la croce addosso ai cittadini italiani. Nonostante i toni trionfalistici del giorno dopo di Salvini e Di Maio (che contrastano molto con il tono dimesso di Conte), la verità è che siamo di fronte a misure dalla dubbia efficacia economica e sociale, costruite sui soldi presi a prestito dai ceti medi e bassi del Paese, mentre si continua a non aggredire la ricchezza lì dove si è accumulata in questi anni e mentre si continua a sperperare soldi inutilmente. È di ieri la notizia che il programma di acquisto miliardario degli F35 va avanti, nonostante le promesse da campagna elettorale. L’ennesima cambiale pagata a Trump e alla NATO.

E faccio presente, rispetto all’accumulo di ricchezza, da cui si dovevano sottrarre risorse, per metterle a disposizione di una seria lotta alla povertà, che siamo arrivati al punto in cui il 10% dei più ricchi italiani detiene più della metà della ricchezza prodotta dal paese. Una enormità di cui nessuno si occupa. Anzi! Come nelle migliori tradizioni italiane, si inventano condoni, volountary disclosure, patti fiscali, senza nessuna misura chiara per il contrasto dell’evasione e dell’elusione fiscale.

Nel contempo spuntano nuove clausole di salvaguardia miliardarie per il prossimo biennio (soldi che qualcuno dovrà trovare per evitare ancora una volta che cresca l’IVA), il blocco totale delle assunzioni per le amministrazioni statali e il moribondo sistema universitario (come Monti, Renzi e Gentiloni), il taglio di 800 milioni per i fondi di coesione (e cioè un’altra insopportabile mazzata al Mezzogiorno, mentre si apprestano a riempire di miliardi Veneto e Lombardia con l’autonomia).

Per non parlare poi dei vendicativi tagli all’editoria. Un’insopportabile scelta per piegare quegli organi di informazione, per lo più organizzati in cooperativa, che sono parte preziosa del patrimonio giornalistico italiano. Un colpo micidiale al pluralismo dell’informazione del nostro Paese.

E non mi si dica che questa forma aggiornata di reddito di inclusione del governo Renzi, che Di Maio si ostina a chiamare reddito di cittadinanza, valga il gioco. Così come l’abolizione della Fornero della campagna elettorale è diventata, di fatto, una estensione dell’APE social. Ne vedremo gli effetti marginali nei prossimi mesi, soprattutto quando verranno esplicitate le forme e le modalità delle misure che verranno proposte, che non tengono in nessun conto le enormi questioni sociali che mordono la carne di una Italia sfiancata.

La precarietà, la mancanza di lavoro, la questione generazionale, la tutela dell’ambiente e del territorio. Tutte emergenze cui le misure bandiera del governo non offriranno risposte strutturali e adeguate, ma pannicelli caldi.

Avevano annunciato la fine della povertà e ci ritroviamo, invece, di fronte a un gigantesco “pagherò”, sulla pelle dei più giovani, dei precari e dei più poveri. Sai che novità…

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