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I casi di bullismo in una scuola abbandonata a se stessa

Sempre più spesso i casi di bullismo nelle scuole irrompono nella cronaca quotidiana. La vicenda più eclatante è di qualche settimana fa, a Lucca, con l’insegnante bistrattato e minacciato, ma quasi ogni giorno i media riportano casi di angherie, minacce, botte a danni di altri alunni, o ai danni degli insegnanti da parte dei genitori di alcuni alunni.

Vicende che spesso rimbalzano sui media tradizionali dopo aver fatto il giro della rete o delle chat whatsapp, manco fossero trofei da esibire. E sui media tradizionali, poi, fioriscono i dibattiti, si improvvisano tribunali, si chiede la gogna per l’alunno, o per la famiglia che si ribella all’autorevolezza dell’insegnante, o per l’insegnante stesso, a volte perché inerme, a volte perché autoritario.

Tifo da Colosseo in una presunta lotta fra leoni e gladiatori, in cui per la verità tutte le parti in causa sono vittime sacrificabili dal circo mediatico. Perché la verità è che la scuola è sola, come sono stati lasciati soli gli insegnanti, le famiglie, i ragazzi.

A ognuna delle parti, da anni, i governi chiedono nuovi compiti, cambiamenti culturali. Crediti, specialismi e iperspecialismi, competenze, valutazioni farlocche, meccanismi autovalutativi, corsi di aggiornamento fai-da-te, preparazione al mondo del lavoro (qualunque sia il lavoro e a qualunque condizione). E soprattutto, il silenzio.

Il silenzio cui sono stati ridotti gli insegnanti, per esempio. Ben evidente proprio nel caso di Lucca: sono tante le vicende in cui il corpo docente si mostra rassegnato, stanco, in balìa di ragazzi in pieno subbuglio. Tanto da non riuscire non solo a risolvere la situazione in classe, ma nemmeno a dichiarare la situazione insostenibile e avere un moto di orgoglio e di amor proprio.

È così che rimangano solo i numeri: una intera istituzione ridotta ai numeri sballati delle prove Invalsi. Manca da tempo il dialogo e il confronto su ciò che sta accadendo nel profondo della società, non solo fra le mura scolastiche.

Ci si affanna con riforme che da anni non fanno altro che diminuire risorse (sia economiche che culturali), quando forse sarebbe sufficiente fermarsi un attimo e confrontarsi seriamente. Confrontarsi innanzitutto su ciò che sta accadendo nel mondo e nella società. E di conseguenza sul ruolo della scuola e degli insegnanti in una società a forte vocazione individuale, in cui la dimensione della cittadinanza si esprime principalmente attraverso il consumo e la comunicazione.

Cosa si insegna a scuola? Cosa si impara?

Siamo passati dall’epopea della scuola berlusconiana, ben rappresentata dall’annuncio della Moratti dell’introduzione nei programmi delle tre “I”, inglese, informatica, impresa, fino a percorsi di alternanza scuola-lavoro fatti senza alcun criterio e metodo.

L’impianto culturale è sempre lo stesso e maledettamente sbagliato: la scuola non come istituzione che prepara alla vita, al mondo, alla cittadinanza, che educa anche al rispetto dei ruoli e delle regole, o a sperimentare forme di disobbedienza. Ma parcheggio temporaneo che traghetta i ragazzi dalle mura di casa a quelle di un’azienda.

E allora, la scuola, quella vera, non sta certamente tutta nei video whatsapp dei bulli finti forti, che sono in realtà deboli, né sta nella rinuncia di alcune famiglie a esercitare un ruolo di guida, di aiuto e di accompagnamento. Ma la vera scuola non sta nemmeno nelle chiacchiere dei testi introduttivi delle mille (contro)riforme di questi anni.

Ciò che colpisce è che buona parte della politica non se ne accorga.

Non sa e non conosce le tante esperienze virtuose sui territori, in cui l’impegno e l’abnegazione di insegnati e genitori, o la partecipazione attiva degli studenti fanno la scuola. Non conoscono la benedetta testardaggine di insegnati che ci rimettono persino i propri soldi per far in modo che i loro studenti si appassionino alla lettura, nel paese in Europa in cui brilliamo per mancanza di lettura di libri e quotidiani.

Non conoscono la vera e propria vocazione di persone che fanno di tutto per recuperare alla scuola chi devia dal percorso e che molto spesso pur di tenere seduti a un banco in una dimensione collettiva e istituzionale i cosiddetti “ragazzi difficili”, accettano di non seguire i programmi ministeriali ma leggono un giornale tutti insieme, fosse anche un quotidiano sportivo. Perché come diceva Don Milani, “la scuola ha un solo problema: i ragazzi che perde”.

Tutto questo va ascoltato e coinvolto. Su tutto questo va fatto un investimento serio. E se ne sono accorti persino negli Stati Uniti, il paese in cui più di tutti si è applicata la cultura aziendalista e valutativa a ogni ambito delle vita pubblica: le iper-competenze e gli iper-specialismi mortificano la conoscenza.

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