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Non basta un restyling al Pd, ci vuole il coraggio di azzerare tutto

Come prima, più di prima e come se nulla fosse. Dopo la bruciante sconfitta delle ultime ore il Partito Democratico rilancia l’idea del fronte repubblicano come argine all’avanzata della destra peggiore di questo paese.

A parte Calenda, leggo anche Maurizio Martina che propone per le elezioni europee un fronte che va da Macron a Tsipras, il diavolo e l’acqua santa. Vuol dire non aver compreso fino in fondo la natura dei problemi, che hanno a che fare con la mancanza di un profilo chiaro e netto. Per buttarla in medicina, sarebbe come se si pretendesse di curare l’ammalato inoculando massicce dosi della malattia che lo ha colpito.

Non consapevoli, o forse sì (e questo sarebbe grave), che il ritorno di una certa destra è stato spianato, preparato e apparecchiato proprio da chi ha di fatto realizzato il programma della destra in questi anni.

Bisogna dirlo con coraggio: si perde dove non si ha il coraggio di azzerare, dove si pensa che siano sufficienti restyling e maquillage, dove si ripropongono progetti già bocciati, con protagonisti fallimentari.

Si perde dove manca la definizione di un’alternativa vera e ci si abbandona ad accordicchi mordi e fuggi, a improbabili “union sacrée” all’italiana, o a vecchie formule arrangiate con qualche candidato tirato fuori alla bisogna, senza storia (o con una storia pesante…), buone a prendere qualche manciata di voti, ma che scontano poi immediatamente tutte le difficoltà di un’azione di governo lenta, incerta, inconcludente, quando non contraria ai principi fondamentali della sinistra.

I cittadini se ne accorgono, e si vedono i risultati. Si vince, invece, dove quel coraggio c’è e dove si imbocca la strada dell’alternativa, senza paura

Come a Brindisi, per esempio, o nei due Municipi di Roma, o come in molti altri comuni pugliesi, sufficientemente grandi da poter essere considerati utili per un’analisi più approfondita.

Attenzione a considerare quei risultati come centrosinistra. Si fa un errore non solo di valutazione, ma anche di analisi dei flussi elettorali. E quell’errore indurrebbe a dire “va tutto bene, madama la marchesa”.

Brindisi, per esempio. Vince Riccardo Rossi, in uno schema in cui c’è il Pd, LeU (che per fortuna si è presentata unita) e un paio di liste civiche, una composta da giovani studenti e lavoratori, e un’altra, Brindisi Bene Comune, che è il luogo politico in cui Riccardo ha fatto politica sul territorio negli anni precedenti, costruendo consenso e credibilità della proposta.

Riccardo Rossi è un uomo radicale. È stato candidato presidente alle elezioni regionali pugliesi del 2015 in alternativa a Michele Emiliano. E nel 2016 abbiamo scelto di candidarlo a Sindaco di Brindisi, contro tutto e contro tutti, raggiungendo il risultato eccezionale del 15%.

Oggi diventa Sindaco di Brindisi anche grazie alla forza e al coraggio dell’elettorato del Partito Democratico, che nei mesi precedenti, quando si facevano i giochi delle candidature per la città, hanno disobbedito in maniera netta ai vertici del loro partito e hanno deciso di sostenere Riccardo, senza pretendere di snaturarne i contenuti, o la forma, e con un profilo anche di coalizione chiaro e netto. Zero compromissioni, zero listarelle acchiappavoti, zero mammasantissima in lista.

Solo coerenza, chiarezza, storia e prospettiva.

Lo stesso si potrebbe dire di Francavilla Fontana, comune in provincia di Brindisi, in cui Antonello Denuzzo (sostenuto da una coalizione civica, con Sinistra Italiana) spazza via il vecchio sindaco Maurizio Bruno, già presidente della Provincia di Brindisi scelto in condominio con la destra, segretario provinciale del Pd e sponsor degli accordi trasversali (aveva fatto fuori dalla maggioranza Sinistra Italiana per benedire l’alleanza con l’allora NCD di Alfano senza che i vertici pugliesi del Pd avessero avuto nulla da ridire).

E ancora potremmo raccontare di Davide Carlucci ad Acquaviva delle Fonti, riconfermato sindaco, dopo che ha denunciato insieme all’assessore Busto Austacio il tentativo di corruzione subito, e nonostante il Pd si fosse sfilato dalla sua coalizione dopo un ottimo primo mandato amministrativo; di Pasquale Loiacono a Conversano, gran protagonista di una straordinaria battaglia per l’ambiente, che ha scoperchiato tutti i vizi di un ceto politico compromesso, che partiva dalla destra e incrociava il Pd. E ancora, Rosa Melodia ad Altamura. Anche lei, come Riccardo Rossi, sostenuta dal Partito Democratico, dopo una lunga battaglia, che ha portato un pezzo rilevante di ceto politico del cosiddetto centrosinistra, molto vicino ai vertici regionali del Pd, a sostenere la destra (perdendo), pur di non darla vinta a Rosa e alla sinistra che aveva lavorato molto per proporla e portarla alla vittoria.

E poi ci sono i due Municipi di Roma, l’ottavo e il terzo, che vedono l’affermazione popolare di Giovanni Caudo e Amedeo Ciaccheri, dopo che hanno affrontato e battuto nelle primarie i candidati del Pd. Sinistra Italiana ha atteso il risultato delle primarie e poi ha convintamente sostenuto Caudo e Ciacchieri, perché incarnavano il modello di cambiamento necessario e il profilo radicale che serviva ai Municipi e alla città di Roma. Se le primarie le avessero vinte i candidati del Pd, sono certo che non ci sarebbe stato lo stesso risultato alle elezioni vere e proprie.

È su questo che dovrebbe concentrarsi Maurizio Martina quando dice che bisogna cambiare persone e contenuti. Sono d’accordo, ma in che senso? Verso quale strada? Con quale profilo? Non bastano i presunti bagni salvifici delle primarie a legittimare persone e candidati che non sono credibili. E non si è credibili quando si predicano alcune cose, per esempio, e poi ci si dimentica e si fa il contrario di ciò che si è detto.

Non c’è cambiamento se si postula l’ammucchiata da Macron a Tsipras, che rappresentano due punti di vista nettamente diversi sul presente e sul futuro dell’Unione Europea. L’uno ancora maneggia per mandare in default i paesi dell’area euromediterranea, l’altro è il simbolo delle vittime dello strozzinaggio di questa Europa dei mercati.

Piuttosto bisogna avere il coraggio di scegliere, riconoscere il proprio posto, chi si vuole rappresentare e fare una battaglia in chiaro. I cittadini apprezzerebbero.

I Comuni in cui si è vinto, penso anche a Teramo e ad altre realtà, sono quelli in cui si è affermato, quindi, uno schema completamente diverso, sia dal punto di vista dei contenuti, che della composizione, che da quello della scelta dei protagonisti.

Sono Comuni in cui si è fatto largo il coraggio di scelte nette, in cui si è premiato il lavoro lungo e costante di persone che sul territorio e per il territorio hanno lavorato, hanno sudato. È stato premiato un profilo identitario chiaro e netto, senza infingimenti e senza fronzoli. I cittadini sapevano bene per chi stavano votando e non hanno avuto nessun dubbio; hanno scelto la garanzia della chiarezza e di progetti forti e solidi, piuttosto che il pantano delle solite logiche e in molti casi del malaffare.

Da qui bisogna ripartire, se si vuole davvero. Dalla ricostruzione di un’alternativa vera e seria, che richiede innanzitutto un’analisi senza sconti e senza mezze misure su ciò che è accaduto e su ciò di cui c’è davvero bisogno.

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