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I servizi pubblici essenziali non possono essere la rendita garantita per pochi

Il ponte crollato a Genova, con le sue nefaste conseguenza, è la fotografia della storia degli ultimi 30 anni del nostro Paese. La favoletta raccontata per anni che il privato era meglio del pubblico, i regali elargiti alle grandi aziende che hanno privatizzato i profitti e socializzato le perdite. E i disastri.

Mi stupisce pure che sulle macerie di quel ponte, e di un bel pezzo delle vicende d’Italia, si sia innescata una guerra furibonda alla ricerca delle responsabilità politiche, che in realtà sono ben distribuite fra tutti i soggetti in campo. Fra chi ha direttamente privatizzato, chi ha concesso beni pubblici a esclusivo appannaggio dei privati, chi non ha controllato, chi come Matteo Salvini ha votato per rendere sempre più vantaggiose quelle concessioni, e chi ancora oggi rivendica le “privatizzazioni ben fatte” degli anni precedenti.

Ricordo, a tal proposito, il discorso di insediamento da Presidente del Consiglio di Matteo Renzi alla Camera dei Deputati, che rivendicava come tratto distintivo della sua visione politica, cito testualmente, “la madre di tutte le privatizzazioni, quella del Nuovo Pignone”. Pur non essendo stato lui direttamente coinvolto nella cosa per motivi anagrafici, Renzi sceglieva nel 2014 di parlare di una privatizzazione “ben fatta”, a suo dire.

E questa cosa mi colpì molto perché significava e significa aver scelto con chiarezza e determinazione il versante della società su cui ci si posiziona e per cui si parteggia, senza nemmeno prendere in considerazione i risvolti che proprio quella privatizzazione ebbe, visto che privò l’industria di Stato di un’azienda che produceva con un altissimo valore aggiunto. Tanto che ancora oggi, a distanza di 20 anni, gli americani della General Eletrics che hanno acquisito gli stabilimenti, non si sognano di delocalizzare nemmeno un pezzo della produzione di turbine e di pompe che si fanno qui da noi.

Ben inteso, quel sentimento privatizzatore ha contagiato ben prima di Renzi, intere generazioni di politici di entrambi gli schieramenti, di cui l’ex-premier è solo uno degli ultimi rappresentanti.

Il crollo di quel ponte, quindi, è innanzitutto una sconfitta culturale pesante, di cui tutti o quasi sono stati compartecipi e che ha visto dismettere anno dopo anno la chimica, l’industria, l’acciaio, le strade, le mense, i servizi pubblici locali, il trasporto, l’acqua, pezzi rilevanti di sistema sanitario, e così via. E i vantaggi di cui tutti parlavano ad oggi ancora non si vedono, in nessuno dei settori privatizzati o dismessi.

Siamo stati fra i pochi, in tutti questi anni, a continuare a batterci per la nazionalizzazione dei settori strategici per la vita di un paese. Siamo stati fra i pochi, anche nella scorsa legislatura per esempio, a chiedere che le banche venete passassero nelle mani del controllo pubblico (vero, Matteo Salvini?). Siamo stati e siamo fra i pochi a pretendere con forza che Ilva sia nelle mani pubbliche, di modo da risanare i disastri creati dai privati e tenere gli utili a disposizione di tutti i cittadini italiani. Ancora, siamo fra i pochi a prospettare una soluzione pubblica per la drammatica vicenda Alitalia.

E oggi non c’è alcuna altra soluzione possibile a un ritorno chiaro e netto del controllo pubblico diretto, a partire proprio dalle strade e dalle infrastrutture.

Bisogna comprendere una volta per tutte che i servizi pubblici essenziali non possono essere la rendita garantita per pochi. La mangiatoia di questi 30 anni deve finire.

Questo concetto basilare deve essere molto chiaro a tutti, a partire dagli esponenti del governo: Salvini sa bene, per esempio, che il sistema di accumulo di relazioni e potere della Lega, corre sull’asfalto salatissimo della Brebemi e di molte altre bretelle stradali e autostradali, fra Lombardia e Veneto, che costano ogni giorno milioni di euro a tutti i cittadini italiani, mentre in pochissimi ingrossano le tasche.

Che fa, lì non interviene? O si interviene con un selfie solo di fronte ai morti e alle macerie?

E sull’accertamento delle responsabilità su quanto accaduto a Genova, che fa lo Stato? Io spero (e con me 60 milioni di cittadini italiani) che si voglia andare fino in fondo, ma se l’inchiesta di Fabrizio Gatti dell’Espresso è vera (e non ne dubito), la nomina a controllori di coloro che avrebbero già dovuto controllare e intervenire, da parte del ministro Toninelli, non depone a favore della verità e della giustizia.

Lo dico chiaro e netto sin da subito: se le roboanti dichiarazioni degli esponenti del governo sul ritiro della concessione ai Benetton si risolvessero con una nuova gara e una nuova assegnazione, saremmo di fronte all’ennesimo atto di gattopardismo politico, che metterebbe questo governo sullo stesso piano dei furenti privatizzatori di ieri. Si deve mettere in campo un progetto serio che garantisca l’assorbimento integrale del personale di Autostrade per l’Italia nel nuovo soggetto, così come la tutela dei piccoli azionisti e obbligazionisti, che potrebbero essere altrimenti travolti dalla revoca, se l’intenzione è davvero quella di nazionalizzare.

Perché quello che serve è un cambio culturale forte, che respinga tanto i sacerdoti del profitto privato, quanto quelli che immaginano aziende sullo stile di Ferrovie dello Stato. Anche in quel caso, a pagare i danni di gestioni allegre e scellerate sono i cittadini e i pendolari, in particolare al Sud, che vivono in maniera drammatica la condizione di pendolarità.

Il cambio culturale prevede che con i servizi pubblici essenziali non si fa business e profitto. Deve essere chiaro che le società che presidiano settori strategici per la vita delle persone, devono occuparsi della qualità dei servizi e devono essere per legge e per statuto no profit.

Noi abbiamo una proposta, che abbiamo già depositato in Parlamento nella scorsa legislatura:

La governance di società di questo tipo va affidata a consigli di amministrazione nominati dal Parlamento, ma sulla base vincolante di indicazioni dei soggetti sociali collettivi che si occupano di quei servizi. Associazioni di consumatori, sindacati, associazioni datoriali, movimenti ambientalisti o legati ai temi specifici devono essere coprotagonisti nella scelte, nella governance e nelle decisioni. In questo modo si riuscirebbe a garantire che l’obiettivo della società non possa essere il profitto e che la gestione sia orientata all’interesse generale, con la partecipazione diretta dello Stato e dei corpi collettivi che oggi animano la vita del paese, una delle poche ricchezze rimaste.

Pare un fatto utopico? Non lo è. Va spiegato ai deboli di pensiero che esperienze di questo tipo sono già in corso in molte parti del mondo ben più sviluppate del nostro Paese. Senza un intervento di questo tipo, che riguardi le infrastrutture, l’energia, i trasporti, le banche, l’industria, continueremo ad assistere al ripetersi dei disastri e al declino economico e sociale dell’Italia

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