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Di Genova resta una foto, un modellino e un salotto

Avevo scritto all’indomani della tragedia che il ponte Morandi crollato a Genova era la fotografia della storia degli ultimi 30 anni del nostro Paese: la favoletta raccontata per anni che il privato era meglio del pubblico, con i regali elargiti alle grandi aziende che hanno privatizzato i profitti e socializzato le perdite. E i disastri.

E non mi stupisce, ma rattrista che sulle macerie di quel ponte in queste settimane si sia innescata una guerra furibonda, nelle istituzioni e nella politica, solo alla ricerca di un qualche riflettore o passaggio tv.

Il solito salotto, i soliti modellini, le solite facce.

Questo è tutto ciò che resta dopo “trenta” giorni dal disastro di Genova.

Dichiarazioni roboanti, dichiarazioni di guerra all’accumulazione di guadagni a scapito delle persone, promesse di rivoluzione. Nelle ore immediatamente successive alla tragedia le parole del governo correvano veloci addirittura la revoca della concessione. Ricordate il presidente del Consiglio che afferma, non aspetteremo i tempi della giustizia? Si parlava addirittura di nazionalizzazione.

E, devo dirlo, davanti al dramma del crollo e a tutto quello che quel crollo ha scoperchiato sul terreno del rapporto tra pubblico e privato, affermazioni in buona parte condivisibili. Almeno dal mio punto di vista. Ma dopo le parole ci sono i fatti.

E nei fatti, non c’è ancora un commissario, non c’è alcuna decisione su chi costruirà, con quali soldi e cosa.

Non c’è alcuna certezza sul destino degli sfollati. Non c’è nemmeno la revoca.

Resta una foto ricordo, con un modellino e un salotto.

Un film già visto fin troppe volte.

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