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Ministro Bussetti, se ci si scalda con la legna che si ha si resta senza istruzione

“Ci scalda con la legna che si ha”. Così in una intervistail ministro dell’Istruzione Bussetti ci fa sapere che il governo del cambiamento non intende mettere un euro in più sull’istruzione del Paese. Lo fa con una massima di sua nonna (ipse dixit) e senza alcuna discussione pubblica.

Insomma, la stessa linea di Renzi, e prima ancora di Monti e prima ancora di Berlusconi/Gelmini e via dicendo. Un gran cambiamento, non c’è che dire.

Non dirò nulla in questa sede sulle intenzioni folli ed eversive espresse dal ministro nella stessa intervista, sul rapporto di lavoro regionalizzato degli insegnanti, l’ennesimo passo verso una totale autonomia del Nord, con un intero governo a traino delle rivendicazioni secessioniste della Lega. Saranno altri i luoghi e i momenti per approfondire il tema.

Ciò che mi interessa sottolineare, e su cui è necessario dare avvio a una vera e propria mobilitazione come quella che accolse la disastrosa “buona scuola” di Renzi, è l’aspetto economico.

In un’Italia in cui le scuole cadono in testa ai nostri figli, in cui non ci sono insegnanti e personale in numero sufficiente, in cui ancora oggi molti ragazzi non hanno insegnanti di sostegno, “scaldarsi con la legna che si ha” significa crepare di freddo.

Siamo terz’ultimi per spesa in istruzione in Europa, peggio di noi solo Irlanda e Romania, e meglio di noi persino Cipro, Bulgaria, Slovacchia e Grecia. Ma non siamo sempre stati in questa condizione, sia chiaro. Ci siamo arrivati in anni in cui alla scuola, alla formazione e all’insegnamento è stato conferito un ruolo di secondo o di terzo piano, che ha mortificato il sistema e l’importanza dell’istruzione dalla scuola dell’infanzia all’Università, fino a che i capitoli di bilancio non sono diventati un buon pozzo cui attingere per coprire buchi, pagare interessi sui debiti fatti dai maghi della finanza, dalle banche, o per regalare sgravi fiscali al sistema della grande impresa.

E la condizione della scuola italiana si riflette tutta sullo stato di salute del Bel Paese: abbiamo pochi laureati rispetto agli altri Paesi europei, sempre più persone non completano il percorso di studi superiore e universitario, e l’analfabetismo funzionale (che non consente a chi sa leggere e scrivere di comprendere per bene il senso di ciò che legge e scrive) ha raggiunto il pauroso dato del 30%dei nostri concittadini. Un disastro per il mondo del lavoro, oltre che per la qualità della democrazia.

Senza la scuola e l’università garantita a tutti, a prescindere dalle condizioni di reddito, non esiste ricerca di alto livello, non esiste mondo del lavoro specializzato, non esiste nessuna possibilità di aumento della produttività (se non spremendo fino alla morte chi lavora), né di competere sugli scenari globali cui ci hanno costretto negli anni scorsi. E soprattutto, senza una formazione adeguata non esiste alcun ascensore sociale, che non a caso in Italia si è rotto da tempo: se sei figlio di notaio te la cavi in qualche mondo, se nasci in famiglia operaia ti arrangi.

Proprio due giorni fa è stato pubblicato il rapporto “Equity in education” di OCSE-Pisa che dicono con chiarezza come siano aumentate le difficoltà dei ragazzi che vengono da famiglie meno istruite e di come persino il livello culturale dei genitori influisca addirittura sulla scelta di garantire ai figli insegnanti migliori.

Non è un caso, per altro, passando all’istruzione universitaria, che l’Italia sia l’unica nazione del Vecchio Continente a conoscere la vergogna degli idonei a percepire una borsa di studio, ma senza borsa per insufficienza di risorse economiche.

Ci sono certo le Regioni che possono intervenire autonomamente con fondi di bilancio a integrare i quattro spiccioli del governo centrale e riescono a coprire quasi tutta le necessità di borsa, e ma ci sono anche Regioni con difficoltà di bilancio che non coprono nemmeno la metà degli aventi diritto. Aumento delle disparità, che rincorrono le dinamiche economiche e sociali della povertà. Più sei in difficoltà e più ci rimani.

La disuguaglianza economica e culturale fra le famiglie, tanto per cambiare, si riversa sui figli, se non interviene un sistema pubblico attento, forte, che restituisce fondi e centralità alla formazione. Cioè tutto ciò che a questo Paese manca da tempo e che non si vede nemmeno all’orizzonte del governo del popolo, che preferisce però continuare ad avere un popolo senza istruzione.

Daremo battaglia, come abbiamo già fatto contro i disegni scellerati che hanno distrutto la scuola italiana negli scorsi anni.

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